1938: le leggi antiebraiche e i giovani

Di Enrico Palumbo (Università Iulm di Milano)

Dopo anni di graduale erosione dei diritti degli ebrei e in un contesto di legittimazione del razzismo con la guerra coloniale italiana in Africa orientale, nella seconda metà degli anni Trenta si assisté a una dura campagna antisemita condotta dal regime fascista. Nel corso del 1938, un crescendo di iniziative preannunciò l’assunzione di provvedimenti ufficiali da parte delle autorità, fino alla drammatica accelerazione estiva: il 14 luglio il regime diffuse il documento Il fascismo e i problemi della razza, in cui si affermava l’esistenza delle «razze umane» su basi biologiche e si sosteneva che gli italiani avrebbero fatto parte della «razza ariana», dalla quale erano esclusi gli ebrei. Proprio il ministero dell’Educazione nazionale guidato da Giuseppe Bottai fu tra i più attivi, in quelle settimane, nel sostenere la campagna antisemita. Furono numerose le circolari con cui si limitavano i diritti degli ebrei nella scuola, con anticipo rispetto alla promulgazione delle nuove, imminenti norme.

I primi provvedimenti – seguiti dal più ampio corpus legislativo di novembre – risalgono ai primi giorni di settembre, allorché furono colpite due categorie di cittadini: gli ebrei stranieri, per i quali fu prevista l’espulsione dall’Italia, e i giovani. Si trattava evidentemente delle componenti più fragili della società: gli stranieri erano spesso a loro volta esuli dell’Europa dell’Est, in fuga dalle persecuzioni. Con il R.d.l. 1390 del 5 settembre 1938, docenti, presidi, direttori, personale di vigilanza e studenti di ogni ordine e grado furono espulsi dalle scuole e dalle università italiane a partire dal 16 ottobre, con una deroga per gli universitari in regola con gli esami. Con il R.d.l. 1630 del 23 settembre, perché si adempisse l’obbligo scolastico, fu consentita la costituzione di classi elementari di stato solo per ebrei in quelle città in cui vi fossero almeno dieci alunni, mentre alle comunità israelitiche fu consentita l’apertura di scuole private parificate, con gli stessi programmi delle altre scuole, tranne che per la religione cattolica e la cultura militare. Si stima che furono circa 2500 gli studenti delle elementari colpiti, circa 4000 quelli delle medie e delle superiori, intorno ai 1500 gli universitari e alcune centinaia i docenti dei vari gradi di istruzione.

Da quel momento, i giovani ebrei non avrebbero più frequentato le scuole e i compagni di classe di sempre, finendo isolati in classi e scuole separate. In questo, l’Italia precedeva perfino la Germania, che solo in seguito divise gli studenti ebrei dagli «ariani». Nei mesi seguenti ulteriori provvedimenti furono presi e la condizione dei giovani israeliti fu aggravata dal crescente inasprimento delle misure che il fascismo assunse per colpire i patrimoni, il lavoro, la vita quotidiana degli ebrei. Queste norme furono la premessa del coinvolgimento nella Shoah degli ebrei italiani, che al momento dell’occupazione nazista nel settembre del 1943 giungevano debilitati e impoveriti da cinque anni di persecuzioni.

Che cosa ha rappresentato per i bambini ebrei italiani l’insieme delle norme antiebraiche sulla scuola? Visti la mole della normativa e gli effetti, si può parlare di una speciale volontà di colpire i bambini?

Risponde Bruno Maida (Università di Torino)

Nel 1938 i bambini italiani ebrei furono innanzitutto espulsi. Lo furono dalla scuola che rappresentò il primo spazio pubblico a essere invaso e “ripulito” dalla presenza ebraica. Quel procedere non ebbe alcun carattere casuale. Che i primi provvedimenti razzisti fossero legati alla scuola non dipese dalle necessità pratiche connesse all’inizio delle lezioni: al contrario il regime attribuiva al sistema propagandistico-educativo un ruolo essenziale per realizzare il proprio progetto di cambiamento radicale per la formazione dell’uomo nuovo fascista. Alcune migliaia di studenti elementari e medi furono così immediatamente cacciati, sebbene per alcuni mesi rimanessero sottili interstizi per una possibile presenza nelle aule – non fu richiesto esplicitamente un censimento degli studenti ebrei – sfruttati da alcuni presidi.

Effetto altrettanto immediato fu che i bambini vennero separati. Tuttavia il regime e la scuola si trovarono di fronte alla contraddizione determinata dal conflitto tra legislazione razzista e obbligo scolastico, che il regime cercò di risolvere ambiguamente in due modi. Fu consentita l’istituzione di scuole elementari e medie “per fanciulli di razza ebraica” e venne data la possibilità ai bambini italiani ebrei di frequentare le scuole ebraiche, alle quali fu permesso di continuare a esistere. Nel primo caso, lo Stato si faceva carico di creare delle sezioni speciali ma solo in quei luoghi nei quali il numero degli allievi fosse superiore a dieci. Nel secondo si trattava di un diritto solo sulla carta, essendo poche le scuole ebraiche sul territorio o le comunità in grado di crearne ex novo. Non solo: colpire il rapporto tra ebraismo e formazione scolastica rappresentava una profonda ferita nella storia secolare dell’integrazione ebraica.

Ma per gli italiani ebrei – e ancor più per i bambini per i quali la persecuzione non prendeva l’aspetto di una legge o di una circolare ma si incarnava nella vita quotidiana – la legislazione razzista significò essere esclusi. Con progressiva sistematicità, vennero meno il sistema di relazioni e le amicizie, e contemporaneamente divennero impraticabili (non tanto per i divieti quanto per l’isolamento e l’umiliazione che avrebbe potuto rappresentare continuare a frequentarli) i luoghi e gli spazi del gioco e del divertimento. Anche il luogo più naturale della protezione e della sicurezza, ossia la propria casa, si trasformò in uno spazio spesso incolore o doloroso perché divenne una gabbia da cui non si poteva uscire. Furono quindi ferite materiali e psicologiche alle quali si aggiungevano quelle dei genitori, la cui sofferenza e debolezza si riverberavano, amplificandole, sui figli.

Per una parte dei bambini ebrei, infine, i provvedimenti razzisti del regime fascista si tradussero nell’essere internati. Con l’ingresso in guerra, il regime fascista approntò infatti misure di controllo e di limitazione della libertà per i cittadini italiani e stranieri, facendo interagire la legislazione di guerra con quella relativa alla pubblica sicurezza. Per le persone “pericolose nelle contingenze belliche” venne predisposta una serie di misure che previdero anche l’internamento dei civili. Tra questi vi furono anche circa 400 ebrei italiani – tra i quali molti bambini – la cui persecuzione appare strettamente legata alla legislazione razziale e alla sua logica interna, pur non essendo l’unica ragione del loro internamento. L’essere ebreo appariva sostanzialmente un’aggravante rispetto alla sua presunta pericolosità.

Quali furono le conseguenze di lungo periodo sulla popolazione allora infantile e giovanile della legislazione antiebraica del 1938?

Risponde Guri Schwarz (Università di Genova)

In estrema sintesi possiamo dire che la persecuzione fu vissuta in modo molto diverso dagli adulti e dai giovani, separando le generazioni. In generale, per comprendere l’impatto della persecuzione e le sue conseguenze di lunga durata non possiamo che partire dal tema delle generazioni; questo vale in un duplice senso: 1. Quello più evidente sta nella constatazione che la persecuzione ebbe impatti diversi a seconda dell’età e della fase della vita dei soggetti colpiti 2. Poi va considerato che per i giovani, in età adolescenziale, quell’esperienza fu spesso rielaborata nel dopoguerra proprio pensandosi come generazione separata, ovvero acquisendo una peculiare coscienza di sé.

Lo vediamo chiaramente nelle diverse reazioni all’esperienza maturata nelle scuole ebraiche create per sopperire al bisogno di educazione. Con l’espulsione dalle scuole i giovani ebrei italiani non sono separati solo dai coetanei “ariani”, ma – in qualche modo – anche dai loro genitori. Per gli adulti le scuole erano uno dei tanti segni evidenti della marginalizzazione in corso, per i bambini erano questo, ma anche altro: furono un luogo di incontro, di intesa, di scambio e di scoperta di sé. Cesare Cases, ricordando la sua esperienza nella scuola ebraica di Milano, dove nel dopoguerra avrebbe anche insegnato brevemente, ha addirittura affermato: «[le leggi razziali] non cambiarono di molto la mia vita e le mie prospettive, anzi le migliorarono, in quanto mi diedero il senso di appartenenza a una comunità minacciata». Fu anche nell’incontro con altri coetanei nella stessa condizione che molti poterono cercare (e alcuni trovare) una risposta all’identità impostagli dal persecutore. Lo vediamo chiaramente nelle parole del giovane ebreo romano Giorgio Piperno: «cominciammo a desiderare di comprendere la nostra condizione ebraica che veniva a perdere improvvisamente ogni carattere marginale nelle nostre esistenze». Alcuni trovarono un ancoraggio nel sionismo, altri in un recupero della religione, altri ancora nella militanza antifascista. Per tutti fu importante il nuovo spirito di corpo che maturò nel semplice stare insieme. Questo spiega anche perché nel dopoguerra le organizzazioni giovanili ebraiche – di varia natura e orientamento – furono particolarmente vivaci e attive, coinvolgendo un numero di soggetti molto superiore al passato. Al di là degli orientamenti e delle scelte ideologiche dei singoli, anche molto variabili, tra gli effetti della persecuzione su quella fascia generazionale c’è sicuramente un inedito e rafforzato senso di appartenenza. Questo si articolerà nel dopoguerra per i più nella partecipazione ad iniziative comuni, spesso di carattere ludico-ricreativo, che favorivano il mantenimento di legami intracomunitari e l’endogamia. Per una minoranza non si trattava solo di stare insieme, ma anche di articolare un’idea del proprio ebraismo e del proprio ‘posto’ nella società. A questi bisogni risposero nell’immediato dopoguerra, in modi divergenti, un movimento sionista come l’Hechalutz e uno diasporista, laico e di sinistra come la Federazione Giovanile Ebraica d’Italia. Al di là delle scelte di campo, è significativo che nei periodici prodotti dai due gruppi il tema delle generazioni, la questione della propria autocoscienza generazionale appaia come elemento centrale e ricorrente.

Bibliografia essenziale degli autori

E. Artom, Diari di un partigiano ebreo, a cura di G. Schwarz, Bollati-Boringhieri, Torino, 2008; L. Beccaria Rolfi – B. Maida (a cura di), Il futuro spezzato. Il nazismo contro i bambini, Giuntina, Firenze, 1997; B. Maida (a cura di), 1938. I bambini e le leggi razziali in Italia, Giuntina, Firenze, 1999; B. Maida, La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia, 1938-1945, Einaudi, Torino, 2013; B. Maida, La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia, 1938-1945, in D. Giulietti (a cura di), Eri sul treno per Auschwitz? Strumenti per raccontare la Shoah ai bambini, Fulmino Edizioni, Rimini, 2013; E. Palumbo, La persecuzione degli ebrei nelle scuole di Milano (1938-1943), «Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche», 18 (2011), pp. 307-333; G. Schwarz, Un’identità da rifondare: note sul problema dei giovani tra persecuzione e dopoguerra (1938-1956), in «Zakhor. Rivista di storia degli ebrei in Italia», 3 (1999), pp. 181-210; G. Schwarz, Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell’Italia postfascista, Laterza, Roma-Bari, 2004; L. Brazzo – G. Schwarz (a cura di), Jews in Europe after the Shoah. Studies and Research Perspectives, in «Quest. Issues in Contemporary Jewish History», 1 (2010): http://www.quest-cdecjournal.it/index.php?issue=1.

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