Thomas Sankara e la rivoluzione interrotta

Di Enrico Palumbo (Iulm)

Il nome di Thomas Sankara non è tra i più noti in Europa, eppure sono molti gli africani che lo hanno elevato a icona della lotta di liberazione e del riscatto del continente. Qualcuno lo definisce «il Che Guevara dell’Africa», ma sarebbe riduttivo limitare la sua esperienza a un modello che lo descrive solo parzialmente.

Thomas Isidore Noël Sankara nacque nel 1949 da una famiglia di etnia Mossi, nella provincia dell’Alto Volta, all’epoca colonia francese: il padre aveva servito l’esercito della Francia nella seconda guerra mondiale e si era convertito dall’islam al cattolicesimo. La posizione sociale ed economica relativamente privilegiata permisero al giovane Thomas di studiare, percorso che dopo la scuola proseguì nell’esercito dell’Alto Volta, divenuto indipendente nel 1960. All’accademia militare di Ouagadougou entrò in contatto con gruppi di orientamento marxista, ricevendo una prima strutturata formazione politica, poi approfondita in Madagascar, dove fu inviato a completare gli studi militari in quanto studente migliore del suo corso. La maggiore disponibilità di libri nell’accademia malgascia gli consentì di affinare le sue conoscenze politiche e letterarie: oltre al marxismo, continui saranno i suoi riferimenti al Vangelo e al Corano, i testi sacri delle due principali religioni voltaiche, ma non mancavano tracce degli insegnamenti di Kwame N’Krumah, Patrice Lumumba, Sekou Touré, Frantz Fanon, Amilcar Cabral e altri esponenti del terzomondismo.

Tornato in Alto Volta, dopo qualche incarico di breve durata e dopo la partecipazione alla breve guerra con il Mali (dove incontrò Blaise Compaoré), nel 1976 fu assegnato al centro di addestramento della città meridionale di Pô, dove cominciò la sua ascesa propriamente politica. Qui, all’addestramento militare Sankara affiancò l’educazione civica, con l’obiettivo di formare veri e propri “soldati-cittadini”, che al mestiere delle armi associassero il servizio alla società. Tra i progetti di miglioramento della vita comunitaria, i soldati di Sankara si impegnarono nella realizzazione di pozzi d’acqua o nel rimboschimento, ma anche in attività culturali e ricreative. Mentre la sua popolarità cresceva tra le fila dell’esercito e tra la popolazione, e si definiva meglio la sua attività politica, l’Alto Volta affrontava bruschi cambiamenti, con il colpo di stato di Saye Zerbo, nel 1980, e con il golpe che avrebbe portato alla presidenza Jean-Baptiste Ouédraogo, nel 1982. Entrambi i leader provarono a coinvolgere Sankara nella gestione del potere, nel tentativo di sfruttarne il fascino che suscitava in larghi settori della popolazione: promosso capitano nel 1981, Sankara accettò di diventare ministro dell’Informazione nell’esecutivo di Zerbo – incarico che lasciò polemicamente dopo pochi mesi –, e primo ministro di Ouédraogo: in questa veste, Sankara allarmò i settori più conservatori del regime, quando al summit dei non-allineati in India collocò il proprio paese apertamente a sostegno del governo sandinista del Nicaragua, familiarizzando con le altre componenti più radicali del movimento. Quando Ouédraogo decise di farlo arrestare, nel maggio del 1983, sulle strade della capitale si riversarono migliaia di manifestanti, mentre i militari alleati del capitano, a Pô, si sollevarono contro il regime. Nelle settimane che seguirono, la posizione del presidente si manifestò sempre più debole e il 4 agosto dovette cedere a Sankara la guida del paese.

A quella data cruciale – cui oggi, tra l’altro, è intitolato lo stadio di calcio della nazionale, lo Stade du 4-Août appunto – risale l’inizio della «rivoluzione democratica e popolare», interrotta soltanto dall’assassinio di Sankara nell’ottobre del 1987: un periodo di quattro anni che, accanto a oggettivi successi, presenta obiettivi non raggiunti e inevitabili criticità.

Lo stesso giorno, un anno dopo, il nome del paese fu mutato da Alto Volta in Burkina Faso, «la patria degli uomini integri»: un nome che perdeva l’anonima definizione data dai colonizzatori francesi e che derivava da due lingue nazionali, il moré (Burkina, «uomini di valore») e il dioula (Faso, «patria»), mentre il suffisso -bè di burkinabè, con cui si cominciarono a chiamare gli abitanti, richiamava la lingua fulfuldè parlata dai Fulani. Si trattava del più visibile segnale di un tentativo di inclusione delle varie componenti etniche in un unico progetto nazionale.

L’ossatura dell’organizzazione del nuovo stato, ai cui vertici vi era il Consiglio nazionale della rivoluzione (Cnr), era costituita dai Comitati per la difesa della rivoluzione (Cdr), in ciascun villaggio del paese: la loro nascita, per lo più su iniziative spontanee legate al fervore rivoluzionario piuttosto che ad appartenenze e a filiazioni ideologiche, intendeva allargare la partecipazione popolare al processo decisionale. Il meccanismo, nelle sue prime fasi in cui l’entusiasmo e l’adesione alla rivoluzione furono piuttosto estesi, ebbe una sua funzionalità, anche se la rinuncia alla democrazia parlamentare, sia pur riformata secondo modelli più adatti alla realtà burkinabè, è uno degli aspetti più controversi dell’esperienza di Sankara: non è difficile immaginare che nel tempo questi organismi si sarebbero potuti trasformare in centri di potere e di clientele in sostituzione dei precedenti soppiantati dalla rivoluzione – e in alcuni casi queste tendenze si manifestarono già agli occhi dello stesso leader. In quei primi anni furono però un originale strumento di responsabilizzazione, educazione e coinvolgimento della popolazione: e molti obiettivi furono raggiunti grazie alla mobilitazione dei Cdr, che di fatto si facevano carico di un compito civico che nei paesi con la popolazione alfabetizzata era assunto dalla scuola, dal dibattito maturato nella stampa, dall’amministrazione pubblica.

Sankara ereditava un paese in gravi difficoltà economiche. I problemi, all’inizio degli anni Ottanta, erano inaspriti da un contesto regionale e continentale di grande affanno: l’uscita neoliberista dalla crisi degli anni Settanta, e i conseguenti programmi di aggiustamento imposti ai paesi indebitati dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale, avevano innescato una serie di torsioni dei sistemi economici dei paesi più fragili, a partire dalla spirale indebitamento-interessi sul debito, affiancata da una dipendenza sempre maggiore dagli aiuti (per lo più vincolati). Ma anche l’imposizione della privatizzazione di vaste terre agricole, con l’incremento delle tensioni etniche e dell’inurbamento della popolazione, aveva contribuito a cambiamenti sociali dirompenti. Nel 1983 l’Alto Volta veniva da un decennio di bassa crescita (in media il 2% del Pil l’anno), e da sei anni di incremento del 25% all’anno del servizio sul debito. Ciò aveva di fatto legato le mani delle autorità, le cui opzioni di spesa per gli investimenti si erano sempre più ridotte. Più che socialiste in senso stretto, le misure economiche adottate da Sankara erano pragmaticamente dirigiste: erano cioè finalizzate a impiegare le scarsissime risorse verso obiettivi minimi, uno dei quali era risolvere il problema della fame con mezzi propri. L’investimento organizzativo del settore primario e i risultati dell’incremento della produzione agricola furono notevoli. Dopo la riforma agraria, i Cdr si assunsero il compito non solo di incanalare i contadini verso forme societarie più efficienti, superando le strutture feudali precedenti e costituendo cooperative agricole, ma anche di promuovere l’ammodernamento di tecniche e mezzi e di individuare le nuove terre da coltivare, pianificando l’uso delle scarse risorse idriche. Nonostante una grave siccità nel 1987, che limò alcuni picchi produttivi raggiunti nell’anno precedente, alla fine dell’esperienza sankarista erano cresciute tutte le principali produzioni su cui si fondavano l’alimentazione e l’esile industria di trasformazione del paese: la produzione dei cereali era aumentata del 50% (del 75% nel 1986), quella del cotone era più che raddoppiata, mentre incrementi significativi si erano registrati anche nelle colture minori. L’obiettivo ultimo di Sankara era dimostrare che i paesi africani – perfino quelli più poveri, come il Burkina Faso – avrebbero potuto rendersi pienamente autonomi dagli aiuti internazionali ed emanciparsi dalla miseria. Bisognava però partire dall’inizio, ripercorrendo di fatto quelle tappe che altrove avevano richiesto secoli: l’affermazione di un’agricoltura che sfamasse tutti, la costruzione di un’industria che partisse dai bisogni più elementari (il tessile, la trasformazione alimentare) e un ripensamento dei bisogni indotti che il paese non poteva permettersi se non producendo debito e corruzione e vivendo oltre le proprie possibilità. Così, se l’utilità dell’automobile non era in discussione, i ministri potevano però rinunciare alle Mercedes e accontentarsi delle Renault 5, senza escludere la bicicletta negli spostamenti più brevi.

L’obiettivo di aumentare la produzione agricola non si trasformò, come sarebbe facile attendersi, in una rincorsa competitiva con conseguenze devastanti sull’ambiente e sulla diversificazione agricola (gli esempi di questo tipo sono tipicamente la disastrosa «battaglia del grano» nell’Italia fascista o la distruzione del Caspio per l’indiscriminata coltivazione del cotone in Urss). Da subito, Sankara pose l’accento sulla preservazione dell’ambiente: in quegli anni i Cdr furono attivi nel sensibilizzare la popolazione a piantare nuovi alberi per fermare la desertificazione, a ridurre la raccolta del legname per il riscaldamento e a orientarsi verso quello che oggi definiremmo uno «sviluppo sostenibile».

La drastica riduzione delle spese dello stato e dei privilegi dei ministri dell’amministrazione pubblica furono una delle ossessioni di Sankara, che affidò ai Tribunali popolari della rivoluzione (Tpr) il compito di vigilare. Si può intuire che queste strutture, che erano guidate da giudici di carriera ma che erano composte anche da civili, per la loro natura si prestassero a decisioni arbitrarie, motivate politicamente: si tratta di un altro degli aspetti più discussi dell’esperienza sankarista, pur considerando che in quei quattro anni i Tpr non si distinsero in campagne persecutorie tipiche dei cambi di regime.

Dalla lotta alla corruzione e dalla riduzione delle spese giunsero in parte le risorse per conseguire alcuni degli obiettivi della rivoluzione. Uno di questi era l’alfabetizzazione della popolazione: nel 1986 in particolare si mobilitarono, durante la stagione secca, numerosi attivisti (studenti, membri dei Cdr ecc.) per offrire corsi intensivi di alfabetizzazione funzionale a decine di migliaia di contadini. Ma l’investimento principale era nelle nuove generazioni, con l’abbattimento dei costi per l’accesso all’istruzione: il tasso di scolarizzazione passò così dal 16,5% del 1983 al 24% del 1986 (secondo una stima dell’Unicef), con una crescita doppia rispetto a quella del decennio precedente. Qualche risorsa aggiuntiva fu riservata alla promozione culturale, con l’attivazione di concorsi musicali e l’apertura di sale cinematografiche nelle aree rurali (dal 1969 Ouagadougou ospita un importante Festival panafricano del cinema che con gli anni ha accresciuto la sua importanza).

Uno dei contributi più importanti di Sankara alla cultura burkinabè è stato senz’altro la sua visione dei diritti della donna. Non senza significative incomprensioni con ampie porzioni di popolazione ancorate a una visione patriarcale della società, Sankara si distinse per un’attenzione continua e concreta alla promozione della condizione femminile. La sua visione rispecchiava la lettura che dava Friedrich Engels dell’asservimento della donna all’uomo, originato dall’esistenza della stessa proprietà privata, ma assumeva nel discorso sankarista una dimensione propria, con specifiche ricadute nelle politiche adottate. Chiamò alcune donne a ricoprire incarichi importanti nell’amministrazione delle province e nel governo nazionale. Nell’esecutivo l’incarico principale affidato a una donna fu il ministero del Bilancio, guidato da Adèle Ouédraogo, che peraltro si distinse per competenza e precisione in un incarico difficile. Le misure per l’emancipazione della donna andarono dalle campagne culturali condotte sui mezzi di comunicazione e dai Cdr per l’educazione sessuale, contro l’escissione, per la divisione dei compiti in famiglia, per la contraccezione. L’impegno per la riforma del diritto di famiglia – con l’istituzione di un’età minima del matrimonio, l’abolizione del levirato, il riconoscimento della trasmissione dell’eredità alle donne – fu largamente ostacolato da resistenze nella società burkinabè che confermarono la necessità di tempi lunghi per i cambiamenti culturali più profondi.

Più immediati furono gli effetti della politica sanitaria. All’inizio degli anni Ottanta l’Alto Volta registrava 150 morti su mille bambini nati e il 36% di mortalità entro i quattro anni di età. L’Unicef aveva avviato alcuni progetti per vaccinare i bambini, ma la loro applicazione aveva subito enormi ritardi. L’impegno di Sankara per ridurre la mortalità infantile portò a un massiccio coinvolgimento dei Cdr per operare una campagna di vaccinazione (per metà finanziata dal governo e per l’altra metà dall’Unicef): tra il 25 novembre e il 10 dicembre 1984 oltre due milioni di bambini furono vaccinati contro morbillo, febbre gialla e meningite e nei mesi successivi si registrò un crollo verticale della mortalità infantile per queste cause. Accanto alle misure eccezionali, fu programmata l’istituzione di presidi sanitari di base in tutti i villaggi, i cui responsabili, pur non essendo medici, ricevevano una periodica formazione per gestire le emergenze e l’assistenza minima.

Un grande peso sulle spalle dello sviluppo del Burkina Faso e dei paesi africani era dato, come già accennato, dal debito pubblico. Sankara si impegnò per internazionalizzare il problema, intervenendo più volte sul tema. Uno dei suoi discorsi più significativi lo pronunciò due mesi e mezzo prima di essere ucciso, il 29 luglio 1987, quando in un intervento all’assemblea dell’Organizzazione per l’Unità Africana sfidò i colleghi ad assumere una posizione unitaria in materia: da un lato – sosteneva –, non avendo mezzi sufficienti, era impensabile che i paesi africani potessero saldare il debito estero, dall’altro quest’ultimo era stato in gran parte prodotto su consiglio delle stesse organizzazioni internazionali, come via per promuovere uno sviluppo che non c’era mai stato e pertanto non era responsabilità dei governi africani. «Vorrei che questa nostra conferenza adotti la necessità di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito… Questo per evitare che ci facciamo assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo si rifiuta di pagare il debito, io non sarò presente alla prossima conferenza», affermò profeticamente. Nella stessa occasione aveva aggiunto che l’Africa doveva anche liberarsi dal potere dell’industria bellica, investendo le ingenti risorse utilizzate per comprare armi verso investimenti più utili e produttivi per la società.

Molti considerano questo discorso come la svolta che avrebbe condotto Sankara di lì a poco alla morte. In realtà i nemici del leader burkinabè erano parecchi, e non soltanto all’esterno del suo paese. All’amicizia con i sandinisti si è già accennato, e Sankara ebbe legami anche con molti movimenti di liberazione (dai palestinesi ai sahrawi). Di fatto i suoi rapporti furono più articolati di quel che sembra e il Burkina Faso trovò più di un interlocutore nella regione e nel mondo: se le relazioni con la Libia di Gheddafi furono inizialmente cordiali, tra i paesi “progressisti” con cui furono migliori vanno segnalati l’Etiopia, l’Angola, il Mozambico, il Congo, il Gabon, il Madagascar e il Ghana di Jerry Rawlings. Con il blocco socialista i rapporti non furono così eccellenti: negli approcci dell’Urss, Sankara vedeva un tentativo di penetrare nella regione africana su cui insisteva il Burkina Faso più che un sincero sforzo di operare un cambiamento. Molto più stretti furono invece i legami con Cuba, che del resto meglio rispondeva all’impostazione terzomondista di Sankara e con cui si crearono collaborazioni anche sul piano economico.

Nella regione – oltre alla vivace campagna sankarista contro il regime sudafricano dell’apartheid – le relazioni più critiche furono quelle con il presidente della Costa d’Avorio, Félix Houphouët-Boigny, espressione di un ceto politico africano legato al potere ex coloniale. Già ministro del governo francese prima di diventare presidente ivoriano, Houphouët-Boigny era il principale alleato di Parigi in Africa occidentale. C’è chi vede nel matrimonio della figlia adottiva del leader ivoriano, Chantal Terrasson de Fougères, con il ministro burkinabè della Difesa, Blaise Compaoré, le premesse della fine della rivoluzione sankarista.

La ricerca di una completa indipendenza del paese doveva per forza di cose passare da un cambiamento nei rapporti con la Francia, con i cui leader gli scontri verbali e diplomatici – anche per il sostegno burkinabè agli indipendentisti della Nuova Caledonia – erano all’ordine del giorno. Nel corso degli anni di governo, Sankara provò a ridurre la dipendenza da Parigi, che controllava i settori chiave dell’economia di Ouagadougou. Sankara riuscì faticosamente a rinegoziare le condizioni degli accordi economici bilaterali, finendo effettivamente per indebolire la posizione francese, anche se gli scambi commerciali con l’ex madrepatria, ora impostati su basi più eque, alla fine aumentarono. La riduzione della dipendenza dalla Francia si tradusse anche in una diversificazione dei rapporti con gli occidentali: l’Italia fu uno dei paesi che maggiormente in quegli anni incrementò i suoi scambi e la cooperazione con il Burkina Faso.

Ancora oggi l’assassinio di Thomas Sankara, avvenuto nel suo ufficio nel pomeriggio del 15 ottobre 1987 insieme con altre tredici persone, non ha responsabilità chiare. Come si è visto, molti erano i suoi nemici: la Francia, la Costa d’Avorio, ambienti espressione degli interessi del Fondo monetario e della Banca mondiale, gli Usa (che non apprezzavano l’amicizia del Burkina Faso con alcuni loro nemici), la stessa Libia (con Gheddafi i rapporti si erano rapidamente deteriorati), il liberiano Charles Taylor… Sicuro beneficiario dell’assassinio fu proprio il suo ex sodale, Blaise Compaoré, con il quale erano sorte molte divergenze sulla conduzione del paese e che assunse la guida del paese per promuovere la «correzione» della rivoluzione.

L’uscita di scena di Compaoré, nell’ottobre del 2014, sull’onda delle proteste popolari, e la sua fuga – guarda caso – in Costa d’Avorio, hanno suscitato nei burkinabè la speranza di giungere alla verità sull’omicidio di Sankara. L’effimero golpe, nel settembre del 2015, condotto dal generale Gilbert Diendéré, ritenuto da molti l’esecutore dell’assassinio di Sankara nel 1987, è apparso a molti come la conferma che la transizione verso la democrazia avrebbe potuto scoperchiare le responsabilità su quella vicenda. È del resto ipotizzabile che alla verità giudiziaria, una volta raggiunta, si accompagni un processo di sedimentazione e riflessione storiografica, che superi l’attuale storiografia su Sankara, che è largamente agiografica, e ne affronti la vicenda con maggiori elementi di valutazione.

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