La farfalla e la prostituta. Come la musica nera racconta il decennio della grande crisi americana

Capozzi

Di Eugenio Capozzi (Università Suor Orsola Benincasa)

Da più di mezzo secolo, la black music rappresenta una fonte di primaria importanza per comprendere i mutamenti della comunità afroamericana statunitense. Gospel, rhythm’n’blues, soul, funky, disco music, hip hop, r’n’b ne hanno espresso costantemente con immediatezza umori, paure, conflitti, aspirazioni: perché la musica popolare di massa nera, più di quella bianca, è rimasta strettamente connessa alle sue radici identitarie, e diffusamente condivisa come mezzo di comunicazione socialmente trasversale.

Le canzoni, e poi ancor più diffusamente il rap, hanno raccontato meglio di saggi o di trattati i passaggi chiave di quella storia: le lotte per l’uguaglianza civile, le pulsioni sovversive, il grande moto di integrazione economica e socio-culturale degli anni Settanta e Ottanta, la crescita della grande criminalità legata al traffico di droga, l’emergere di una borghesia e di una classe media afroamericana, la loro crescente presenza nella rappresentanza politica a cavallo del nuovo millennio.

Analogamente oggi, nelle opere dei musicisti black più popolari, si ritrovano molti elementi fondamentali per comprendere la nuova fase di tormentosa evoluzione vissuta dagli Stati Uniti nell’ultimo decennio, in coincidenza con i due mandati del primo presidente afroamericano e parallelamente alla grande crisi economico-finanziaria globale. Praticamente ovunque nella musica nera più recente, anche in quella più mainstream, emerge una rinnovata tensione politica, una tendenza ad esprimere rabbia e protesta come nelle fasi più acute delle discriminazioni razziali: soprattutto a partire dalle ripetute uccisioni di giovani afroamericani da parte della polizia e dalle rivolte di strada ad esse seguite, culminate nella nascita del movimento “Black Lives Matter”.

L’artista che negli ultimi anni ha incarnato con più successo e carisma questo rinnovato corso “impegnato” è sicuramente il californiano quasi trentenne (classe 1987) Kendrick Lamar. I suoi due album più recenti, Good kid, M.a.a.d. City (2012) e To pimp a butterfly (2015), rappresentano la versione più aggiornata dell’epopea del rapper uscito dal ghetto (l’autore proviene dal famigerato quartiere Compton di Los Angeles).

Ma nell’affresco ambizioso di Lamar non si ritrova il cinico disincanto, o addirittura il compiacimento, tipico di molti tra i suoi ispiratori gang-rappers, come Snoop Dogg, Kanye West o Jay Z. La sua opera è ispirata da un’appassionata visione etica e religiosa cristiana, e da una precisa intenzione pedagogica: salvare i giovani neri delle metropoli dal degrado, e restituire coscienza civile, dignità, senso identitario all’intera comunità afro.

Nel suo sforzo, Lamar richiama – in maniera sincretistica e non sempre coerente – molte espressioni della black awareness, dal ribellismo delle Black Panthers alla militanza non violenta di Martin Luther King. La sua visione della storia afroamericana è quella di un processo drammaticamente interrotto, in cui il patrimonio culturale e le potenzialità di sviluppo dei neri vengono “prostituiti” dal potere dell’establishment bianco (è proprio questo il senso del titolo To pimp a butterfly) e dalle molteplici seduzioni della società consumistica.

Da una tale rappresentazione deriva però, fatalmente, la tendenza a ridurre quella storia ad un eterno ritorno della contrapposizione tra peccato e redenzione, in cui passano in secondo piano i cambiamenti decisivi che quella comunità ha attraversato nell’ultimo mezzo secolo. Resta sullo sfondo la dialettica tra la lunga fase di reale crescita sociale dei neri americani a fine Novecento e la persistente complessità di una comunità che ha visto nell’ultimo ventennio accrescersi la diffusione delle droghe, l’economia illegale e la deriva alla disgregazione dei nuclei familiari, e ora addirittura manifestarsi per la prima volta anche i primi segni del declino demografico.

Ma l’approccio manicheo di Lamar esprime bene una deriva “populista” – spesso profondamente intrisa di conspiracy theory – che ha conquistato ormai una parte consistente dell’opinione pubblica afroamericana, risucchiando anche le sue classi più colte e socialmente influenti.

Una deriva a cui si adeguano ora significativamente varie espressioni della black music di questi anni. Come nel caso di D’Angelo (al secolo Michael Archer), artista virginiano tra i principali esponenti del new soul di fine anni Novanta (insieme ad altri come Erikah Badu o Lauryn Hill), poi sparito dalle scene per più di un decennio e riemerso nel 2014 con il nome di D’Angelo and the Vanguard con l’album Black messiah: in cui rivernicia il suo elegante funk con qualche proclama (confuso e di seconda mano) di riscossa nera e lotta al colonialismo culturale WASP.

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Lo smarrimento e la marginalità crescenti della classe media nera, di cui il nuovo populismo espresso da Lamar e D’Angelo è il segno, si possono leggere, in forma molto diversa, anche nella produzione del musicista che, coetaneo e conterraneo di Lamar (anche lui losangelino e nato nel 1987), ne è per altri versi la perfetta antitesi: Frank Ocean (al secolo Christopher Breaux), oggi il più popolare tra gli eredi della soul ballad “classica” fondata in altri tempi da Marvin Gaye e Stevie Wonder.

Ocean, a differenza di Lamar, non viene infatti da ghetti come quello di Compton ma dai sobborghi piccolo- e medio-borghesi di L.A. (benché nato a New Orleans), e si è formato musicalmente nel collettivo hip hop Odd Future, insieme a talenti ancor più giovani di lui come Tyler, The Creator e Earl Sweatshirt. Il suono e i testi elaborati da questi ragazzi sono lontanissimi dalla realtà dei quartieri degradati, ma non per questo sono più gioiosi o ottimisti: dipingono anzi una vita priva di punti di riferimento, popolata di ossessioni, di visioni e di incubi violenti.

Nei suoi album solisti – in particolare Channel ORANGE (2012) e Blonde, pubblicato a settembre 2016, Ocean propone melodie ricche e seducenti, innestate però su architetture armoniche minimali, e soprattutto accompagnate da liriche che comunicano un senso di sconfitta esistenziale slegato da qualsiasi riferimento comunitario e sociale. Storie di legami precari e di una fragilità senza rimedio, di vite immerse costantemente nella nebbia delle droghe e dell’alcool, alla ricerca del conforto di piaceri effimeri. E’, appunto, ciò che rimane della generazione dei “figli di Obama”, da cui sembrava sembrava dover venire la nuova classe dirigente statunitense.

Il crescente senso di scontento complessivo della società afroamericana, e soprattutto lo smarrimento della sua classe media, si percepiscono infine  con la massima evidenza proprio nella produzione più recente della musicista che invece ne rappresenta egregiamente la fascia davvero vincente: parliamo di Beyoncé Knowles, da un quindicennio regina incontrastata dell’r’n’b, che con il marito rapper e produttore Jay-Z incarna oggi il massimo esempio di un vero e proprio establishment socio-economico nero.

Nell’ultima opera di Beyoncé, Lemonade, pubblicata nella primavera di quest’anno, si nota infatti un costante contrasto tra una forte professione di fede nell’autoaffermazione individuale e collettiva degli afroamericani (con particolare insistenza sull’empowerment femminile), e l’avanzare di un senso di allarme e di pericolo, condensato nell’idea che quell’intera comunità sia posta di nuovo sotto attacco.

Una sensazione che si traduce in brani concepiti per reagire allo spettro di una nuova minorità e dare nuova linfa all’orgoglio culturale nero: come Formation accompagnata da un video girato a New Orleans sui luoghi dell’uragano Katrina – o Freedom, in cui la voce di Beyoncé sembra congiungersi all’eredità di Aretha Franklin, e si fa accompagnare, non a caso, proprio dalla predicazione rap di Kendrick Lamar.

Ma la nuova vocazione “pasionaria” di Beyoncé non intacca, ed anzi conferma, l’immagine di una comunità afroamericana in preda alla confusione, ormai profondamente divisa tra una ristretta nuova “aristocrazia” in grado di fare sentire decisamente la propria influenza sul potere politico ed economico ed un conglomerato di classi inferiori sempre più lontane da un modello realistico di promozione sociale.

Il decennio amaro della incerta presidenza obamiana, della grande recessione, del disagio della globalizzazione penetrato fin nel cuore d’America, trova in questa dinamica disgregativa una tra le sue caratteristiche più inquietanti. La nuova generazione dei musicisti black la sta raccontando in simboli di grande impatto ed efficacia, portando alla luce però insieme ad essa anche le sue profonde incertezze e contraddizioni identitarie.

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