In ricordo di Paolo Prodi: un articolo per Ricerche di Storia Politica

Ricerche di Storia Politica vuole ricordare Paolo Prodi ripubblicando un suo articolo uscito nel n. 2/2003 della rivista, dal titolo La sovranità divisa: uno sguardo storico sulla genesi dello “jus publicum europaeum”. L’articolo è introdotto da una nota di Paolo Pombeni e da un profilo biografico di Riccardo Brizzi.

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Profilo biografico di Paolo Prodi: di Riccardo Brizzi

Paolo Prodi (1932 – 2016). Storico e intellettuale ha insegnato storia moderna all’Università di Bologna, Trento (dove è stato rettore dal 1972 al 1977), e Roma La Sapienza. È stato membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, tra i fondatori dell’Associazione Il Mulino e per un decennio presidente della Giunta Centrale per gli Studi Storici. Laureatosi all’Università Cattolica, ha completato la sua formazione a Parigi e a Bonn dove frequentò Hubert Jedin da lui ricordato, insieme a Delio Cantimori, come i maestri che influenzarono le sue iniziali scelte storiografiche. Con lo stesso Jedin fondò, nel 1973, l’Istituto storico italo-germanico di Trento, che ha diretto a lungo. Dopo gli studi sulla figura di Gabriele Paleotti e sull’età tridentina, ripercorsa nelle sue molteplici influenze religiose, politiche ma anche artistiche (fondamentale il suo saggio Ricerche sulla teorica delle arti figurative nella riforma cattolica, 1962) ha posto al centro del suo percorso storiografico la genesi della modernità, indagata nei suoi caratteri costitutivi ma anche nella sua proiezione sul lungo periodo. Ne Il sovrano pontefice (Il Mulino, 1982) accantonando l’interpretazione tradizionale della monarchia papale come residuo di un apparato medievale, egli evidenzia nella figura del papa-re l’esperienza paradigmatica di un modello statuale nel quale la religione è incorporata nella sfera della politica. Analizzando negli studi successivi la tensione dialettica fra sacro e potere politico, esaminata nelle molteplici intersezioni fra storia politico-istituzionale, storia della Chiesa, storia economica e del diritto (Il sacramento del potere, Il Mulino, 1992; Una storia della giustizia, Il Mulino, 2000; Profezia vs utopia, Il Mulino 2013), Prodi ripercorre la storia della civiltà occidentale cogliendone, nell’alterazione di quell’equilibrio, la causa del suo declino nell’età della globalizzazione (Homo Europaeus, Il Mulino, 2015).

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Introduzione al saggio di Paolo Prodi: di Paolo Pombeni

Non servono molte parole per spiegare le ragioni della ripubblicazione di questo saggio che Paolo Prodi con generosità accettò di affidare alla nostra rivista. Quel che scrivemmo allora nella “nota di redazione” rimane assolutamente valido e riproporlo non è sospettabile di essere il classico “de mortuis nihil nisi bonum”. Oggi, nel rimpianto per la scomparsa di un uomo che per alcuni di noi è stato anche un amico, confermiamo quel che scrivemmo allora. Paolo Prodi è stato un maestro nel senso alto e non retorico del termine perché sapeva “allargare la mente” di chi si accostava a lui e alla sua opera. Non era un accademico, era un uomo di pensiero, tormentato e di conseguenza anche capace di generose sviste come sono le persone di quel genere.

A noi, che abbiamo sempre creduto che la storiografia sia anche e soprattutto “pensiero”, le sue proposte di riflessione hanno insegnato tanto. In un contesto che corre sempre a “guardare fuori” per scoprire la lunga durata, la storia concettuale e via elencando, quasi che il nostro paese fosse una desolata provincia periferica della repubblica delle lettere, ricordare Paolo Prodi significa ribadire che le cose stanno in maniera diversa: la sua opera è lì a testimoniare che qui abbiamo tutti operato in una “officina” (per usare un termine che amava) dove fluivano le informazioni e si era partecipi del grande dibattito di una storiografia consapevolmente alle prese con i travagli del proprio tempo.

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LA SOVRANITÀ DIVISA: UNO SGUARDO STORICO SULLA GENESI DELLO JUS PUBLICUM EUROPAEUM*

Divided Sovereignity: a historical survey of jus publicum europaeum from its origins.

This essay, which formed the inaugural address to the Academic Year 2002-2003 at the University of Bologna, sets out to analyze the crisis affecting the State system as born in the modern era as well as the so-called jus publicum europaeum. The crisis broadly consists in the State loosing its monopoly on the use of violence, whether internationally (where new entities, such as terrorist organizations, have usurped such powers) or on the domestic front (with the failings of the penal system). The Author takes two key points in the development of the modern State, viz. Constitutional evolution and the separation of powers, and concludes that the survivial of liberal-democratic society as it has come down through the centuries is owed largely to a dialogue being kept open between the legal and religious worlds, combined with the importance of the University in its historical role.

Nota di redazione:

Pubblicando questo intervento di Paolo Prodi, che è il testo della sua prolusione all’apertura dell’anno accademico 2002-2003 dell’Università di Bologna, la nostra rivista ritiene di offrire un importante contributo di riflessione ai suoi lettori. Per quanto la nostra specializzazione sia l’ambito della storia contemporanea, non abbiamo mai pensato che si possa fare seriamente ricerca storica senza «respiro». Questo significa apertura in molte direzioni: sia su ambiti cronologici ampi, sia su problematiche complesse che non possono trovare risoluzione nella semplice ottica dell’analisi di «casi di studio».

Abbiamo «incrociato» l’intervento di Paolo Prodi sia per ovvie ragioni accademiche (la collocazione di molti di noi nell’Ateneo Bolognese), sia per ragioni di amicizia verso un «maestro» che ci ha sostenuto con la sua attenzione e simpatia. Ci è parso un testo importante, di quelli che appunto «allargano la mente». Per questo abbiamo deciso di offrirlo ai nostri lettori. Ci auguriamo anche di poter avere altre occasioni in futuro di ospitare scritti di questo genere, perché siamo convinti che la storiografia sia, prima di tutto, «pensiero».

1. Uno sguardo all’oggi

Il problema che forse ci tormenta più di tutti gli altri, in modo conscio od inconscio, in questo momento storico di mille incertezze, in quest’età della globalizzazione, è, al di là delle dispute politiche e delle diverse diagnosi proposte, la frammentazione della sovranità, la mancanza di un punto ultimo e supremo cui fare riferimento per la definizione della nostra identità collettiva e per la soluzione dei conflitti.

Da alcuni secoli, sino alla nostra generazione, alla generazione cioè che ha affrontato al termine della sua maturità il passaggio del millennio, questo punto ultimo era costituito dallo Stato come unico vero soggetto politico, come unico titolare del potere e della violenza (legittima o affermata come tale) sia all’esterno, con la guerra, sia al proprio interno, con la giustizia penale. Con il contenimento della violenza al di fuori del territorio, del «confine» e del quotidiano, lo Stato ha fornito ai nostri avi e a noi la possibilità della pace e dell’ordine nelle condizioni che erano ritenute «normali», con esclusione cioè del nemico e del «delinquente», a prezzi molto alti.

Innanzi tutto il prezzo della guerra come sacrificio di intere generazioni, sacrificio ritenuto periodicamente necessario per la coesione della comunità politica, sia essa costruita nella sua prima versione intorno alla figura del monarca nell’antico regime sia ancor più nella patria-nazione dopo la rivoluzione francese. L’amore per lo Stato-patria è stato la religione vera degli ultimi secoli: il dono della propria vita è stato visto come l’atto supremo di annullamento dell’individuo ma anche come unica possibilità permessa di esercitare la violenza, esclusa dalla vita di tutti i giorni, non soltanto come legittima ma anche come meritoria. Solo gli eserciti appartenenti a Stati riconosciuti come unici soggetti del diritto internazionale erano autorizzati all’uso della violenza1. La prima guerra mondiale ha rappresentato in qualche modo l’apice di questo processo con un prezzo che ha messo in crisi negli anni seguenti tutte le società europee. La seconda guerra mondiale ha segnato l’implosione di questo sistema e l’inizio della nuova epoca: la shoa, l’esperienza dei campi di concentrazione e di sterminio, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, il prevalere delle vittime civili su quelle militari hanno fatto crollare la distinzione secolare tra normalità e anormalità, tra pace e guerra.

Anche il problema dei totalitarismi può essere meglio compreso se li consideriamo, sia pur non in forma esclusiva, come ultimo perverso tentativo messo in atto per far sopravvivere il sistema statale in crisi, come sforzo di ricreare la sacralità dello Stato assimilando la teologia all’interno della politica: una sorta di fondamentalismo (comunista, nazista o fascista) che ha fuso l’ideologia con il potere, nello sforzo di possedere e dominare l’uomo dalla nascita alla morte, criminalizzando gli avversari. Ma ciò non ha portato (nemmeno nella lunga agonia dell’ideologia totalitaria sopravvissuta, il comunismo) a nuove strade: l’impotenza dell’Onu nel gestire il nuovo equilibrio postbellico e la decolonizzazione ne sono la testimonianza più forte. Anzi la bomba atomica e la guerra fredda hanno congelato la situazione nell’ultimo cinquantennio con una sopravvivenza forzata del sistema degli Stati all’ombra delle due superpotenze, sopravvivenza pagata con la cessione di una rilevante parte della loro sovranità reale.

Quando il collante dei due blocchi contrapposti è venuto meno, con la caduta del sistema sovietico nel 1989, siamo precipitati nel caos: con questo collasso, infatti, non è finita soltanto la guerra fredda ma è crollato anche il sistema degli Stati che aveva retto prima l’Europa e poi il mondo intero negli ultimi cinquecento anni.

In secondo luogo il prezzo pagato per mantenere la tranquillità all’interno dello Stato moderno (rispetto al sistema premoderno della giustizia/violenza diffusa, con la faida e l’esclusione dell’individuo dal gruppo) è stato quello della costruzione di un sistema penale come strumento per il monopolio della violenza all’interno, sistema basato sulla delega allo Stato della repressione del crimine, sulla pena di morte e sullo sviluppo di un universo carcerario come recinto per i nemici interni.

Con gli sviluppi degli ultimi cinquanta anni sul piano sociale e tecnologico anche questo sistema della giustizia penale è entrato in crisi. Esso è divenuto un peso insopportabile non soltanto per la difesa dei diritti umani ma per lo stesso Welfare State (basta pensare ai dati quantitativi della popolazione carceraria non soltanto italiana ma dei paesi più avanzati come gli Stati Uniti2). Il dibattito sulla droga, tra proibizionisti e antiproibizionisti, è forse il segnale di uno smarrimento di fronte all’incapacità del sistema statale di mantenere la coerenza dell’ordine sociale: la pena di morte è fortunatamente sempre più in contraddizione con le coscienze liberali e democratiche ma la stessa soluzione carceraria rivela ogni giorno di più la sua impotenza, con oscillazioni continue, nelle soluzioni legislative proposte, tra l’affermazione di un garantismo sempre più esteso e la paralisi delle procedure, tra la necessità di de-penalizzazione di molti reati e il ricorso a nuove sanzioni di limitazione della libertà anche per le categorie, come i minori, tradizionalmente protette nella storia secolare dello Stato di diritto3.

Soprattutto è venuto meno il principio della territorialità della legge e del potere coercitivo affidato allo Stato. Senza riprendere discorsi ben noti sull’avvento della società tecnologica, rimane il fatto che nell’ultimo cinquantennio l’impotenza della legge nel regolare e controllare i conflitti all’interno di un singolo paese è diventata palese a tutti. Naturalmente vi sono delitti che vengono sempre perseguiti dai procuratori della repubblica: le cronache dei delitti passionali che riempiono i mass media ci farebbero quasi tenerezza quando sono basati sui sentimenti primordiali che un tempo venivano chiamati vizi capitali o la gelosia; essi ci ricordano un vecchio mondo scomparso in cui tutte le cose erano o si presumeva dovessero andare al loro posto. Ma anche nella gestione che viene fatta di questi casi c’è un problema enorme. Come è stato osservato4 anche la punizione del comune crimine non viene più affidata allo Stato come nostro delegato «super partes» e neutro: la società si riappropria attraverso i mezzi di comunicazione della violenza che aveva delegato allo Stato per esercitarla in qualche modo in proprio, ri-privatizzandola, particolarmente mediante la televisione. La crisi della giustizia consiste anche in questo.

Quanto ai grandi reati del nostro mondo di oggi, dai diritti umani alla grande finanza, all’ambiente, essi non avvengono più in uno spazio determinato ma evaporano sfuggendo alle maglie statali che cercano invano di controllarli, rogatorie e non rogatorie internazionali. Emergono tentativi di costruzione di strutture internazionali di giustizia, come la Corte penale internazionale, ma si può affermare che si tratta soltanto delle prime fondamenta di un edificio ancora da progettare e da erigere: l’unico vero sistema globale che è già nato è il diritto prodotto dalle grandi agenzie legali internazionali, imposto dalla forza economica del sistema delle imprese, il grande arbitrato internazionale per la soluzione delle controversie tra le grandi corporazioni; è nell’arbitrato che transitano tutte le cause più importanti svuotando la funzione della giustizia statale tradizionale alla quale rimangono soltanto le cause minori.

Questi due processi, nei rapporti internazionali e all’interno, relativi alla fine del monopolio della violenza da parte dello Stato, hanno trovato il loro compimento simbolico nella tragedia dell’11 settembre del 2001. La strage di New York segna la fine di un’epoca intera della storia dell’umanità: non è soltanto un atto di terrorismo tra molti altri. Essa significa che è venuto meno lo stesso confine tra la pace e la guerra, che gli Stati hanno perduto il monopolio della forza, che la violenza è sfuggita al canale della «guerra» per infiltrarsi nelle nostre società planetarie senza che gli organismi soprannazionali siano in grado di contrastare i nuovi centri di potere occulti che sono sottratti al controllo della politica. Parlare di «guerra» al terrorismo, almeno dal punto di vista storico, è oggi un non senso. Parlare di guerra «diffusa» è un non senso. Parlare di «Stati canaglia» significa riconoscere la fine di un diritto internazionale secolare e rende necessario l’avvio di un diritto penale sovrastatale.

Questa trasformazione è certamente favorita dallo sviluppo delle nuove tecnologie: da una parte si è aperta la possibilità anche per piccoli gruppi di disporre di armi di una potenza prima impensabile (dalle armi chimiche e batteriologiche alle atomiche fatte quasi in casa) capaci non soltanto di uccidere, ma di paralizzare la vita economica di interi paesi; dall’altra la complessità delle attuali strutture sociali in cui viviamo, dalle grandi metropoli con decine di milioni di abitanti alle reti dei trasporti e delle comunicazioni informatiche (le Twin Towers sono il simbolo di tutto questo) rende le nostre società assolutamente fragili e quasi indifese o indifendibili di fronte alle nuove incarnazioni della violenza, compresa la violenza mascherata dei non violenti. Ormai purtroppo è dimostrato che pochi individui votati al suicidio possono, anche senza armi, produrre disastri immensi senza che si possano mettere in atto strumenti efficaci di prevenzione. Tutte le precauzioni che si possono e si devono prendere per la difesa delle nostre società democratiche rischiano quindi di essere controproducenti perché mettono in pericolo i fondamenti stessi della democrazia e della libertà, accentuando il controllo sull’opinione pubblica, sui comportamenti dei singoli, attenuando i diritti e le libertà fondamentali, esasperando le diffidenze tra le persone e i gruppi di diverso orientamento religioso o culturale.

2. La tesi storica

Se c’è qualcosa di vero in quanto detto, allora (questo è il campo particolare dello storico) noi dobbiamo cercare di comprendere che la crisi non deriva dagli avvenimenti dell’ultimo decennio ma che l’ultimo decennio rappresenta soltanto l’ultimo segmento di un ciclo secolare. La diagnosi sulla nostra sorte come uomini-animali politici (nel senso aristotelico) è molto diversa se pensiamo che il ciclo che ora si chiude (su questo non mi pare vi siano dubbi) sia iniziato da alcuni anni (dalla caduta dell’URSS), da alcuni decenni (dai totalitarismi), da due secoli (dall’illuminismo) o dall’inizio di quella che noi chiamiamo età moderna ovverosia dalla nascita del sistema degli Stati e di quello che è stato definito come lo jus publicum europaeum.

Lo storico non ha naturalmente la presunzione di poter indicare il nuovo che nasce, di cogliere le linee del futuro, ma può certamente contribuire ad eliminare gli errori e soprattutto a demistificare i venditori d’illusioni. Le conseguenze di questa vendita delle illusioni o della strumentalizzazione della storia per scopi di parte sono ben visibili nelle discussioni storiografiche degli ultimi tempi: l’illusione che la vera storia, quella che conta, sia soltanto quella del Novecento; i falsi revisionismi storici che cancellano il problema dei totalitarismi o all’opposto ritengono che essi costituiscano il nostro problema d’oggi mentre appartengono soltanto al passato. In realtà tutto si lega e, per usare l’espressione già usata da Ernst Kantorowicz già molti decenni or sono, tutto il nostro assetto politico moderno è legato in un sistema organico al principio del «mourir pour la patrie»: il sacrificio accettato e condiviso del nuovo martirio dell’età moderna ha costituito il collante sociale della nostra civiltà non soltanto nei periodi d’eccezione come le guerre ma anche nei comportamenti della vita quotidiana, dall’adempimento dei doveri fiscali a tutto il resto5. Venendo meno questo principio è tutto il sistema degli Stati moderni che è messo in discussione, non soltanto il morire in battaglia e il relativo inno nazionale. Il passaggio dagli eserciti di leva obbligatoria a quelli professionali non può essere ridotto a un problema tecnico-militare ma è un problema eminentemente politico che tocco il nucleo della nostra coesione statuale. Si può e si deve esaminare il tema da vari punti di vista anche rimanendo sul piano della storia etico-politica, senza affrontare i problemi più generalmente sociali ed antropologici con essa connessi. Io qui mi limito ad alcuni accenni su due problemi centrali: quello relativo al processo d’elaborazione costituzionale e quello della separazione dei poteri.

3. Il processo costituzionale

I colleghi costituzionalisti sono posti in questo periodo al centro dell’attenzione pubblica: la crisi della nostra costituzione nazionale e la sua modifica, particolarmente con l’introduzione di principi di federalismo nelle modifiche apportate al titolo V della nostra costituzione; le grandi tensioni sulla divisione dei poteri, tra potere politico e magistratura; la partecipazione ai dibattiti per la stesura della carta costituzionale europea. Credo che se prevarrà una visione miope che veda solo i problemi tecnici nella corta distanza, senza una visione di lungo periodo, il nostro sistema sarà messo in serio pericolo.

Per quanto riguarda la nostra esperienza italiana gli interventi di restauro costituzionale hanno lesionato la stabilità complessiva di un edificio che stava ancora in piedi su complesse strutture sedimentate nel corso della storia: le territorialità regionali si affermano come piccoli Stati all’interno del grande Stato nazionale proprio mentre questo si sta svuotando e risulta quindi del tutto incapace di costituire un elemento di coesione secondo gli schemi del vecchio federalismo. La applicazione di concetti privatistici alla burocrazia e lo spoil system hanno incrinato le strutture burocratiche che, sia pure faticosamente e per forza d’inerzia, tenevano ancora in piedi lo Stato. Va scomparendo ogni confine certo tra la sfera pubblica e la privata, altro cardine della nostra antica convivenza.

La proiezione in campo europeo delle nostre carte costituzionali, oltre che rimanere estranea alla tradizione anglosassone, che ha seguito un percorso ben diverso, rischia di produrre un edificio vecchio anziché nuovo proiettando a livello europeo istituti ormai in crisi a livello statale. La stessa divisione che si viene formando tra europeisti ed euroscettici non può portare in alcuna direzione se riproduce la divisione tra sostenitori della sopravvivenza degli stati-nazione e sostenitori di un nuovo stato federale europeo.

Se noi riusciamo a vedere il problema nel lungo periodo e ci riportiamo nel periodo della genesi dello Stato moderno scopriamo che il «costituzionalismo» non è consistito soltanto nella formulazione di carte costituzionali all’interno dello Stato-nazione, come è avvenuto dalla fine del Settecento: in realtà si tratta di un «processo» ben più complesso e lungo che parte dai giuramenti collettivi dei comuni italiani del medioevo e si estende anche a tutta la società della prima età moderna che è stata definita recentemente come società «giurata» o «contrattuale»6. Si è avuto in Occidente un cammino che, attraverso la dialettica dei ceti e delle istituzioni, la prevalenza del ceto medio borghese e del mercato, ha portato «all’affermazione di doveri e diritti comuni, improntati a valori condivisi, se non da tutti, almeno dalla maggioranza della popolazione» e quindi, con riforme e rivoluzioni, alla nascita delle moderne costituzioni7.

Dobbiamo vedere al centro di tutto questo processo il «patto», il «covenant» come base della costituzione del «civil body» politico: la secolarizzazione della politica tra il medioevo e l’età moderna non ha portato all’esclusione del Dio della tradizione giudaico-cristiana, ma alla sua estraniazione dalla lotta per il potere e alla sua definizione meta-politica come garante dei patti tra gli uomini. Se guardiamo le cose da questo punto di vista anche tutta la discussione in corso sulle radici cristiane dell’Europa può essere sviante in entrambe le tesi contrapposte: ciò che è alla base del processo costituzionale europeo e che ha permesso la crescita nel corso dei secoli del sistema pattizio che lo caratterizza è proprio il dualismo, nato in seno al cristianesimo occidentale, tra la politica, delimitata a un ambito ben preciso e terrestre, e l’ambito meta-politico che investe i grandi temi della salvezza dell’uomo: in base a questo dualismo la politica è potuta divenire un insieme di regole pattizie e una scienza del bene comune. Le minacce più gravi per l’Europa sono venute dalle tendenze contrapposte in senso teocratico, con l’assorbimento della politica nel sacro e, in senso contrario, con l’assorbimento del sacro nella politica. La mancanza di una distinzione e di una dialettica tra i due poli porta alla distruzione dell’edificio costituzionale europeo, come hanno dimostrato le tendenze teocratiche da una parte e i totalitarismi dell’ultimo secolo dall’altra. L’occasione storica della elaborazione di una carta costituzionale europea non può essere elusa riducendo il problema ad un semplice minimo comune denominatore delle carte costituzionali nazionali o ad un’enunciazione, pur importante dei diritti fondamentali dell’uomo, ma deve tradursi in un recupero della tradizione europea, nella fondazione di un nuovo patto politico.

In questa discussione non può essere assente, naturalmente, una riflessione sulla distanza che passa tra la costituzione americana, erede di questa cultura secolare del «patto», e le costituzioni nate alcuni decenni dopo nel corso della rivoluzione francese, costituzioni teologizzate che crescono all’interno della trionfante ideologia dello Stato nazione. Questa riflessione è quanto mai utile in questo momento storico in cui il cammino dell’America sembra distaccarsi dal cammino dell’Europa. Al contrario di quanto comunemente si pensa uno dei grossi problemi di oggi è quello che anche gli Stati Uniti non sono più probabilmente la «terra promessa» dei Padri fondatori né la «democrazia d’America» illustrata da Tocqueville e che anch’essi devono affrontare insieme con noi e con le nostre stesse difficoltà l’ingresso nel nuovo millennio.

Per costruire la sovranità come identità collettiva sono state perseguite nella storia moderna due strade: quella decisionista mirante alla costruzione di un’unità organica intorno a un nuovo principe e quella contrattualista. L’alternativa nella dicotomia decisone/contratto ripropone il problema emerso nella fuoriuscita dal medioevo e dalla respublica christiana, soltanto che ora non sappiamo dove è il potere, se vi è il principe e chi è. Non credo che sia in vista un impero da alcuni individuato come un fantasma che si aggira per il mondo attuale o incarnato in una superpotenza8, ma certo non possiamo nemmeno continuare a credere che il potere esista ancora, controllato e diviso secondo la formula classica ( legislativo, esecutivo, giudiziario), nei suoi vecchi contenitori.

4. Separazione dei poteri o divisione del potere

Un elemento di confusione deriva infatti da un appiattimento quasi scolastico delle discussioni di oggi sulla dottrina di Montesquieu, aggiornata soltanto ed ampliata ad un quarto o quinto potere. Bisogna invece dichiarare apertamente che il principio della separazione dei poteri si è affermato all’interno di una sovranità indivisa e di un quadro statale territoriale ben determinato: potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono distinti ma all’interno dello Stato. Venendo ora meno questo contenitore comune la divaricazione tende per forza ad assumere tendenze esplosive.

Anche a questo proposito penso che sia utile uno sguardo alle radici della libertà occidentale. La separazione dei poteri è soltanto l’ultimo tratto, l’ultima incarnazione storica del principio cardine della nostra libertà, razionalizzata dal grande pensiero illuminista: la non coincidenza del sacro con la politica, delle leggi religiose con quelle civili. Sarebbe ora importante camminare a ritroso nella storia dell’Occidente cercando di cogliere al di là della dottrina della separazione dei poteri il principio della divisione del potere. Una riflessione sull’età della sovranità divisa, sul faticoso e secolare cammino di separazione del potere politico dal potere sacrale.

L’illusione post-illuminista è stata quella di ritenere superato il problema della sovranità con la dottrina dell’autolimitazione del potere nell’orbita dello Stato liberal-costituzionale. In realtà i regimi costituzionali e parlamentari hanno riproposto nei nuovi panni della democrazia, con l’ingresso delle masse nella politica e la formazione dei partiti, il dominio completo dello Stato nazionale o Stato di potenza (Machtstaat) su tutta la vita associata: nell’Ottocento lo Stato moderno ha raggiunto la sua piena maturazione come «societas perfecta»9. Sia pure con diverse sfumature i grandi teorici del diritto dalla fine dell’ottocento, da Georg Jellinek in poi, hanno condiviso la fiducia nella possibilità di un controllo costituzionale della sovranità all’interno dell’unità dello Stato, sia pure con diverse soluzioni 10. Un primo scossone a queste certezze si ebbe nell’epoca dei totalitarismi: la trasposizione del sacro nella politica, con un cammino in qualche modo inverso a quello delle antiche teocrazie, poteva lasciare ancora qualche equivoco sulla complessità del processo di secolarizzazione ma certamente la «religione» comunista, come quella nazista o fascista, lasciavano poco spazio ai dubbi nelle menti illuminate11. Ora con il risorgere dei fondamentalismi di ogni specie l’equivoco non è più possibile: la fusione del sacro con la politica si riaffaccia in modo prepotente non soltanto nelle situazioni di eccezione (per usare in altra direzione la terminologia di Carl Schmitt) come il medio oriente e l’ex-Jugoslavia, ma anche nel cuore del mondo occidentale come reazione agli attacchi esterni.

Il problema è che la politica riguarda inevitabilmente la vita e la morte dell’uomo e non può essere ridotta ad un regolamento di condominio. Non può esistere, a mio avviso una «politica debole» una politica cioè in cui i conflitti possano essere superati con interventi pedagogico-educativi secondo le teorie di molti sociologi-filosofi (da Edgard Morin a tanti altri12) che negli ultimi decenni hanno cercato di portare un rimedio alla crisi delle tradizionali dottrine democratiche con più aeree meditazioni. Il potere infatti come violenza, come tendenza o pulsione dell’uomo al dominio sull’altro compenetra le relazioni sociali, dai nuclei elementari come la famiglia a quelli più complessi: lo scambio epistolare del 1932 tra Freud ed Einstein dovrebbe essere sempre ripreso quando si parla di guerra e di violenza13. La politica deve possedere la capacità di controllare la forza oscura del potere per poterlo trasformare in istituzioni e in diritto: se la politica è debole il potere trova altri spazi e altri strumenti per imporsi. Occorre cercare dove si situa o si nasconde il potere in ogni momento storico: molto spesso il potere non ha per niente un volto demoniaco o questo volto può essere mascherato dietro le prospettive più attraenti di paradisi terrestri, dietro le proposte più permissive e lassiste di abolizione delle regole; molto spesso la demonicità la scoprono soltanto gli storici a posteriori. Certamente il nuovo volto del potere oggi non può essere più quello fascista, nazista o comunista, volti tutti che supponevano la politica forte e lo Stato. Il nuovo volto del potere sembra consistere, per così dire, proprio nella mancanza del «volto» stesso: nel processo inevitabile di globalizzazione esso deriva dal venire meno della politica come patto, non soltanto nei riguardi delle povertà e della scarsità delle risorse ma anche nei riguardi delle generazioni future, per la conservazione degli esseri viventi e dell’ambiente.

Di fronte a questo problema la riflessione storica sulla radice pattizia della civiltà europea mi spinge a indicare due tesi che ritengo necessario sottoporre alla discussione.

In primo luogo sembra fondamentale per la sopravvivenza della civiltà liberale e democratica proprio la conferma del dualismo fondamentale di origine giudaico-cristiana tra la sfera del politico e la sfera del sacro o del meta-politico a cui prima abbiamo accennato. Un dualismo che deve tradursi nella compresenza di due ordinamenti distinti, in dialettica tra loro, sia sul piano delle istituzioni sia sul piano delle norme: la nostra intera civiltà giuridica è destinata a finire ove venga meno la dialettica tra le due sfere distinte della colpa morale (o peccato) e della colpa giuridica (o reato). Non so se le Chiese tradizionali che nel passato dell’Occidente, anche nei secoli del dominio dello stato moderno, sono state fondamentali per mantenere la distinzione tra la sfera della politica e la sfera del sacro potranno svolgere questo ruolo anche in futuro: rimane il fatto che la nostra esperienza storica ci porta a credere che il problema non possa essere visto puramente nella proclamazione dei diritti umani o di valori condivisi ma che debba esistere, perché vi sia realmente una divisione del potere, una dialettica all’interno della società tra la sfera della politica e del diritto e una sfera della meta-politica anche a livello istituzionale. Già oggi la difficoltà di un rapporto alla pari con l’Islam, per fare un esempio di ciò che voglio dire, deriva dal fatto che l’Islam non conosce l’istituzione Chiesa come distinta dalla sfera politica.

In secondo luogo penso che oggi in gioco non è soltanto la vita politica e che il problema non può essere ridotto ad una discussione sul «corporate government». Non possiamo certo affrontare qui il tema della globalizzazione ma è necessario introdurre una riflessione storica che ci porti a comprendere le istituzioni politiche e quelle economiche come strettamente intrecciate nella tradizione occidentale europea: ben prima del processo di industrializzazione l’invenzione del mercato è stata una delle principali espressioni politiche della società occidentale. Nella genesi dello jus mercatorum l’obbligazione è alla base sia della vita politica che di quella economica: prima di materializzarsi nelle costituzioni la vera divisione del potere si è sviluppata in una dialettica contrattuale. Nella nostra età, nella crisi della legge positiva statale, nel nuovo diritto che caratterizza le forme corporate e meta-nazionali del potere, lo squilibrio che si crea nel rapporto tra potere economico e potere politico rischia di minare le basi stesse del mercato. Il processo in corso infatti (è questo il punto che mi interessa sottolineare particolarmente) non potrebbe significare soltanto la fine della politica così come noi occidentali l’abbiamo pazientemente e dolorosamente costruita nell’ultimo millennio ma anche la fine del mercato, del «foro» come luogo della città in cui gli uomini si riuniscono ad un tempo per lo stabilimento del patto politico e per i contratti, per gestire la democrazia e per lo scambio delle merci. Il mercato è stata una delle principali espressioni politiche della società occidentale e come tale esisterà soltanto nella misura in cui rimane nel quadro di una divisione del potere e di una definizione degli scopi politici che con esso si vogliono raggiungere.

5. E l’Università?

Nel processo costituzionale dell’occidente così come nel nucleo centrale della divisione del potere l’Università ha costituito nell’ultimo millennio un pilastro fondamentale. Molti secoli prima della stesura delle carte costituzionali si affermò in Occidente una distinzione fondamentale tra sacerdotium, regnum e studium, cioè tra potere politico, potere religioso e potere della ragion critica. L’università così come storicamente la conosciamo è esistita nella misura in cui ha costituito un potere istituzionalizzato, accanto a quello politico e religioso: solo così ha potuto crescere l’humus in cui è nata la civiltà moderna, liberale e democratica. Anche altre civiltà conobbero scuole professionali di alto, altissimo livello ma ciò che ha caratterizzato, almeno sino ad ora, la secolare storia dell’Università è di aver esercitato questa sua funzione costituzionale nei confronti degli altri poteri che emergono dalla società14. Se questo è vero allora è comprensibile la nostra preoccupazione, come storici e non come conservatori, di fronte all’attuale tendenza, rimasta immutata dal governo di centrosinistra a quello di centrodestra, a trasformare l’Università in una scuola professionale superiore: si è voluto, con la complicità del ceto accademico, inghiottire la formazione professionale all’interno dell’università con una fame patologica simile alla bulimìa. Non neghiamo affatto la necessità di luoghi ove si formi il personale specializzato di cui questa società complessa ha urgente bisogno: anzi occorrono sedi apposite, di cui oggi non disponiamo, strutture sostenute dal mondo produttivo e dalla stessa università, sedi nelle quali l’insegnamento professionale possa essere più efficacemente impartito. Le strutture per l’istruzione professionale – questa è la mia profonda convinzione – devono essere del tutto diverse da quelle universitarie cominciando dagli orari, dalla frequenza obbligatoria, dall’apprendistato sul campo ecc. ; le strutture universitarie hanno più alti costi di gestione inglobando le spese per la ricerca che devono essere invece escluse dall’insegnamento professionale superiore. Ma dobbiamo dichiarare ad alta voce che la stessa libertà e democrazia sono in pericolo, al di là dei garantismi formali e della stessa proclamazione dell’autonomia universitaria, delle «magnae chartae», nella misura in cui viene meno la dialettica tra i poteri, quando essi tendono a fondersi in un unico monopolio, nel quale lo studium è ridotto a strumento di un altro potere (teocratico, politocratico o plutocratico che sia) e i docenti divengono consulenti del principe o del mercato.

Paolo Prodi, Università di Bologna

* In ricordo di Roberto Ruffilli.

1 C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Milano, Adelphi 1991, pp. 164-178.

2 Alla fine del 2001 risultano negli USA circa 6 milioni di individui detenuti, in carcere (oltre 2 milioni) o in libertà vigilata (4,6 milioni), pari al 3,1% della popolazione adulta.

3 P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna, Il Mulino, 2000, pp. 480-485.

4 D. Garland, The Culture of Control, Oxford, Oxford University Press, 2001; dello stesso autore Punishment and Welfare: a History of Penal Strategies, Gower, Aldershot, 1987.

5 E. H. Kantorowicz, Mourir pour la patrie, Paris, Presses Universitaires de France, 1984.

6 P. Prodi, Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia dell’Occidente, Bologna, Il Mulino, 1992; C Muldrew, The Economy of Obligation: the Culture of credit and social Relations in Early Modern England, London, Macmillan, 1998.

7 P. Schiera, Dall’identità individuale all’identità collettiva. O piuttosto problemi di legittimazione?, in Identità collettive tra medioevo ed età moderna, a cura di P. Prodi e W. Reinhard, Bologna, il Mulino, 2002, p 200. Per un panorama più generale vedi i volumi curati da M. Kirsch e P. Schiera: Denken und Umsetzung des Konstitutionalismus in Deutschland und anderen europaïschen Ländern in der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts, Berlin, Duncker & Humblot, 1999; Verfassungswandel um 1848 im europäischen Vergleich, Berlin, Duncker & Humblot, 2001.

8 M. Hardt, A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Milano, Rizzoli, 2002.

9 A. C. Jemolo, La crisi dello Stato moderno, Bari, Laterza, 1954.

10 D. Quaglioni, Sovranità e autolimitazione (Rileggendo la «Dottrina generale del diritto dello Stato» di G. Jellinek), in Crisi e metamorfosi della sovranità (Atti del XIX congresso nazionale della società italiana di filosofia giuridica e politica, Trento, 29-30 settembre 1994), a cura di M. Basciu, Milano, Giuffrè, 1996, pp. 271-282. Per un’ultima visione d’insieme si veda C. Magnani, Teorie novecentesche della Costituzione. Tra Stato, sovranità e soggetto costituente, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», 12 , 2002, pp. 109-152.

11 Sulla sacralizzazione della politica si veda E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi, Roma-Bari, Laterza, 2001.

12 R. Gherardi, La formazione al potere. Dottrine e percorsi di legittimazione per la politica «mite» del XXI secolo, in Politica, consenso, legittimazione. Trasformazioni e prospettive a cura di R. Gherardi, Roma, Carocci, 2002, pp. 17-34.

13 S. Freud, Opere, vol. XI, Torino, Einaudi, 1979, pp. 287-303.

14 P. Prodi, Università e città nella storia europea, in «Il Mulino», 3/1988, pp. 375-384; Idem, Il giuramento universitario tra corporazione, ideologia e confessione religiosa in Sapere e/è potere. Discipline, dispute e professioni nell’Università medievale e moderna, vol. II, Bologna, Il Mulino, 1990, a cura di A. De Benedictis, pp. 23-35; Idem, L’Università nell’età confessionale tra Chiese e Stati (secoli XV-XVII), in «Annali dell’Istituto Storico Italo-germanico in Trento» 17, 1991, pp. 11-23; Idem, L’Ateneo irresponsabile, in «Il Mulino», 3/1996, pp. 565-571.

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