Tavola Rotonda: Dopo il secolo americano

Hillary Clinton and Donald Trump are tightening their grips on the Democratic and Republican presidential nominations.

Pubblichiamo le relazioni che Federico Romero (Istituto Universitario Europeo), Matteo Battistini (Università di Bologna) e Daniele Fiorentino (Università Roma Tre) hanno tenuto alla dodicesima edizione della Summer School CISPEA (3-6 luglio 2016), con l’introduzione di Tiziano Bonazzi (Università di Bologna), direttore della scuola.

Il CISPEA (Centro Interuniversitario di Storia e Politica Euro-Americana) è il primo centro interuniversitario italiano ed europeo nel campo degli studi storico-politici sugli Stati Uniti ed è stato fondato da storici americanisti degli Atenei consorziati (Università di Bologna, Università di Trieste, Università del Piemonte orientale, Università di Firenze, Università Roma Tre). Suoi scopi sono l’analisi scientifica e il dibattito pubblico sulla storia e sulla politica statunitensi nel contesto dei rapporti transatlantici che hanno plasmato lo sviluppo degli Stati Uniti e dei paesi europei definendo la loro posizione all’interno della storia mondiale. Con questo fine il CISPEA promuove la ricerca scientifica, la didattica avanzata e il dibattito sugli Stati Uniti in ambito nazionale e internazionale attraverso l’organizzazione di seminari e convegni, la promozione di pubblicazioni, l’insegnamento della storia e della politica americana nei corsi universitari e post-universitari. Fra le attività più rilevanti e conosciute del CISPEA è la Summer School organizzata ogni anno dal 2005 grazie alla collaborazione della Cooperativa Boorea di Reggio Emilia. Con la scuola estiva, il Centro fornisce un’occasione di formazione avanzata a studenti, laureati, dottorandi e dottori di ricerca in ambito americanistico, su diverse questioni centrali della storia politica euro-americana: dall’eccezionalismo all’americanismo (e anti-americanismo), dalla democrazia al sistema politico e partitico, dalla cittadinanza allo stato sociale, dalla costruzione dello Stato-nazione alle relazioni internazionali fino alla globalizzazione (è possibile consultare i programmi e i materiali delle edizioni della scuola sul sito www.cispea.org). In questi dodici anni, dall’esperienza della scuola è maturato il CISPEA SUMMER SCHOOL NETWORK, il network degli ex alunni che cura il blog www.ceraunavoltalamerica.it dove è possibile scaricare la newsletter che pubblica annualmente le relazioni degli studenti che hanno partecipato alla scuola, aggiornarsi sulle pubblicazioni italiane di storia e politica statunitense, leggere articoli e commenti sull’attualità politica e sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti.

La fine del secolo americano 2 Bonazzi

Introduzione

Di: Tiziano Bonazzi

I bei vecchi tempi sono andati. I tempi delle ideologie, dei partiti che organizzavano le masse e soprattutto degli Stati Uniti da amare o da odiare visceralmente (o anche da restare altrettanto visceralmente in mezzo al guado sbirciando le due sponde con desiderio inesprimibile). Poi, per un breve periodo negli anni Novanta, gli Stati Uniti – l’America – parvero il nostro destino. Li si amasse o meno non si poteva fuggire al loro avvinghio e allora si parteggiava furiosamente non pro o contro l’America, ma per l’uno o l’altro dei due partiti americani. Dopo la morte del Pci, nel 1998, vennero fondati i “Democratici di sinistra” – una strizzata d’occhio all’eredità socialista un altro alla sinistra d’oltreatlantico. L’anno successivo  nacquero, sfacciatamente, “I Democratici” con un americanissimo e democraticissimo asinello dal disegno disneiano come simbolo. Poi ci fu l’11 settembre. L’odore di bruciato, lieve, penetrante e il talco grigio che dava scoppi di tossina maligna depositato sugli edifici nelle vicinanze di quelle che erano state le Twin Towers furono, non solo per chi vide e sentì, il segno perturbante di un’età finita. L’America poteva essere distrutta; ma chi ne era lieto? Nel momento in cui la speranza di un’America finalmente sconfitta si levava all’orizzonte si svelava anche la sua centralità come icona, contraddittoria ma necessaria, dell’essere europei e italiani.

Nel 2008, sconfitto il sogno neoconservatore di riaffermare con la forza l’egemonia americano, Fareed Zakaria, uno dei più noti giornalisti e politologi americani, pubblicò un libro di gran successo intitolato crudamente L’era postamericana (trad. it. 2009) che aprì il dibattito sul se il famoso “secolo americano” definito da Henry Luce nel 1941 fosse davvero finito. Un dibattito la cui più recente espressione, del 2015, è il libro Fine del secolo americano? (trad. it 2016) di Joseph S. Nye, politologo di prima schiera, in cui si sostiene esattamente il contrario, che non vi è alcun declino pur se il potere degli Stati Uniti dovrà esercitarsi in forme nuove. Di declino americano si è parlato molte volte nella seconda metà del Novecento, per la fine ingloriosa della guerra in Vietnam, per la stagflation degli anni Settanta, per le “guerre culturali” dei due decenni successivi e le fratture che esse hanno provocato nel corpo sociale. Non è, quindi, un argomento nuovo anche se nuovi sono gli scenari degli ultimi quindici anni. Il che non implica che non si tratti di un dibattito vero su questioni vere del quale è necessario parlare dal momento che gli Stati Uniti, piaccia o non piaccia, da tanti punti di vista siamo noi.

Occorre, tuttavia, ricordare che alla base di questo dibattito vi è un non detto poche volte affrontato. Quando, pochi mesi prima di Pearl Harbour, Henry Luce su Time, il suo settimanale, invitò gli americani a rendersi conto che vivevano in un “secolo americano” e che occorreva esserne all’altezza ed entrare in guerra contro la Germania perché solo gli Stati Uniti potevano fermare Hitler, proclamava il punto di arrivo del nazionalismo americano e ne annunciava il necessario trionfo. “Necessario” perché nella sua formulazione fin dai primi dell’Ottocento si tratta di un nazionalismo universalistico, il che non è un paradosso, ma l’espressione, rivelatasi in America, del moto progressista della storia verso la libertà ed è tale in quanto incorpora i grandi principi del cristianesimo – protestante – e dell’illuminismo – moderato. Non un paradosso, ma il realizzarsi del destino dell’umanità incarnato ed espresso in un popolo. Con Luce il nazionalismo americano si svelava in tutta la sua ambizione ideologica e il suo idealismo occidentale.

Durante la Guerra fredda ogni discussione sugli Stati Uniti si è fondata sullo schema nazionalista, da contestare o meno, per il quale gli Stati Uniti erano legittimati a esercitare la loro egemonia sul Mondo libero e ad estenderla a tutto il pianeta in quanto incarnavano la freccia ascendente della storia. A causa di questo non detto il declino americano di cui si prese a parlare con la guerra in Vietnam veniva discusso oltreatlantico come una caduta agli inferi, come la possibile presenza di una colpa che, al pari degli angeli ribelli, faceva precipitare gli Stati Uniti dall’alto dei cieli giù nell’inferno. Qualunque passo falso nel comprendere o adattarsi a situazioni nuove, di conseguenza, assumeva toni quasi apocalittici. Edward Gibbon e la caduta dell’impero romano erano un riferimento obbligato e dietro ad essi era in agguato nientemeno che il peccato, il venir meno a una promessa, la fine della “città sulla collina”, della nuova Gerusalemme che i puritani del Seicento intesero costruire nel Nuovo mondo e che costituisce uno degli archetipi della missione americana. Mi si scusi l’estrema astrazione; ma sono convinto che dietro ai ragionamenti più concreti vi siano dei modelli culturali nascosti che è utile portare alla luce, per quanto si può. I termini del dibattito e il loro archetipo non sono cambiati dopo l’11 settembre, anzi. L’orrida campagna elettorale in corso, il Make America great again di Donald Trump, ne sono il frutto ultimo, avvelenato si direbbe seguendo le convenzioni.

Parlare di età postamericana, tuttavia, non significa necessariamente parlare di declino americano. Il termine declino presuppone tutto quanto detto e porta al rigurgito che in questa campagna elettorale sta spingendo tanti a volere il “ritorno” della grandezza americana, col che si intende, al minimo, il ritorno della “nazione indispensabile” di Madeleine Albright e Condoleeza Rice, di un’egemonia globale che pur non essendoci mai stata è, tuttavia, sempre stata la guida ideale degli Stati Uniti. Età postamericana, invece, vuol dire lasciar cadere, sia pure con dolore, quel sogno e accettare che anche gli Stati Uniti siano un prodotto storico, soggetti al pari di ogni altro paese al mutamento dei contesti interni e internazionali. Il che è quanto sta avvenendo. La potenza americana non è in dubbio, né come hard, né come soft power; ma quale sia il significato odierno dei due termini e come li si possa esercitare – il cosiddetto smart power – è quanto oltreatlantico si fa fatica a comprendere perché il nazionalismo universalistico domina ancora. Il paese non solo è diviso, ma, come ormai tanti commentatori vanno dicendo, è “fratturato”. Due Americhe ostili e ideologizzate si fronteggiano e ciascuna di esse è a sua volta un assemblaggio di idee poco compatibili. Le origini di questa situazione risalgono a mezzo secolo fa, alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta e alla reazione del decennio successivo che fece nascere il neoconservatorismo e il neoliberismo reaganiani. Da allora le divisioni non hanno fatto che approfondirsi. La maggioranza degli americani continua a vivere tranquillamente la propria vita, ma, come dicono le rilevazioni di opinione pubblica, con un sospetto crescente nei confronti di tutti e di tutto, dai vicini ai politici, al governo, agli altri stati. La minoranza più attiva e impegnata, invece, ha cominciato addirittura a odiare quanti, per le loro idee e comportamenti, vengono ritenuti estranei al corretto corso della nazione.

È molto complesso, di conseguenza, analizzare cosa sia la supposta età post-americana; ma il dibattito è vibrante e le elezioni presidenziali lo rendono ancor più attuale. Questa è la ragione che ci portò a scegliere questo tema per la scuola estiva 2016 del CISPEA. Scegliemmo anche di non entrare nel dibattito vero e proprio in quanto ritenevamo che farlo fosse una mossa tronca, priva dei necessari presupposti storici e politici. Chiamammo quindi tre colleghi e chiedemmo loro di affrontare tre nodi capitali, il ruolo internazionale degli Stati Uniti, la crisi della classe media americana e il modo in cui i serials televisivi interpretano l’America contemporanea. Una scelta che riteniamo felice e che ci persuade a proporre le lezioni/relazioni a un pubblico più vasto.

La Fine del secolo americano 3 Romero

Gli Stati Uniti nell’era post-americana

Di: Federico Romero

Quando ci chiediamo se perduri ancora l’“era americana” o se siamo piuttosto entrati in una a tutti gli effetti post-americana, la risposta – quale che sia il suo segno – non può prescindere dall’identificazione dei criteri che definirono la prima, e che possono forse aiutarci a delineare la seconda per differenza o per analogia.

Partiamo quindi dal presupposto (non incontestato, e tuttavia abbastanza solido tra gli storici e gli scienziati sociali) che un’era americana ci sia effettivamente stata ed abbia segnato la storia globale recente, o quanto meno quella della seconda metà del Novecento. Che cosa la definiva? Quali erano i suoi tratti costitutivi? Come si è evoluta?

Un primo criterio definitorio risiede nel dominio strategico globale esercitato dalla potenza statunitense dopo il 1945. Sebbene in epoca bipolare tale dominio fosse circoscritto geograficamente, e in certa misura sfidato o contestato dall’esistenza della potenza sovietica, esso non di meno rimane il criterio primario per gli studiosi di relazioni internazionali, specie di matrice realista, o per quegli storici come Melvyn Leffler che sottolinearono la cruciale rilevanza della “preponderanza” di potenza statunitense. Quale eminente fornitore di sicurezza ad alleati concentrati nei luoghi fulcro del pianeta, e formidabile deterrente verso avversari reali e sfidanti potenziali, la soverchiante potenza strategica degli Stati Uniti avrebbe costituito il pilastro fondamentale, il fattore sine qua non, dell’era d’influenza ed egemonia americana. Alla fine dell’epoca bipolare, con l’apparente scomparsa di avversari di portata globale, la centralità di quel criterio portò alla diffusa convinzione o illusione – celebrata in particolare negli anni Novanta – che un’era d’incontrastato predominio americano si stendesse ormai a perdita d’occhio davanti a noi.

Un secondo carattere distintivo concerne le modalità di gestione della leadership internazionale degli Stati Uniti, e si concentra sull’edificazione di istituzioni e pratiche multilaterali, inizialmente di perimetro occidentale e poi gradualmente globalizzate. Quale perno ed epicentro di un vasto reticolo di alleanze, istituti e regolamenti che gestivano in modo negoziato le principali transazioni internazionale (a cominciare da quelle economiche e commerciali, ma estendendosi a una moltitudine di campi), gli Stati Uniti agirono da fornitore di beni pubblici essenziali per tutti gli altri partecipanti, oltre che arbitro ultimo di controversie fortemente regolamentate. Nei campi e nei casi più rilevanti gli USA furono dunque dei federatori, dei tessitori di reticoli efficaci in quanto vantaggiosi (sia pure in misura non uguale) per tutti i compartecipanti. Dalla congiunzione indissolubile di questo criterio con il precedente scaturisce l’accentuazione della lettura istituzionalista e liberal dell’era americana come promulgazione e difesa di un ordine compartecipato e istituzionalizzato, cara a studiosi come John Ikenberry o Michael Hunt, e sintetizzata nel discorso pubblico della fase trionfalista, post-guerra fredda, dalla formula clintoniana della “potenza indispensabile”.

Un terzo criterio (associato al precedente e tuttavia non pienamente coincidente) discende dalla capacità statunitense di connotare il Novecento intorno al proprio modello di espansione economica e tecnologica. Ciò fu particolarmente evidente nel lungo ciclo fordista imperniato sulla produzione industriale in serie e l’ascesa del consumo di massa, dagli anni Venti fino agli anni Sessanta, su cui venne fondata quella “politica della produttività” (Charles Maier) che, insieme alle politiche keynesiane, caratterizzò gli assetti delle democrazie occidentali durante la guerra fredda. Questo ruolo di avanguardia degli USA nell’indicare egemonicamente il percorso della crescita economica divenne gradualmente meno univoco e cospicuo negli anni finali del Novecento – segnati dalle trasformazioni post-industriali e l’ascesa neoliberista – e tuttavia non sparì del tutto. Esso conserva ancora schiere di sostenitori, generalmente concentrati sulla capacità d’innovazione tecnologica, la leadership nei codici della comunicazione e l’esaltazione di una “economia della conoscenza”

Strettamente intrecciato al precedente, un ulteriore indicatore chiave dell’era americana fu un modello socio-economico capace di coniugare una società industriale prospera con una democrazia stabile in quanto inclusiva. Nell’era keynesiana e specificamente newdealista, ciò significò integrare larga parte del mondo operaio e la quasi totalità delle classi medie nel ciclo dei consumi crescenti e della stabilità economica, secondo una lettura dei dilemmi delle democrazie industriali che fu largamente adottata nell’Europa occidentale postbellica, rivelandosi strumento chiave per la costruzione e la definizione stessa dell’Occidente, oltre che leva fondamentale per vincere il confronto comparativo con l’antagonista comunista nella guerra fredda (ancora C. Maier, ma anche Alan Milward, Tony Judt e Geir Lundestad). Va ricordato, ad ogni modo, quanto tale inclusività fosse a lungo fortemente limitata, se non apertamente discriminatoria, in chiave di razza, genere od orientamenti sessuali.

Collegata per mille fili a tutti in questi fattori, fu infine di grande rilevanza l’egemonia culturale esercitata dalla società americana ed ormai ben sistematizzata da molti storici, come Victoria De Grazia, David Ellwood, Mary Nolan. Fondata sul trinomio tecnologia, libertà e consumi, come matrice integrata di una società che risolve i suoi conflitti entro il perimetro della democrazia pluralista, essa legittimò a lungo la sua pretesa di dominio sul futuro nell’orizzonte della modernizzazione e del progresso.

Entro questi parametri fortemente combinati e intrecciati tra loro, larga parte degli storici concorda sulla centralità di un’era di egemonia americana che conobbe il suo apogeo all’incirca tra il 1943 e gli anni 1970. Trionfante nell’Occidente allargato e sufficientemente forte da trainare o coercere il “Terzo Mondo”, riassorbendone le pulsioni radicali che emanavano dal ciclo di decolonizzazione anti-occidentale, essa stese i reticoli, le regole e le pratiche che plasmarono la vita internazionale fino a ieri.

Stiamo cominciando a studiare sistematicamente la fase discendente di quel compact keynesiano e atlantico, con la crisi che negli anni Settanta iniziò a disgregare e la sua specifica architettura postbellica, il deperimento verticale del socialismo sovietico e la rifondazione o metamorfosi della leadership statunitense intorno all’incedere della globalizzazione neoliberista (P. Chassaigne, N. Ferguson, F. Romero, D. Sargent). Quali che saranno le risultanze di questa storiografia, non c’è dubbio tuttavia che il 1989 trasmise un messaggio di trionfo occidentale e specificamente americano, in particolare negli Stati Uniti. Francis Fukuyama fu ampiamente criticato se non deriso, ma il suo assunto di un mondo globalizzato in cui liberismo e democrazia non avevano più rivali, ed avrebbero quindi spaziato indiscussi al pari del capitalismo che le sorreggeva, divenne di fatto la grammatica condivisa delle élite statunitensi, il senso comune attraverso cui gran parte dell’Occidente leggeva il mondo post-guerra fredda. Del resto, negli anni Novanta della “potenza indispensabile”, della continuità inerziale degli assetti istituzionali internazionali, e del dinamismo della nuova economia gli aspetti di forza e attrazione del nuovo modello parevano di gran lunga prevalere su ipotetici fattori d’instabilità. Il dibattito verteva sul modo migliore di integrare gli altri (a partire dalla Cina) in un’architettura che appariva incontestata. Se i conservatori optavano per un mix di contenimento geopolitico e integrazione commerciale, la preferenza liberal – impersonata da leader come Bill Clinton e Tony Blair – era per una graduale apertura istituzionale entro una visione lineare di progresso globale. In assenza di alternative compiute, anche gli altri capitalismi seguivano la medesima ricetta, con la trasformazione decisamente liberista della UE, mentre nel Global South s’immaginava una fuoriuscita dalla povertà imperniata su nuovi giganti economici (i Brics). Sintomaticamente, chi restava fuori da questo immaginato percorso globale era marginalizzato nella formula emblematica degli “stati falliti”.

Dopo quella breve stagione d’euforica, miope illusione, i nodi vennero al pettine per effetto di due shock. L’11 settembre mostrava la governance fallimentare del Medio Oriente, senza alcuna pace Israelo-Palestinese e con regimi autoritari che producevano fondamentalismo, ma anche l’insostenibile “doppio contenimento” di Iraq e Iran perseguito dagli USA. I conservatori americani, intossicati dalla loro visione di onnipotenza, scelsero la strada della forza che, in un fulgido esempio di hubris, li condusse alla destabilizzazione totale del Medio Oriente e la conseguente metastasi del terrorismo. Alle incrinature con molti governi in Europa e altrove, si sommò una diffusa percezione di una crisi della leadership statunitense (da cui originò il diffuso sollievo per l’elezione di Obama nel 2008). Soprattutto, si trattava della prima sconfitta strategica nella storia degli USA, visto che lasciava un Medio Oriente più instabile e ostile, e Obama non poteva che gestire al meglio il ritiro. Se nei decenni precedenti vi era stata una precaria pax americana ora il campo era aperto a molteplici rivalità intrecciate, senza arbitro né soluzione, con una conflittualità a 360 gradi che gli USA non avevano più né gli strumenti né la voglia di contenere. La potenza “indispensabile” non solo non era più tale ma vedeva espliciti tentativi di diminuirne il loro (da parte di Russia ed Iran) mentre persino gli alleati tradizionali prendevano le distanze. Mentre l’Europa non può e non vuole ergersi a potenza regionale con un’influenza espansiva, è presto per dire se la potenza USA finirà per essere vista come “dispensabile”, ma è chiaro ormai che nell’area mediterranea e medio-orientale essa non esercita leadership e men che meno egemonia. Questa solitudine e debolezza americana è subita da parte del paese come una vulnerabilità e\o “ingiustizia” a cui porre rimedio con un rinato nazionalismo, a cui si appella Trump, ma nessuno ha chiaro quali possano esserne gli strumenti. In ogni caso un’area chiave del pianeta è sostanzialmente lasciata a sé stessa, ingarbugliata in conflitti difficilmente risolvibili dagli attori locali, in un incancrenirsi di tensioni che i molteplici attori locali ed esterni paiono solo esasperare.

Poi la grande crisi esplosa nel 2008 mise in luce inizialmente nuovi problemi. Innanzitutto una divaricazione tra gli USA che in qualche misura ne escono abbastanza in fretta con misure para-keynesiane, mentre le altre principali economie occidentali – e soprattutto l’Eurozona – ristagnano e rallentano sensibilmente il ritorno alla crescita globale. Il neoliberismo che ha prodotto la crisi mostra di non avere gli strumenti per risolverla, ed anzi dove è interpretato rigidamente la perpetua. In secondo luogo, il macroscopico balzo di ruolo della Cina e (potenzialmente) di altre grandi economie regionali come fattore di traino della crescita mondiale, con un palese ribilanciamento rispetto al ruolo asfittico delle economie più ricche. I tentativi di adeguamento a questa nuova realtà da parte delle istituzioni multilaterali si rivelano scarsi o fallimentari. In particolare, le resistenze conservatrici del Congresso USA all’espansione del ruolo della Cina nel Fondo Monetario Internazionale segnalano l’indisponibilità ad un adeguamento sostanziale del multilateralismo di matrice occidentale. Questo sospinge la Cina e altri a dotarsi di nuovi strumenti (come la banca per lo sviluppo asiatico) che affianchino, ma in potenza anche soppiantino, l’ordine multilaterale occidentale. Ciò segnala che l’ordine globale potrebbe evolvere verso una sua segmentazione invece di un’ulteriore integrazione.

Gli USA hanno finora reagito con un’incerta oscillazione tra il contenimento preventivo della Cina e il dialogo per una maggiore cooperazione, oscillazione che riflette una divisione profonda tra atteggiamenti conservatori ed altri più liberal, ma con molte mescolanze che rendono i due schieramenti tutt’altro che omogenei. Il risultato di tali divisioni e incertezze è che per il momento non stanno implementando pienamente né l’una né l’altra strategia. Pesa molto la disfunzionalità di un sistema politico ormai radicalmente polarizzato e la ricorrente tentazione conservatrice di esasperare la difformità degli USA, nella convinzione della sua eccezionalità e nell’illusione persistente che il paese abbia ancora una capacità di dominio globale per via unilaterale. A fronte di tali ostacoli, la Presidenza Obama è riuscita assai poco a perseguire una strategia coerentemente multilateralista, e sembra oscillare tra letture e soluzioni diverse, con notevole inconcludenza.

Soprattutto, l’evoluzione della crisi economica porta in superficie, approfondisce ed esaspera quelle dinamiche profonde del modello economico di globalizzazione neo-liberista che operano in chiave disgregatrice sul piano sociale e politico. Dopo la Brexit, in particolare, è divenuto macroscopicamente evidente quanto i fenomeni di marginalizzazione socio-economica entro le società più ricche stiano attivando una disgregazione anche sul piano della politica e del sistema internazionale. I “perdenti” della globalizzazione liberista nelle società occidentali sono tanti, probabilmente troppi perché gli equilibri degli ultimi decenni reggano ancora, soprattutto in ragione del fatto che le perdite in termini di reddito e sicurezza economica sono diventate tali da mettere in dubbio il senso del futuro e della stessa dunque appartenenza sociale. All’incertezza economica si somma dunque, in una miscela potenzialmente micidiale, un senso indistinto ma prepotente di spossessamento, dovuto al trasferimento di molte aree decisionali dalla democrazia ai mercati, dalle strutture di rappresentanza sociale alle élite burocratiche e finanziarie, dalle culture nazionali d’appartenenza sociale al cosmopolitismo dei diritti individuali.

Le varie rivolte contro questo stato di cose (con le loro peculiari miscele di nazionalismo, localismo e razzismo) stanno disarticolando e rendendo pressoché impotente il principale alleato degli USA, la UE. Stanno mettendo apertamente in crisi il flebilissimo binomio capitalismo-democrazia. E con la Brexit rischiano anche di smontare i pilastri del sistema internazionale costruito intorno al settlement post-bellico. La campagna elettorale di Trump, infine, mostra quanto tali tensioni siano giunte fino al cuore del paese perno di quel sistema.

Per chi abbia una pur minima sensibilità storica, quel che vediamo in questi tempi appare molto simile ai primi anni Trenta riproiettati al rallentatore. In particolare, colpisce il mescolarsi di dinamiche disgregatrici che operano su livelli diversi ma che incrociandosi tra loro si potenziano e moltiplicano, espandendosi in modo incontrollato da un dominio all’altro.

Nell’area dell’Asia-Pacifico c’è chi vede una tensione classica tra una potenza regionale emergente e l’ordine tradizionale garantito da una superpotenza con la sua rete di alleati locali. E ne deduce meccanicamente l’ipotesi di attuare quindi una strategia di contenimento. Ma quanto è realistico tutto ciò? La Cina è fittamente interconnessa con tutti sul piano economico e la sua ascesa, per quanto rallentata, continuerà, ragione per cui è difficile pensare che il contenimento possa funzionare a lungo. Se esercitato rigidamente diventerà controproducente, e forse addirittura insostenibile per USA, oltre a presentare molti rischi di conflitto. Addivenire a un accomodamento con la Cina come egemone regionale sembrerebbe la risposta razionale, ma essa è ovviamente assai difficile per il Giappone e, soprattutto, per il conservatorismo eccezionalista statunitense.

Il Medio Oriente è ormai un’area d’instabilità assoluta dagli sviluppi imprevedibili. Sembra più che probabile che continui a essere una zona di conflitto e dislocazione per generazioni a venire. Cosa che risulta più problematica ancora per noi che non per gli USA, la cui dipendenza energetica è fortemente diminuita. E tuttavia come continua fonte di volatilità e insicurezza esso si riverbera anche nel loro sistema politico e culturale per mezzo del terrorismo, accentuando la sindrome securitaria, l’ossessione dell’assedio, e il nazionalismo eccezionalista. Insieme all’Europa che pare sull’orlo di disfare sé stessa, e con essa un perno fattuale e ideale del sistema di multilateralismo liberale, la situazione mediorientale riapre un gran buco nero d’instabilità a cavallo tra Europa, Mediterraneo e Russia, dal quale nessuno si può sottrarre. Il rafforzamento in chiave NATO in funzione anti-russa (auspicato soprattutto dai paesi dell’Europa orientale) ha una sua logica puramente locale e rischia di dividere ulteriormente l’Europa. La molteplicità dei dilemmi che si intersecano nel triangolo tra Golfo Persico, Mediterraneo e Ucraina è tale da non lasciare trasparire alcuna soluzione in assenza di un robusto rafforzamento dell’Europa quale soggetto capace di egemonia (ma questa, com’è ovvio, è una prospettiva puramente illusoria allo stato delle cose). Insomma gli Stati Uniti hanno – e avranno ancora a lungo – i mezzi tecnologici e militari per dominare strategicamente il globo (come argomentano giustamente Stephen Brooks e William Wohlforth) ma non hanno più le risorse politiche e culturali per stabilizzare i suoi punti di tensione.

Perché? Come siamo arrivati a questo punto? Torniamo a considerare l’elenco iniziale dei pilastri della pax Americana postbellica. Il dominio strategico in notevole misura resta, e anche la leadership tecnologica. Ma da essi non discende più quel ruolo positivamente egemone di fornitore di beni pubblici tale da attrarre e federare gli altri soggetti (ci si può chiedere se ciò sia ipoteticamente possibile in mondo di liberi flussi di capitali, assai diverso da quello postbellico, ma sta di fatto che esso non viene esercitato o non ha efficacia).

A tale impasse contribuisce fortemente la polarizzazione culturale tra due americhe, una sempre più dissimile e orgogliosamente lontana dal resto del mondo, e l’altra che non sa staccarsi dalle sue premesse liberiste anche quando esse palesemente falliscono. Ne deriva un sistema politico disfunzionale e\o semi-paralizzato, che invia segnali contraddittori e non consente politiche coerenti e durature, con ripercussioni assai visibili di scetticismo se non di aperto distacco sui principali alleati. Su di un piano più strutturale, emergono gli effetti di lungo periodo del liberismo di mercato che non integra e compatta ma viceversa polarizza le società, e sottopone il connubio tra capitalismo e democrazia a tensioni sempre più difficilmente gestibili, con il duplice effetto di deprimere la crescita economica (o meglio concentrarla solo tra gli strati più ricchi) e di erodere l’identificazione in meccanismi di rappresentanza democratica sempre più svuotati. Può darsi, anzi è probabile data la loro storia, che gli USA reggano questa tensione disgregatrice meglio di altri paesi (ma ovviamente Trump potrebbe sorprenderci tutti a novembre, e lanciare gli USA verso lo smantellamento dell’ordine internazionale che ha incarnato l’egemonia americana). Ma il punto è che quale emblema e motore dell’associazione positiva tra i due termini – emblema e motore tanto potente da trainare l’Europa fuori dalla sua crisi Novecentesca – gli USA vedono il loro più importante e rilevante capitale sociale e culturale deprezzarsi rapidamente, direi vertiginosamente. Se ci spingessimo a prevedere che tra dieci avremo un modello non democratico di capitalismo che funziona piuttosto bene, in Cina; uno che vivacchia tra tensioni continue (in USA); e un’altra area, l’Europa, in cui invece il binomio è collassato, temo che faremmo la previsione al momento più logicamente plausibile. Magari sbagliata – come spero – ma probabilmente quella su cui al momento sarebbe più oculato scommettere i propri soldi, se proprio volessimo essere cinicamente realisti.

Cosa resta dunque dell’egemonia culturale, ideale e politica del “secolo americano”? Dei rimasugli sfilacciati, che sembrano rastremarsi a vista d’occhio. Naturalmente resta quell’imponderabile ed essenziale fattore che non ho menzionato all’inizio, ma che pure fu così cruciale – direi imprescindibile – per costruire l’era americana, vale a dire l’implosione dell’Europa. Fu quello il catalizzatore ed acceleratore dei processi di ascesa degli Stati Uniti al ruolo di preminenza mondiale che chiamiamo “era americana”. Può darsi che quel vuoto si riproduca, anche se certo in termini diversi, imponendo quindi agli USA un richiamo imperioso a un ruolo di leadership globale (come chiedono costantemente gli europei dell’Est, ad esempio). Ma come ho cercato di dire, mi sembra che gli strumenti politici, culturali e di modello socio-economico per una robusta ripresa di centralità statunitense semplicemente non ci siano. Quale New Deal per il mondo potrebbero mai aver in serbo allo stato attuale?

Bibliografia

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La Fine del secolo americano 4 Battistini

Crisi della classe media e fine del “secolo americano”

Di: Matteo Battistini

Tra i criteri individuati per comprendere che cosa abbia definito l’era americana e le contemporanee trasformazioni del sistema internazionale che annunciano la sua conclusione, nel suo intervento Romero ha discusso il modello di espansione economica e tecnologica che ha connotato il Novecento, individuando nel lungo ciclo fordista imperniato sulla produzione industriale in serie, sull’ascesa del consumo di massa e sulle politiche keynesiane la base economica e sociale del ruolo egemone statunitense nel determinare l’assetto internazionale delle democrazie occidentali durante la guerra fredda. L’era americana coniugava così con successo il capitalismo con una democrazia inclusiva che vinceva il confronto con il modello antagonista sovietico. Questo intervento muove da questa lettura storica e storiografica per discutere l’ascesa e la crisi della classe media americana quale soggetto storico che è stato il principale azionista del “capitale simbolico” (P. Bourdieu) attraverso cui l’era americana è stata costruita, materialmente e ideologicamente. Se gli Stati Uniti hanno ancora i mezzi tecnologici e militari per dominare strategicamente il globo, il vertiginoso deprezzamento del capitale investito nella sua impresa egemonica emerge oggi in tutta evidenza nel dibattitto pubblico sulla fine della classe media americana alla luce della crisi economica globale.

Negli ultimi anni, infatti, la classe media è al centro del dibattito pubblico sulla crisi economica. Fondazioni e istituti di ricerca, esponenti politici, studiosi, intellettuali e giornalisti, tanto in campo repubblicano quanto democratico, si interrogano sul suo futuro alla luce degli effetti economici e sociali determinati dall’esplosione nel 2008 della bolla finanziaria legata ai mutui subprime. Contrastanti sono le ragioni del rinnovato interesse nei confronti del soggetto centrale del secolo americano (O. Zunz). Fin dal suo primo mandato, il presidente Obama ha istituito la Middle-Class Task Force, iniziativa ufficiale della Casa Bianca volta all’elaborazione di contenuti specifici in sostegno alla classe media all’interno delle politiche attuate dall’amministrazione federale.
In questi anni, le voci critiche della presidenza Obama – il Partito repubblicano, il Tea Party, come pure il movimento Occupy (almeno in alcune sue componenti) – hanno invece preteso di incarnare il senso comune della classe media, rivendicando di essere i veri interpreti della cultura politica americana: conservatrice, neoliberale, liberal o radical che sia. Anche le principali candidature alle primarie repubblicane e democratiche in vista delle elezioni presidenziali del 2016 sono state avanzate – almeno prima della turbolenta affermazione del trumpism – con un linguaggio che ha aspirato a dare voce a bisogni e interessi della classe media.

Non è questo un dibattito esclusivamente statunitense. Eppure, in Europa come in Italia, il riferimento alla classe media non sembra essere così centrale nel dibattito pubblico e politico. Negli Stati Uniti, l’associazione delle due espressioni – crisi economica e classe media – definisce invece un carattere consolidato. La ragione appare essere essenzialmente storica. Dalla seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso, infatti, le scienze sociali e politiche statunitensi hanno affermato pubblicamente una specifica e condivisa nozione di middle class che non ha avuto fino in fondo presa in Europa, nonostante l’influenza delle scienze sociali e politiche statunitensi nella ricostruzione dell’Europa all’indomani della seconda guerra mondiale. Prima di procedere nell’analisi del dibattito contemporaneo, è allora opportuno presentare alcuni lineamenti storici dell’ascesa novecentesca della classe media americana.

La nozione di middle class elaborata dalle scienze sociali e politiche statunitensi prendeva innanzitutto le distanze dal termine europeo di borghesia. Questo indicava un insieme di gruppi economici e sociali: dai proprietari terrieri e immobiliari a mercanti, investitori e imprenditori impegnati in attività produttive e finanziarie, fino ai funzionari pubblici. I diversi settori della piccola (petite) e grande (haute) borghesia, economica-proprietaria (Wirtschaftbürgentum) e istruita-professionale (Bildungsbürgertum), se pur con interessi contrastanti tra loro, erano accomunati dall’opposizione tanto alle aristocrazie quanto alle masse povere, alle classi proletarie e operaie. Negli Stati Uniti invece il termine borghesia era rifiutato per il forte senso gerarchico che esprimeva. Sin dall’Ottocento, middle class faceva invece riferimento a un crescente insieme di individui impegnati in attività produttive (agrarie, mercantili, artigianali e manifatturiere), un insieme che si riteneva includesse tutti gli americani ad eccezione di un esiguo numero di ricchi oziosi e poveri pigri e dissoluti. Fin dai primi decenni del Novecento, inoltre, la nozione americana di middle class si discostava – pur essendone influenzata – dalla letteratura sociologica, in particolare tedesca e francese, che aveva introdotto il termine di nuova classe media (nouvelle classe moyenne, Neue Mittelstand) per descrivere il crescente numero di impiegati del settore pubblico e delle grandi imprese della seconda rivoluzione industriale. Mentre questa letteratura europea – per lo più, ma non solo, socialista e socialdemocratica – negli anni Trenta aveva legato l’orientamento nazionalsocialista della classe media alla crisi del capitalismo (M. Salvati), le scienze sociali e politiche statunitensi si adoperarono scientificamente, pubblicamente e politicamente all’interno delle nuove agenzie amministrative del New Deal, per ristabilire quello che consideravano essere il nesso imprescindibile tra classe media e democrazia. E nel farlo intesero negare l’interpretazione marxista che con classe media aveva descritto un soggetto sociale intermedio rispetto ai rapporti di potere tra capitale e lavoro nella sfera della produzione, per questo passivo e destinato a scomparire (M. Battistini).

Il loro sforzo intellettuale accompagnava – influenzandole pragmaticamente e legittimandole ideologicamente – le politiche del New Deal che intendevano uscire dalla crisi economica ampliando il consumo, assicurando un crescente livello d’istruzione secondaria e universitaria per favorire mobilità verso l’alto, fornendo programmi di sicurezza sociale e assistenza previdenziale. La classe media americana era dunque l’espressione soggettiva di una società forgiata scientificamente e politicamente da quello che è stato definito contratto sociale siglato fra capitale, lavoro e Stato: big business, big union, big government (M. Vaudagna). Un contratto sociale non scritto che accelerava la convergenza reddituale e valoriale fra lavoro manuale e intellettuale, rendendo possibile un complesso processo di ridefinizione delle classi che superava le rigide gerarchie societarie contro cui si era data storicamente la lotta di classe (R. Bendix, S.M. Lipset). Un processo di ridefinizione che, negli anni Cinquanta, almeno in parte e con modalità diverse da nazione a nazione, sembrava riscontrabile anche in Europa. Le stesse scienze sociali e politiche statunitensi offrirono le coordinate scientifiche per descrivere e tracciare l’ascesa della classe media oltre oceano. A questo contribuivano ad esempio le iniziative organizzate dal Congress for Cultural Freedom in Europa durante gli anni Cinquanta.

In questo senso, la nozione di middle class che trionfava nel secondo dopoguerra non identificava una classe borghese che incarnava una gerarchia basata sulla rendita assicurata dalla proprietà mobiliare e immobiliare o sullo status di funzionario pubblico. Non era neanche definita solamente dal criterio del lavoro (occupazione), non era cioè esclusivamente una classe impiegatizia, come pure era stata studiata criticamente da Charles Wright Mills in White Collars (1951). Indicava invece una formazione sociale ampia, composta da molteplici gruppi economici. Non soltanto la piccola proprietà, imprenditoriale e professionale. Anche quanti svolgevano funzioni delegate alla direzione di impresa (manager, responsabili dei dipartimenti delle corporation, di progettazione, distribuzione, vendita e marketing), quanti rientravano nelle fasce basse del lavoro d’ufficio (impiegati e commessi), e quanti svolgevano un lavoro manuale. Gli operai specializzati e sindacalizzati che, grazie al loro elevato salario, attraversavano la frontiera tra lavoro manuale e intellettuale, blue collar e white collar, per condividere non solo un livello adeguato di reddito, istruzione e consumo (american standards of living), ma anche un comune stile di vita (american way of life) costruito sul ruolo della famiglia, proprietaria di casa nelle aree suburbane bianche, con il maschio breadwinner e la donna responsabile di un’economia domestica centrata sul consumo. Soprattutto, come emergeva dalla storiografia del consenso e dalle scienze funzionaliste e comportamentiste della Guerra fredda, riconoscendosi nella middle class, ampi settori della classe operaia sfuggivano al linguaggio socialista e comunista per condividere una “originaria” adesione alla tradizione liberale americana (L. Hartz).

Rispetto alla vicenda europea, attraverso l’esperienza innovativa del New Deal, le scienze sociali e politiche statunitensi riuscirono quindi nell’impresa di affermare pubblicamente una nozione di middle class che non rimandava semplicemente a un’unità tecnica rintracciabile nella sfera economica e sociale, ma che piuttosto rappresentava un’identità culturale e politica. Il continuo riferimento alla classe media nella letteratura scientifica e nel dibattito pubblico svolgeva una funzione insieme descrittiva e normativa: faceva cioè della middle class uno strumento di auto-identificazione, un simbolo nel quale gli americani si identificavano, superando divisioni economiche, fratture sociali, persino tensioni razziali, sebbene in misura fortemente limitata per via di segregazione e razzismo (E.F. Frazier).

Quanto detto è sufficiente per capire che cosa significa middle class negli Stati Uniti: un soggetto storico che condivideva un comune orizzonte culturale e politico, nonostante fosse composto da diversi gruppi economici e sociali. Un soggetto che caratterizzava la nazione del secondo dopoguerra all’interno e all’esterno, con la sua storia di libertà, democrazia e benessere, con il suo modello egemonico di capitalismo, con il suo americanismo: la classe media del secolo americano. Un soggetto in continua espansione, proprio per questo considerato capace di superare le differenze di classe, negando la possibilità stessa del conflitto e assicurando così un ordine nazionale e internazionale basato sul consenso. Anche la teoria della modernizzazione negli anni Sessanta era costruita intellettualmente e politicamente con l’obiettivo di favorire nel mondo la formazione di società di classe media come baluardo contro il comunismo (M. Del Pero).

Alla luce di questa visione storica, middle class definisce ancora oggi una parola chiave della cultura politica americana, il master key che consente di prendere legittimamente parola sulla scena pubblica, politica ed elettorale. Ciononostante, su molti quotidiani e riviste, come pure in diverse ricerche statistiche e di opinione, si possono leggere titoli che, con una certa apprensione, descrivono il declino della classe media, la sua scomparsa e
la sua fine. Non
si tratta di un dibattito nuovo.
Negli archivi digitali di biblioteche, riviste e giornali, si possono facilmente trovare titoli simili negli anni Trenta, all’epoca della Grande depressione seguente al crollo finanziario del 1929. E ancora negli anni Ottanta, quando oggetto di discussione erano le trasformazioni economiche e sociali seguenti al periodo di stagnazione e inflazione collegato alle crisi petrolifere. Diversamente da questi due periodi, la questione è oggi affrontata alla luce del campo di tensioni aperto dalla globalizzazione. Tre sono i processi transnazionali tra loro correlati che sono chiamati in causa per spiegare il declino della classe media come la conseguenza non tanto (o non soltanto) della contingente crisi economica, quanto delle strutturali trasformazioni economiche, sociali e politiche imposte dal nuovo assetto globale del capitalismo americano: sperequazione del reddito, polarizzazione del mercato del lavoro, mutamento del ruolo dello Stato.

Sperequazione del reddito

Inquadrata quale fenomeno transnazionale, non più legato alla divisione tra un mondo ricco del Nord e un Sud povero, bensì trasversale alle diverse società del Nord e del Sud, la sperequazione del reddito negli Stati Uniti è illustrata da numerose analisi e ricerche. Fin dalla metà degli anni Duemila, la commissione del Congresso deputata al controllo del budget federale e l’Ufficio federale del censimento hanno messo in luce una tendenza di lungo periodo al calo percentuale di reddito dei diversi gruppi che compongono la classe media. Nell’ultimo trentennio del secolo scorso lo stipendio medio annuale (aggiustato all’inflazione) è cresciuto in maniera modesta (da circa 32 mila dollari nel 1970 ai 35 mila del 1990), mentre il compenso medio annuale dei top 100 è salito da circa un milione a 37 milioni di dollari, passando da quaranta a mille volte quello dell’impiegato medio. Soprattutto, statistiche del 2012 evidenziano la netta accelerazione della sperequazione nel primo decennio degli anni Duemila. Il reddito medio delle famiglie middle class è sceso del 5%, la loro complessiva ricchezza patrimoniale (senza contare i debiti) del 28%. Le recenti analisi del Pew Research Center mostrano che la quota del reddito annualmente prodotto a livello nazionale che spetta alle famiglie middle class proprietarie di case è scesa al 45% (dal 62% del 1970), mentre quella della upper class è salita al 46% (dal 29% del 1970). Oggi, l’80% di queste famiglie ha accesso a meno della metà del reddito annuale e l’1% dei contribuenti ha più che duplicato la propria quota a partire dalla svolta neoliberale degli anni Ottanta.

Queste percentuali, che hanno trovato una valida sintesi politica nello slogan wearethe99percent portato alla ribalta dal movimento Occupy, sono alla base di sempre più frequenti analisi che mostrano come la classe media americana – un tempo simbolo dell’egemonia internazionale statunitense – non possa più essere considerata la World’s Richest, soprattutto alla luce dell’ascesa di una classe media cinese, nella regione asiatica come pure in quella latino-americana. Ciò che consegue da questa immagine è che, se negli anni Novanta la globalizzazione era stata accolta con ottimismo per le potenzialità di crescita e prosperità che sembrava portare con sé nel mondo politico post-liberal del clintonismo, a distanza di un ventennio per la classe media americana definisce un orizzonte oscuro (K. Phillips).

Polarizzazione del mercato del lavoro

Questa conclusione trova conferma in un secondo processo transnazionale: la polarizzazione del mercato del lavoro. L’ingresso di milioni di lavoratori a basso costo nel mercato internazionale, il crescente scambio di capitali, beni e servizi e la conseguente ferrea competizione economica su scala mondiale si riflettono in un mutamento della struttura occupazionale dell’economia statunitense. Con la delocalizzazione e il declino dell’industria manifatturiera tradizionale, con lo sviluppo del terziario e dei servizi all’impresa ad alto contenuto tecnologico, specie nel settore informatico e della comunicazione, dagli anni Ottanta si assiste a un processo centrifugo. Da una parte, sono aumentati i lavori ad alto contenuto professionale, creativo e altamente retribuito: high-skill jobs per scienziati, ingegneri e manager impiegati a tempo pieno. Dall’altra, è cresciuto il numero di quanti lavorano a tempo parziale, impiegati con compiti specifici e mansioni dequalificate di routine (low-skill jobs). Ne è derivato un netto calo delle tradizionali occupazioni qualificate: manager di medio livello, amministratori, professionisti di fascia intermedia, impiegati d’ufficio e operai specializzati. Quelle occupazioni cioè che hanno definito l’ossatura della classe media americana nel periodo cosiddetto della golden age of american capitalism, fra anni Quaranta e Settanta.
Molte di queste
sono scomparse a causa delle
innovazioni tecnologiche (informatizzazione
e automazione) oppure sono state delocalizzate in Cina o India, dove costano meno. Con il risultato che non solo le donne, specie se anziane o sole e con figli a carico, continuano ad avere retribuzioni più basse di quelle degli uomini, ma anche sempre più alte percentuali di donne e uomini bianchi ricoprono una posizione lavorativa e sociale simile a quella della maggioranza di afroamericani e ispanici (B. Cartosio).

Sebbene affondi le sue radici nelle trasformazioni economiche e sociali che seguirono alla frattura imposta dall’affermazione del neoliberismo (D. Rodgers), questo processo strutturale ha subito una decisa accelerazione con l’odierna crisi economica. Tra il 2007 e il 2009, non è mutato il totale delle posizioni high-skill e delle mansioni low-skill, mentre la recessione ha ulteriormente distrutto le occupazioni della classe media. La ripresa economica che ha caratterizzato il secondo mandato presidenziale di Obama non sembra sufficiente per invertire la tendenza: anche la diminuzione della disoccupazione non coincide con il ritorno a un numero rilevante di middle-skill jobs. Alla luce di ciò, la prospettiva è che, nel giro di un decennio o poco più, gli americani (specie le nuove generazioni), che erano abituati o che si aspettavano per l’istruzione ricevuta, di avere occupazioni di qualifica e reddito medio, presumibilmente in numero considerevole troveranno lavori dequalificati a basso salario. Come quelli nella ristorazione, nei servizi e nella cura alla persona che, essendo per lo più ad appannaggio di migranti o di donne e uomini delle minoranze razziali, acuiscono il senso di declassamento dell’America bianca. Il declino dell’industria manifatturiera e l’affermazione di nuovi settori ad alto contenuto tecnologico e fortemente integrati nel mercato mondiale sembrano dunque interrompere la continua espansione della classe media che aveva caratterizzato il Novecento.

Il mutamento del ruolo dello Stato

Queste tendenze alla sperequazione del reddito e alla polarizzazione del mercato del lavoro sono consolidate da un terzo processo transnazionale: il mutamento del ruolo dello Stato. In questo senso, si evidenziano il minor coinvolgimento del governo nel settore produttivo, l’abbandono del carattere redistributivo della fiscalità, la riduzione delle politiche di sicurezza sociale, soprattutto, il cambiamento nella direzione e negli scopi dei programmi di assistenza sociale. Mentre nel trentennio seguente la seconda guerra mondiale – sia nel linguaggio europeo di diritti sociali sia in quello americano di entitlement – si era affermata una visione espansiva di garanzia pubblica di prestazioni, oggi la loro residuale fornitura è sempre meno rivolta all’integrazione e alla mobilità sociale, con sempre maggiore frequenza alla mera assistenza per la riproduzione dei working poor (D. Schipler). Con la fine del welfare come era stato conosciuto nel Novecento – per usare le parole del presidente Clinton pronunciate prima dell’approvazione della legge dell’ottobre del 1996 con cui il Congresso a maggioranza repubblicana chiudeva il sistema nazionale di assistenza sociale istituito con F.D. Roosevelt nel 1935 – si è affermato compiutamente il cosiddetto welfare to work ovvero programmi che, in estrema sintesi, non vanno a integrare il reddito favorendo consumo e mobilità, piuttosto sono vincolati all’accettazione del lavoro, qualsiasi esso sia, anche se precario e povero (E. Vezzosi).

In rapporto alla classe media, ciò non sta avendo effetti negativi soltanto sulla redistribuzione del reddito, con l’esclusione delle famiglie middle-class da numerosi servizi sociali ridotti alla stregua di privilegi della povertà. L’ulteriore effetto è la drastica riduzione delle occupazioni associate ai servizi sociali, occupazioni che costituivano una percentuale importante del lavoro white-collar. I lavori qualificati assicurati dal settore pubblico garantivano crescenti opportunità di acquisire un livello di reddito e ricchezza patrimoniale che oggi non sono alla portata delle nuove generazioni: la riduzione dei servizi e la loro privatizzazione bloccano il ciclo virtuoso dell’espansione della classe media che aveva caratterizzato il secolo scorso (T. Skocpol).

Su queste basi, Krugman ha parlato di Undoing the New Deal, sostenendo che il profondo mutamento del ruolo dello Stato non registra esclusivamente un cambiamento in materia di politiche. Lo
smantellamento
dello Stato sociale ha imposto una vera e propria inversione delle norme sociali (e dei valori) nella direzione della massimizzazione assoluta del successo individuale (e del profitto) a discapito di forme di solidarietà e giustizia sociale che avevano garantito un’ampia mobilità: il New Deal non è stato semplicemente una “creazione artificiosa” del governo – scrive Krugman – esattamente perché è riuscito a plasmare una società middle-class attorno alla condivisione del valore della “uguaglianza relativa”. Condivisione che, dagli anni Ottanta, è stata soppiantata da un individualismo irresponsabile e sfrenato ma seducente e ancora persistente, come quello che è stato portato sul grande schermo da Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street. Film del 2013 che, sullo sfondo dell’euforia finanziaria degli anni Ottanta e Novanta, racconta l’ascesa e la caduta, gli eccessi personali di sesso e droga di Jordan Belfort – spregiudicato broker newyorkese, interpretato da Leonardo Di Caprio – che sul finire degli anni Ottanta era diventato ricco ingannando gli investitori sul reale valore delle azioni vendute e sul livello di rischio degli investimenti.

Saskia Sassen segue la stessa linea interpretativa, attribuendo però alla questione un carattere eminentemente politico quando afferma che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, esiste una generazione middle-class che non solo è più povera delle precedenti, ma è anche priva delle speranze di ascesa sociale. A suo modo di vedere, le proteste che attraversano le città (non soltanto) degli Stati Uniti sono espressione di nuovi attori della contestazione: donne e uomini della classe media, i loro figli e figlie, che hanno usufruito dei processi di empowerment avviati dalle politiche sociali novecentesche. In questo senso, il neoliberismo avrebbe fatto saltare il rapporto di fiducia che teneva insieme classi medie e liberal State nella forma del welfare State: privatizzazione e riduzione dei servizi sociali sono il modo in cui si manifesta la rottura del «contratto sociale» alla base della democrazia liberale dell’Occidente (O. Zunz, L. Schoppa, N. Hiwatari).

In conclusione, quello che vorrei evidenziare è che questi processi transnazionali attraverso cui è spiegata la crisi della middle class – sperequazione del reddito, polarizzazione del mercato del lavoro, mutamento del ruolo dello Stato – stanno imponendo al dibattito pubblico statunitense una riflessione di ordine storico. Diversi studiosi e opinionisti parlano del ritorno della Gilded Age – l’età dorata di fine Ottocento contraddistinta dalla grande concentrazione di ricchezza e dall’esplosione per la prima volta negli Stati Uniti di un violento conflitto di classe diffuso su scala nazionale. Oppure – come emerge oltre che dalla letteratura e sulla stampa anche sul grande schermo da un altro film del 2013, sempre interpretato da Leonardo Di Caprio, Il Grande Gatsby, dall’omonimo romanzo del 1925 di Francis Scott Fitzgerald – ricordano i ruggenti anni Venti, quelli non solo della crescita del consumo, del lusso sfrenato e sfrontato, ma anche di crescenti povertà e disuguaglianze, di forti contraddizioni economiche e sociali che portarono la promessa americana di ascesa sociale e benessere materiale a infrangersi nel crollo di Wall Street nel 1929 (L. Fink, L.M. Bartels).

Questo ritorno della storia sembra essere il segno più evidente della crisi – politica e culturale, oltre che economica e sociale – della classe media americana, la prova cioè che la fiducia storicamente riposta dagli americani nella possibilità di riconoscersi nella middle class sia profondamente incrinata. Ciò trova conferma in una ricerca d’opinione del gennaio 2014 condotta dal Pew Research Center. Secondo questo studio, nel 2008, prima che l’esplosione della bolla finanziaria precipitasse rumorosamente nell’economia reale, soltanto il 6% degli americani si considerava lower class e soltanto il 2% upper class, mentre il 91% riteneva di essere parte di una grande classe media che comprendeva persone con reddito che andava da 15 a 250 mila dollari. Un dato, questo, che può sembrare strano, ma in realtà è coerente con l’affermazione nel secondo dopoguerra di una nozione pubblica di middle class eccentrica rispetto a quella europea perché – come abbiamo detto – non legata alle tradizionali figure della borghesia proprietaria e professionale. Fin dal 1950, infatti, i sondaggi commissionati dalla rivista Fortune, voce del capitalismo americano, hanno mostrato che la stragrande maggioranza degli americani si riconosceva nella classe media, a prescindere dal lavoro manuale o intellettuale, operaio o impiegatizio, che svolgevano. Questa percentuale è rimasta pressoché stabile per la restante parte del secolo. Oggi, invece, le ricerche d’opinione segnalano che il lavoro è tornato alla ribalta come linea di divisione della nazione. Dopo un decennio di recessione e ripresa debole, circa il 47% degli americani si considera lower class o lower-middle class: la riduzione del consumo, le difficoltà a stipulare assicurazioni sanitarie, la minor accessibilità all’istruzione universitaria, l’occupazione de-qualificata, precaria e a basso salario, sono alcune delle ragioni che spiegano la crescente consapevolezza per cui non è più sufficiente lavorare duro, risparmiare, essere sobri e prudenti per essere middle class, secondo la retorica repubblicana della responsabilità personale che ha accompagnato l’affermazione del neoliberismo (J. Schor).

Quello che Krugman ha definito fetishization of the middle class – «la nostra [degli americani] pretesa di essere sempre membri di questa classe» – sembra dunque uscire di scena. Mentre Krugman registra positivamente il ritorno inaspettato di percezioni di classe perché – a suo modo di vedere – stimolerebbero il pubblico a sostenere la ricostruzione di una società middle-class, è indicativo che nel 2012 un politologo come Francis Fukuyama – che nel 1989 aveva celebrato il trionfo universale del liberalismo democratico in seguito alla caduta del blocco sovietico – abbia pubblicato un saggio dal titolo allusivo: The Future of History. Can Liberal Democracy Survive the Decline of the Middle Class? Alla domanda non segue una risposta immediata, se non l’indicazione di elaborare una vaga «ideologia del futuro» che ristabilisca la supremazia della politica sull’economia senza tornare al «socialismo» del welfare state. Quello che è interessante notare non è tanto la divergenza delle risposte che dipende dai diversi orientamenti politici. Rilevante è che la classe media non sembra più costituire quella nozione pubblica condivisa che nel secondo Novecento aveva espresso la normalità americana dell’ordine sociale e politico basato sul consenso.

Alla luce della crisi economica globale, la nazione del suo trionfo appare allora divisa attorno all’interrogativo se sia ancora possibile considerare la classe media come alternativa futura all’odierno impoverimento del lavoro, alle crescenti disuguaglianze economiche, alla comparsa di nuove masse di poveri (G. Therborn). Il ritorno della storia – delle immagini negative e conflittuali che si credevano superate, relegate a un passato senza futuro – nell’opinione pubblica sembra incrinare certezze, suscitare dubbi, ridefinire modi di pensare e appartenenze sociali e culturali di lungo periodo, sembra cioè determinare uno squarcio nella storica identificazione degli americani nella middle class, producendo in questo modo confusione e disorientamento rispetto alla narrazione storica trionfale dell’era americana. Gli Stati Uniti stanno dunque attraversando una lunga crisi, non solo economica e sociale, ma anche culturale e politica. Una crisi che è senza precedenti nella misura in cui non sembra esserne decifrabile l’uscita. Così come non esiste alcun segnale di un nuovo New Deal da opporre alle dinamiche disgregatrici in atto sulla scena internazionale, allo stesso modo all’interno degli Stati Uniti non emergono segni di un’inversione di tendenza. La crisi della classe media sembra piuttosto porre un inedito problema di legittimazione dell’ordine americano (e occidentale) che investe il modo in cui la democrazia è chiamata a governare i processi transnazionali di sperequazione del reddito, polarizzazione del mercato del lavoro e mutamento del ruolo dello Stato. Se questo problema di legittimazione assume oggi la forma di una discussione sul futuro della middle class, bisogna rilevare che, al momento, diversamente da quanto avvenuto durante la grande depressione fra le due guerre, sembrano evidenti le difficoltà materiali e ideologiche ad aggiornare la centralità novecentesca della classe media all’odierno mondo neoliberale della globalizzazione. La stessa letteratura che con insistenza e impegno denuncia la crescente divergenza tra capitalismo e democrazia riportando alla ribalta pubblica il termine negativo plutocracy (R. Formisano) rende evidente quanto sia improbabile che si possa parlare almeno nell’immediato futuro di una new middle class attorno alla quale organizzare una nuova era americana.

Bibliografia

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Matteo Battistini, “Harold Lasswell, the Problem of World Order, and the Historic Mission of the American Middle Class”, in M. Vaudagna (a cura di), “Beyond the Nation: Pushing the Boundaries of U.S. History from a Transatlantic Perspective. Torino: Otto Editore, 2013.

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David Shipler, The Working Poor: Invisible in America. New York: Vintage Books, 2005.

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La Fine del secolo americano 5 Fiorentino (2)

Nuovi immaginari culturali dopo il “secolo americano”

Di: Daniele Fiorentino

Se il secolo americano è superato non lo sono del tutto i modelli e i parametri di riferimento emersi in quella breve età in cui gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo preponderante a livello internazionale. Le analisi di Romero e Battistini mettono in evidenza le caratteristiche che prima hanno segnato quel secolo e poi contribuito a definire il suo superamento, ma nell’analizzare l’immaginario collettivo di un popolo, le sue aspettative, i suoi sogni e le sue speranze è possibile trovare dei fili che collegano l’era attuale a quella appena passata, rintracciandone continuità e cesure. Si tratta certo di un esercizio difficile che richiede di sacrificare inevitabilmente molti aspetti della cultura e delle usanze del paese per concentrarsi su ciò che sembra rappresentare nel modo migliore un certo modo di pensare e affrontare la vita e il futuro. In generale lo studioso deve fare una scelta che è tanto metodologica quanto analitica: l’uso di metodologie interpretative diverse e la scelta degli ambiti in cui applicarle. Fare tutto ciò nel momento in cui l’America, e non solo, attraversa una fase di difficile transizione, è una vera sfida.

Per capire meglio approccio e metodologia si può partire da un evento piuttosto recente: la visita in Scozia di Donald Trump il 25 giugno 2016. Scrive Paolo Mastrolilli su La Stampa: “Questo è solo l’inizio. La dissoluzione dell’Unione europea è in corso” – dice il candidato repubblicano. Oltre a congratularsi con se stesso per averla prevista, Donald Trump fa un’analisi della Brexit che a suo avviso gli apre direttamente la porta della Casa Bianca: “Vedo molti parallelismi tra quanto è successo in Gran Bretagna, e quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Le persone vogliono riprendersi i loro Paesi, riaffermare la propria indipendenza, e questa è una cosa buona”. Se un anno fa avessimo chiesto a un americano qualunque (ma anche a un europeo) cosa si aspettava dalla candidatura di Trump alle primarie avrebbe risposto che non sarebbe durato molto, vuoi perché ne era un acerrimo nemico e quindi era sicuro che altri come lui non lo avrebbero votato, vuoi perché convinto di votarlo come immaginario paladino dei diritti di chi sta perdendo tutto o rischia di perderlo, e quindi sicuro che i poteri forti di Washington e Wall Street ne avrebbero fermato l’ascesa. Al tempo stesso mai avrebbe pensato che il Regno Unito potesse uscire dalla UE e mettere quindi in discussione anche la special relationship tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Infatti questi due eventi erano inimmaginabili solo pochi mesi fa e molti analisti su entrambe le coste atlantiche hanno fatto ammenda per aver affrettato conclusioni, non sostenute dall’evidenza, sullo stato d’animo del cittadino “transatlantico”.

Nelle primarie presidenziali di quest’anno sono venuti alla luce tre importanti fattori che possono aiutare a entrare nell’immaginario collettivo del popolo statunitense: 1. Innanzitutto l’ormai dilagante sfiducia verso la politica e Washington: la diffidenza verso il governo, quello che nella sua migliore formulazione Thomas Paine aveva definito un male necessario; 2. I tre candidati principali della contesa 2016 rappresentano risposte diverse a una malaise diffuso, e la prima candidata donna della storia raffigura in fondo l’establishment nella sua forma forse più consumata, tanto da potersi dire un modello di una delle serie televisive di maggior successo degli ultimi anni, House of Cards. La coppia Underwood, protagonista della serie, ha indiscutibilmente diversi punti di contatto con i Clinton, compresi i tradimenti, affettivi e sessuali ma soprattutto dei migliori amici; 3. Se Trump offre una risposta populista al malaise, essa somiglia più ad altre situazioni simili nel mondo del nord Atlantico che al tradizionale populismo americano e questo è dovuto anche a una condivisione sempre maggiore a livello transnazionale di idee, modelli e aspirazioni.

Nel corso degli ultimi anni, le serie televisive hanno rivisitato e interpretato le ansie del popolo americano forse meglio di altre forme di narrazione come il cinema e la letteratura. Attraverso un racconto serrato capace di offrire intrattenimento ma al tempo stesso modelli diversi di esseri umani, non sempre positivi, hanno dimostrato di avere la capacità di raggiungere un pubblico molto ampio facendo peraltro uso di un linguaggio accessibile a tutti. Esse rappresentano dunque un ottimo strumento di lettura della società e un’utile proiezione di sogni e paure dei cittadini americani.

Il malessere diffuso negli Stati Uniti si rispecchia in molti aspetti della vita quotidiana e nella narrazione che gli Stati Uniti vanno facendo di se stessi.  Gli americani sono alla ricerca di qualcosa di più vero e genuino, in qualche modo capace di riportarli ai valori originali della repubblica perlomeno come ci si immagina potesse o dovesse essere,  mentre hanno la sensazione di vivere in un paese che ha perso il contatto con la sua vera identità. È una ricerca per tornare a un immaginario unsophisticated. Questa disillusione non si manifesta solo nella politica o nei confronti dei masters of the universe della grande finanza. È riscontrabile in una serie di aspetti differenti della vita quotidiana soprattutto di quella classe media che ha rappresentato l’asse portante del secolo americano: dalla nuova tendenza verso l’organic food, il risparmio energetico e il salutismo nei suoi diversi aspetti, alle palestre sovraffollate e alle diete più esoteriche, indici di una ricerca di ritorno al giardino originale, che non c’è mai stato ma fa parte del mito identitario americano (Marx, Nash). Paradossalmente però questa “ricerca dell’organico” sta rischiando di portare a un’ulteriore sofisticazione (si pensi soltanto alla manipolazione anche dei prodotti più semplici della terra, per cui ormai alcuni community college offrono corsi per il riconoscimento di cibi organic e gmo).

Si parla molto di una cittadinanza globale e di una transatlantica. Se queste formule possono essere di certo applicate nella sfera economica, e in qualche misura in quella politica, è molto più difficile utilizzarle invece per gli aspetti culturali. Lo scambio tra le due coste del nord atlantico è molto intenso ma spesso fatica a trasferire immaginari e aspirazioni poiché l’universo di riferimento culturale rimane comunque distinto. Si potrebbe sintetizzare questo concetto dicendo che mentre le informazioni passano esse vengono lette però sulle due sponde in base a parametri diversi. Così se per esempio la risposta europea all’organic è slowfood,  che forse è una delle principali esportazioni dell’immaginario del vecchio continente verso il nuovo dopo la fine della Guerra fredda, la rivoluzione digitale partita in America ha cambiato invece, e di molto, il modo in cui noi tutti percepiamo il mondo di oggi. I nuovi strumenti digitali sono il mezzo più efficace di globalizzazione ed entrano nella sfera privata in modi che fino a pochi anni fa erano inconcepibili. I computer, i sistemi operativi, i social network e le tecnologie in generale, sono generati e diffusi dagli Stati Uniti e hanno un impatto non indifferente non solo sull’immaginario americano ma su quello di un po’ tutto il mondo e in particolare sull’Europa. Se quindi lo scambio è transnazionale è possibile vedere come esso avvenga in entrambe le direzioni ma ancora con un predominio del nord America sull’Europa, almeno nella sfera dell’immaginario. In modo apparentemente paradossale, nel momento in cui gli Stati Uniti cominciavano a cedere parte della loro influenza economico-militare a livello internazionale tra gli anni Settanta e Ottanta, i modelli culturali da essi creati si andavano diffondendo in forma sempre più significativa e non solo in Europa.

Allo stesso modo, i due eventi drammatici che hanno segnato la svolta di questo inizio secolo a livello mondiale sono avvenuti negli Stati Uniti e la loro universalità è ormai indubbia: la grande maggioranza degli abitanti della terra ha ben impresse nella mente le immagini degli aerei di linea che, volando a bassa quota, si vanno a schiantare nelle Twin Towers; questa stessa maggioranza soffre ancora oggi a distanza di otto anni, delle conseguenze di una crisi economica indotta da speculazioni e giochi di potere nei quali non aveva nessuna voce in capitolo ma dei quali ancora oggi porta le conseguenze. Grazie ai media, ai social network e alla circolazione di informazioni e notizie in tempo reale il cittadino, perlomeno quello transatlantico, sa ormai cosa è lo spread, come esso incide sul PIL e come funzionano i meccanismi della borsa, anche se non ha investimenti o interessi diretti in gioco. Questo cittadino però ha anche a disposizione altri strumenti, diciamo virtuali e non, che gli permettono di entrare in un mondo immaginario nel quale, come nella migliore tradizione della letteratura di denuncia e del feuilleton,  è possibile vivere surrettiziamente una realtà che spesso risulta ostile (Di Chio 38-39).

Questo avviene grazie ai social ma anche e soprattutto attraverso il rinnovato successo del mezzo televisivo trasformato dalle nuove tecnologie. Come scrive Aldo Grasso a proposito delle serie televisive come strumento di lettura del presente: “La serialità televisiva è forse la vera espressione del nostro tempo, al centro di infiniti raggi di vincolante degnità, la via di transito dei molti significati che ci circondano e che spesso ci appaiono illeggibili. Il telefilm è un misto fra autorialità pura e design, fra idea e fabbrica, una miscela meravigliosa e impossibile di creatività e ripetizione, di ricalco e riscrittura […] Nelle serie c’è il profumo dei giorni che si susseguono, tutti più o meno uguali, tutti più o meno programmati” (32).

Se la realtà politica è sempre più distante dai cittadini, qualunque sia la loro nazionalità, le serie televisive, i film e i romanzi aiutano a leggerla da più punti di vista spesso riproducendo i dubbi più inquietanti. Al tempo stesso però producono un effetto “balsamico”, per cui i protagonisti assomigliano molto ai personaggi reali ma li superano in mistificazione e brutalità. Frank Underwood (Kevin Spacey), il protagonista di House of Cards, sembra essere un mix perfetto di George W. Bush, Bill Clinton e Donald Trump, ma è un criminale e applica fino alla perversione il principio che per fare politica bisogna sporcarsi le mani (Perry 103-105). Se la politica di Washington è corrotta, Underwood lo è molto di più. Così lo spettatore da una parte vede confermati i suoi dubbi più atroci, dall’altra è confortato dall’estremizzazione dei suoi sospetti che potrebbero essere superati dalla realtà ma forse non lo sono. House of Cards  conferma la sensazione diffusa della profonda corruzione esistente nella capitale e in tutti i gangli vitali della pubblica amministrazione, mentre Homeland, la serie della Fox, offre la prova del clear and present danger del terrorismo ma anche degli abusi che i servizi segreti, di sicurezza, di polizia del paese possono commettere. Quello stesso spettatore si può rifugiare nel confortevole successo di James Donovan, il protagonista reale di Bridge of Spies, il recente successo cinematografico di Steven Spielberg che ricorre alla Guerra fredda per ritrovare la solidità dei valori americani di libertà e democrazia contro un nemico chiaramente individuabile. Nel frattempo però si ritrova a leggere Purity di Jonathan Franzen, o Città in fiamme, il caso letterario del 2015 di Garth Risk Hallberg, dove invece la crisi del modello americano emerge proprio poco dopo la morte del vero Donovan, avvenuta nel 1970. In forma diegetica vive in un mondo surrettizio che assomiglia terribilmente a quello vero. Questa è forse la differenza più significativa, favorita dalla nuova televisione interattiva e dal computer, del nuovo immaginario americano nel XXI secolo.

Franzen colloca la caduta dell’American way of life negli anni Settanta del Novecento, cosa su cui concordano ormai gli studiosi. Ma se si vuole situare anche la fine dell’ordine mondiale a conduzione americana in quel periodo bisogna tenere presenti altri aspetti e non solo i risvolti economico-politici. Proprio in quel decennio, infatti, emergevano nuovi sistemi di comunicazione che si preparavano a rompere il monopolio delle grandi reti televisive americane: la tv via cavo e/o via satellite. Furono queste, e in particolare quella che si trasformò ben presto in un consorzio di piccoli produttori locali, Home Box Office (HBO), a dare l’avvio al formato del telefilm seriale indipendente. Esso inizialmente aveva la peculiarità di offrire veri e propri feuilleton della durata di centinaia di puntate, per poi trasformarsi nelle attuali serie televisive che durano diverse stagioni ma non contengono più di dodici o quattordici puntate per stagione (Martin 47-49). Ciò consente ai produttori di offrire un prodotto molto più raffinato e autoriale che somiglia sempre di più al romanzo. È stata la cosiddetta terza golden age della televisione a fare poi il resto. L’introduzione del digitale e la possibilità di una fruizione articolata da parte dello spettatore che non deve più necessariamente attendere la puntata successiva ma può scaricare le puntate, o comprare il DVD, per vederle secondo tempi e modalità suoi propri, fa sì che la serie si affianchi se non sostituisca il romanzo (Grasso 23).

Leggendo la nuova letteratura americana o guardando i racconti prodotti dalla televisione e dal cinema, emerge un dato abbastanza chiaro, un’analisi che ormai gli storici danno per scontata, ovvero che il secolo americano comincia a declinare negli anni Settanta del Novecento, sulla scia della guerra del Vietnam, le bugie di Johnson e Nixon, il cinico realismo internazionale dello stesso Nixon e di Kissinger, l’ingenuità e la serie di passi falsi di Carter, il conflitto in Medio-Oriente, la crisi del petrolio, l’inflazione a due cifre in buona parte del mondo occidentale, la rivoluzione islamica in Iran, e altro. In quella fase storica gli USA persero progressivamente il ruolo che avevano ricoperto per circa trent’anni. Eppure contestualmente, il modello americano raggiungeva l’apice del gradimento. La musica, il cinema, la televisione, perfino la letteratura americana diventavano la narrazione di un mondo nordatlantico (spesso definito più comodamente occidentale) che opponeva i suoi valori di libertà e democrazia alla tirannide comunista. Perfino al di là della cortina di ferro si ascoltava il rock anglo-americano, si ambiva a possedere un paio di jeans Levi’s o a mangiare l’hamburger di McDonald’s; o si passava sotto banco la letteratura proveniente dall’altra parte dell’oceano (Ritzer 185-190; Nolan 341-342). Nel momento in cui il malaise, come Carter aveva definito quell’età dell’ansia, colpiva anche chi non aveva partecipato ai movimenti di protesta dei decenni precedenti finiva per mettere in dubbio l’effettiva capacità di funzionare del capitalismo liberale nella sua versione americana.

Per capire queste trasformazioni è dunque necessaria una metodologia interdisciplinare capace di aiutare lo storico a trovare un’interpretazione complessiva di fenomeni altrimenti estranei ai suoi strumenti di lettura della realtà. La narrazione, il racconto, nel momento in cui reinterpreta e riracconta la realtà incide su di essa (Ricoeur). Incide sulla società e sulla stessa organizzazione dello Stato, sul modo in cui esso può operare e su cosa è rilevante per una sua definizione complessiva. Come è stato rilevato di recente dai nuovi studi di geografia politica di Meehan, Shaw e Marston, tanto gli oggetti che la loro funzionalità, il loro uso e il loro recondito significato tendono a mutare la comune percezione del vivere collettivo, le sue strutture e la sua funzionalità. In questo senso, la fiction, sia essa televisiva, cinematografica o letteraria, contribuisce a farci vedere il non visibile, a immaginare come certi oggetti, certe dinamiche di rapporto umano, e certe interrelazioni, anche tra esseri umani e oggetti o accadimenti determinati dall’interazione tra quegli oggetti e gli esseri umani, ci portano a ripensare la nostra stessa realtà e a riorganizzarla anche sulla base delle conoscenze che “acquisiamo per immaginazione”.

Per questo le nuove serie televisive incontrano tanto favore e ascolto: esse consentono di distaccarsi dalla realtà e al tempo stesso di reificarla. Il racconto diventa l’evento nel momento in cui viene raccontato, e offre uno sguardo sulla realtà vissuta che altrimenti non potremmo avere (Ricoeur). Da questo punto di vista, come avviene d’altronde spesso nei romanzi, e non solo della letteratura colta, la fiction può raccontare qualcosa che storici e politologi non possono dire perché non hanno i documenti per provarlo. L’immaginazione è giocoforza costretta dal documento che lo storico interpreta. Per usare una metafora, lo storico è un giudice che ha bisogno di un paradigma indiziario e di prove per decretare la sua sentenza e ricostruire i fatti (Ginzburg 192-193), lo showrunner, cioè chi gestisce tutta la scrittura e produzione di una serie televisiva, è un cantastorie che dice la verità che tutti conoscono ma che nessuno può dire perché non ci sono prove (Grasso, Penati). Si è documentato, ha studiato anche lui, ma poi ricostruisce un universo parallelo alla realtà, molto verosimile ma per nulla vero, eppure altrettanto rivelante.

Come sostengono Penfold-Mounce, Beer e Burrows in un breve saggio sociologico su The Wire, “lo show stesso è un oggetto che libera forze reali sul mondo tangibile, stimolando al contempo un immaginario attraverso una sorta di sociologia lirica”, una forma narrativa per la cultura di massa. In fondo niente di nuovo se si pensa al ruolo che opere come The Jungle di Upton Sinclair, o How the Other Half Lives di Jacob Riis o i racconti urbani di Edith Wharton, giocarono all’inizio del Novecento nell’attrarre l’attenzione non solo dell’opinione pubblica, ma anche di una classe politica sempre più scollata dalle esigenze dei cittadini. La richiesta di maggiore trasparenza e di corretta gestione della macchina dello Stato di allora trova degli importanti paralleli con la realtà di oggi e con la funzione narrativa nel contribuire a leggere un mondo sempre più complesso e difficile da comprendere.

Se si prendono ad esempio, tre diverse serie televisive di successo che parlano in modo diverso di politica e della sua gestione, e del rapporto dello Stato con i cittadini, House of Cards, Homeland e The Wire, è possibile entrare, anche se solo immaginariamente, dentro un mondo che ci sembra di conoscere ma percepiamo come estraneo ed è al tempo stesso parte della nostra realtà quotidiana. Esso determina il rapporto che intratteniamo tanto con altri esseri umani che con lo Stato. Attraverso le esperienze e gli occhi dei protagonisti della fiction si è  in grado di vedere un’America percepita, ma che non vediamo realmente. Queste serie propongono una lettura del paese a più livelli che sembra poi concretizzarsi per esempio nella campagna elettorale di Donald Trump e Hillary Clinton, come nel caso di House of Cards. Qui il distacco del politico di mestiere dai più immediati bisogni della cittadinanza e la corruzione imperante offrono una lettura della crisi della politica. Homeland concentra invece la sua azione sulle vicende di spionaggio internazionale nel quale le scelte sono determinate spesso da un’agente senza scrupoli, Carrie Mathison, interpretata da Claire Danes, una schizoide che mette a disposizione della CIA la sua ossessiva dedizione al lavoro e le sue capacità intuitive spesso violando le regole. Mentre The Wire, come d’altronde la serie True Detective, mostra tutte le ambiguità dei “difensori dell’ordine” nella lotta e connivenza col crimine in una città americana, Baltimora, che ha attraversato una lunga crisi tanto economica che politica e sociale a partire dagli anni Settanta e solo adesso comincia a riemergere da una condizione di sfaldamento e conflitto urbano.

A tutte e tre le serie si può applicare ancora una definizione usata da Penfold-Mounce, Beer e Burrows: “The Wire è il dissenso […] É forse l’unica narrazione televisiva che suggerisce apertamente che le nostre strutture politiche, economiche e sociali non sono più sostenibili, e che no non andrà tutto bene” (3). I loro protagonisti non sono eroi positivi al 100%, anzi alcuni di loro sono decisamente dei villains che hanno preso il potere o lo gestiscono in modo molto discutibile. Ovviamente l’esempio migliore in questo senso è Underwood, ma anche gli altri protagonisti sono sempre su un crinale in bilico tra legalità e illegalità, tra giustizia e violenza, tra buoni e cattivi. La fiction americana, dal cinema alle serie televisive, non riesce più ad offrire i protagonisti buoni, il settimo cavalleggeri che salva i pionieri in pericolo, contro un nemico ben identificabile perché affatto diverso, gli indiani o i comunisti, ma personaggi che aiutano gente ferita come loro, vittime di una politica ormai estranea e di un sistema economico che ha rimesso in discussione il concetto stesso di classe media (Battistini). Si potrebbero addirittura collegare questi sceneggiati in una catena dove il potere, senza scrupoli e solo alla ricerca di consenso (House of Cards), ignora le condizioni psichiche del soldato liberato dalla prigionia in Afghanistan (Nick Brody in Homeland) e lascia che la criminalità organizzata imperversi nella città, come in The Wire, perché di quella criminalità è spesso responsabile; nella realtà probabilmente in modo indiretto (ma forse neanche troppo) mentre nella fiction ne è addirittura il mandante.

In fondo la fiction, che si tratti dei romanzi d’appendice, del cinema, delle serie televisive, è il racconto di come una società si percepisce; ma come molti studiosi ormai concordano, le serie televisive sono il nuovo romanzo di appendice e raccontano in forma drammatica una realtà altrimenti difficile da rendere in un formato facilmente comprensibile al grande pubblico e di immediata comunicazione. Come scrive Martin, la serie televisiva di 12-13 puntate in più stagioni ha preso il posto del cinema degli anni Ottanta e della letteratura dei Settanta nel descrivere un’America in mutamento. Già in quel cinema e in quella letteratura si trovavano i semi della crisi. Il sogno americano era stato messo in discussione, ma è solo con la nuova forma narrativa del serial che la crisi si può affrontare nel suo più profondo significato (Martin 11). Non è più tutto bianco o nero ma ci sono tante e diverse sfumature. Spesso il protagonista è un cattivo, Tony Soprano o Frank Underwood, ma ha le sue ragioni ed è il prodotto di una certa America. Un’America che ha perso la sua innocenza una volta per tutte.

Al malessere generalizzato Obama, al contrario di Underwood, ha cercato di dare risposta. All’inizio del suo mandato, il presidente ha cercato di soddisfare due esigenze che il popolo americano sembrava avere a cuore: trovare risposte alternative al sentimento diffuso nella nazione; una nazione quasi in procinto di disgregarsi, destabilizzata continuamente da crisi e scontri interetnici e da una situazione economica che ha messo profondamente in difficoltà quella classe media che è l’asse portante del sogno americano; l’altro era proporre delle soluzioni possibili a un mondo diviso, tormentato dal terrorismo internazionale e destabilizzato da poteri economici forti che sembravano tendere sempre più al massimo profitto a danno della massa (Indick, Lieberthal, O’Hanlon 3). Obama sembrava il personaggio ideale per dare le risposte che non solo gli americani si aspettavano, la personificazione di un mondo sempre più globale e multietnico. Ma anche qui la fiction ha in qualche modo anticipato o affiancato la realtà: un’altra serie televisiva, 24, propone ben due anticipazioni, forse. Prima un presidente nero, David Palmer (Dennis Haysbert), e poi una presidente donna, Allison Taylor (Chery Jones), un mix di idealismo e pragmatismo obamiano e concentrazione e determinazione alla Hillary Clinton.

Le elezioni presidenziali americane sono d’altronde a loro volta uno show mediatico di non poco conto dove realtà politica e fiction si incontrano e si allontanano a più riprese. Un’eventuale elezione di Trump significherebbe una vittoria, per quanto momentanea, delle forze della conservazione perché quella generazione che per il momento ha votato a grande maggioranza Sanders, e forse si prepara ad astenersi alle presidenziali di novembre, che in Inghilterra ha votato Remain, arriverà a essere la maggioranza nel giro di dieci anni o poco più, e finirà per invertire un trend determinato dalla frustrazione di una generazione cresciuta e prosperata tra gli anni Sessanta e Ottanta. A contribuire a questi sentimenti è un risorgente millenarismo e la paura del presente, cresciuti esponenzialmente a partire dagli anni Settanta.

Così come nella letteratura, le serie televisive del primo decennio del XXI secolo dimostrano come gli americani abbiano bisogno di guardarsi indietro e di ripensare cosa sia stata effettivamente la società della Guerra fredda e come si sia usciti da essa. La fine di quel lungo periodo che li aveva visti protagonisti insieme all’Unione Sovietica, comportava qualcosa di più complesso dei toni trionfalistici e autoreferenziali della fine del XX secolo. Il cinema non è stato da meno. I topoi classici dell’avventura e della storia americana sono stati rivisitati ripetutamente. Gli eroi, anche se spesso giovani, non sono più assertivi come negli anni Cinquanta e Sessanta, e d’altronde questa revisione del cinema trionfalistico era già in atto ben prima dell’11 settembre 2001. Stiamo però assistendo a una certa inversione di tendenza rispetto alla cinematografia del primo decennio del nuovo secolo che vale la pena sottolineare. Mentre nei primi anni si era avuto un ribaltamento dei ruoli classici di eroi e villains, ovvero la presenza più frequente di eroi positivi anziani o alle soglie della vecchiaia e una rivisitazione di quel mito fondante della nazione che è la frontiera (Fiorentino), nelle ultime grandi produzioni cinematografiche sembrano tornare eroi positivi dal passato, con una fondamentale differenza però: si tratta di personaggi realmente esistiti. Gli esempi migliori sono l’esfiltratore della CIA  Tony Mendez, che portò in salvo da Teheran i funzionari dell’ambasciata americana sfuggiti all’attacco degli studenti islamici sostenuti dal nuovo regime khomeinista nel 1979, protagonista del film di Ben Affleck, Argo, e James Donovan (Tom Hanks) di Bridge of Spies, assicuratore, abile uomo medio americano. Donovan, grazie alle sue capacità di mediatore e venditore, riuscì a far liberare il pilota dell’aereo spia U2 Francis Gary Power, catturato dai sovietici e lo studente Frederic Pryor arrestato dalla Stasi. Due eroi americani realmente esistiti.

Queste storie sono ben diverse da quella raccontata ad esempio da Martin Scorsese in The Departed (2006), dove tutto sfuoca nell’incertezza di chi sia il colpevole della degenerazione e della violenza. Scorsese riassume questa incertezza in un’avvincente trama di scontro e intreccio tra affari criminali e polizia nella quale si confondono buoni e cattivi, confondendo al tempo stesso lo spettatore.

Molta della cinematografia e della televisione di questi ultimi anni risente inevitabilmente anche del problema del multiculturalismo e cerca di fornire qualche risposta senza apologie di melting pot o mutua comprensione, ma ben conscia dei continui ritorni di violenza etnica nel paese. Gli Stati Uniti hanno perfino un presidente nero, ma la questione razziale rimane aperta anche perché a quella nazionale se ne è aggiunta una internazionale che ha a che fare con l’Islam. L’11 settembre e il nuovo stato di sicurezza messo su da George W. Bush, che Obama aveva promesso di smantellare ma poi non ha voluto o non è stato in grado di fare, hanno portato gli Stati Uniti a un progressivo isolamento. Ora Trump minaccia addirittura di alzare nuovi muri come se quelli del passato e quelli esistenti non bastassero. Come sottolinea Edward Alden nel suo The Closing of the American Border (2009), gli sforzi dell’amministrazione Bush a partire dai giorni successivi all’11 settembre finirono per isolare gli Stati Uniti e trasformarli in una sorta di fortezza. La creazione di un ministero ad hoc, guidato nella sua prima fase da un consigliere personale del presidente, Tom Ridge, ne era la prova più evidente. Il Department of Homeland Security dovrebbe garantire la sicurezza interna e i confini del paese. A volte diventa invece un pericolo per la nazione, i suoi valori, la sua identità. Tende a tenerlo ripiegato al suo interno, isolato da quel contesto internazionale in cui gli Stati Uniti sono inevitabilmente immersi.

Il National Security State ha trovato inevitabilmente molte letture nella fiction, anche perché rende bene per immagini e perché rappresenta una delle priorità dell’America di oggi. Insieme ovviamente a Homeland, si può pensare a un’altra serie, alquanto fantapolitica ma esplicita, The Americans, che propone una coppia di “bravi cittadini americani”, in realtà agenti segreti del KGB, infiltrati negli Stati Uniti degli anni Ottanta. In entrambi i programmi viene recuperato il mito della frontiera come luogo liminale di violenza e rigenerazione, ma lo si rimette costantemente in discussione. Mentre però la violenza della frontiera del mito è funzionale a una redenzione dell’individuo e alla costituzione o ricostituzione di solidarietà nella comunità di appartenenza, quella degli Stati Uniti di oggi sembra essere fine a se stessa e rischia di tornare a essere una frontiera nel senso originale del termine, un confine, un ostacolo. Ma il processo di globalizzazione in atto, la permeabilità dei confini in tutte le direzioni, confini che si minaccia costantemente di sigillare (vedi Trump), sembrano preludere all’imprescindibilità del confronto che porta anche violenza ma può sciogliere una volta ancora il rischio di isolamento che corre il paese.

La frontiera è un limite, ma è e deve essere valicabile. La nascita del World Wide Web proprio a ridosso della fine della Guerra fredda sollecita i cittadini transatlantici, e degli Stati Uniti in particolare, a uscire dalla propria sfera di riferimento e a stare in contatto con il mondo. Rimanere isolati, impermeabili ai rischi provenienti dal mondo esterno, diventa praticamente impossibile considerata la quantità di informazioni che il Web è in grado di portare ovunque. Facebook consente poi, soprattutto a una nuova generazione per la quale la Guerra fredda è storia e l’11 settembre un trauma infantile, di essere continuamente collegati con gli altri nel mondo. Il rischio di isolamento è così scongiurato. In questa prospettiva gli eventi degli ultimi cinque anni sembrano proporre un confronto tra due modelli: la caccia ai terroristi rimanda ai duelli della frontiera, mentre i social network superano anche la frontiera  del mondo arabo.

Cosa c’è dunque nel futuro della nazione americana e come viene rappresentato nell’immaginario collettivo del paese? A questo punto si può tornare all’argomento iniziale, ovvero le elezioni presidenziali in corso e House of Cards. Come ha scritto David Grondin, le fiction ci permettono di proiettare un futuro distopico che mette in evidenza le incongruenze del gioco politico o del National Security State oggi, permettendo altresì di aprire la discussione sullo stato del paese e sulle aspettative dei cittadini a strati sempre più ampi di popolazione. Inoltre, le serie televisive soprattutto, e la fiction in generale, danno la possibilità di leggere il significato più profondo dei timori della gente comune poiché trasferiscono l’immaginazione in un significante capace di maggiore immediatezza e semplicità. Come ha sottolineato Grondin, studiando le modalità dell’intrattenimento di massa è possibile acquisire utili informazioni sui cambiamenti in atto nei parametri di riferimento del paese, e su come essi possano essere consolidati attraverso la narrazione e la fiction. Realtà e finzione sono complementari e l’una può trovare riferimenti nell’altra. A questo proposito, Beau Willimon, lo showrunner di House of Cards, ha avuto due idee geniali che da una parte promuovono ulteriormente la serie, dall’altra interagiscono con la campagna elettorale in atto. Ha tappezzato le città americane di manifesti elettorali della campagna 2016 di Underwood, in alcuni dei quali non si spiega nemmeno che si tratta di una pubblicità della serie televisiva, mischiando così i piani tra realtà e finzione. Inoltre la quinta serie avrà inizio con molta probabilità nel periodo dell’insediamento del/della futuro/a presidente degli Stati Uniti il prossimo anno; e ci si aspetta che cominci con il contestuale insediamento di Underwood.

Se quello che è accaduto nella quarta serie sembra poco plausibile, una first lady di un presidente mai veramente eletto che ricatta il marito per ottenere la nomina a vice-presidente (molto Lady Macbeth; d’altronde diversi critici hanno rilevato il debito dello show verso Shakespeare), cosa possiamo dire di Donald Trump o Hillary Clinton? Quanto sono plausibili le loro candidature? La serie sembra proprio essere un’ottima bussola di orientamento nei giochi di potere americani, basti pensare a cosa è ridotto il partito repubblicano di Will Conway, che si autodefinisce di base un democratico (ma d’altronde lo era anche Trump) e che pur di strappare la presidenza a Underwood è disposto ai più luridi compromessi.

Forse l’idealismo di Obama è superato; Trump è la risposta di coloro che si sono sentiti esclusi da un’America sempre più articolata e complessa e da certe scelte internazionali, in fondo poi non così differenti da politiche precedenti. Obama ha sicuramente dato un impulso diverso, almeno a parole, alla conduzione della politica estera, ma nei fatti è rimasto ancorato a modelli passati. Gli Stati Uniti sono ancora alla ricerca di una ridefinizione della propria identità ma anche di un nuovo ruolo, possibilmente determinante,  a livello internazionale. Quando lo giocano lo fanno secondo regole volta a volta diverse perché hanno perso da tempo il senso di una “Grand Strategy” e sono costretti in quello che Amitav Acharya definisce un “multiplex world”.

Bibliografia

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Paolo Mastrolilli, Trump in Scozia esulta: “Questo voto è solo l’inizio. I popoli sono arrabbiati”, in La Stampa, 25 giugno 2016. URL: http://www.lastampa.it/2016/06/25/esteri/trump-in-scozia-esulta-questo-voto-solo-linizio-i-popoli-sono-arrabbiati-vxs3EhccWdqYemP1XSap7I/pagina.html

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Serie TV

Americans, ideato da Joe Weisberg, FX, 2013-

Homeland, elaborato da Howard Gordon e Alex Gansa sulla serie israeliana Prisoners of War, ideata da Gideon Raff, Fox 21, 2011-

House of Cards, ideato da Beau Willimon, Netflix, 2013-

True Detective, ideato da Nic Pizzolato, HBO, 2014-

The Wire, ideato da David simon, HBO, 2002-2008.

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