Storia, mito e pallone. Tavola rotonda su Argentina-Inghilterra trent’anni dopo la “mano de Dios”

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Tavola Rotonda con: Matthew Taylor, Francesco Davide Ragno e Nicola Sbetti

Matthew Taylor (De Montfort University)

In Inghilterra è difficile separare Diego Maradona dalla famosa rete segnata con la “hand of God”. Nonostante sia diventato uno dei più grandi calciatori al mondo di tutti i tempi e abbia giocato un ruolo chiave nel trionfo mondiale dell’Argentina nel 1986, Maradona viene ancora spesso definito sulla base di quella rete irregolare. Non a caso la sua biografia in inglese più letta e venduta è titolata Hand of God. I tifosi più oltranzisti lo considerano ancora un baro.  Quelli un po’ più aperti, pur ritenendo che quella prima rete non rientri nella tradizione inglese di “fair play”, riconoscono che il gesto rifletteva la determinazione di uno sportivo professionista desideroso di vincere e preferiscono concentrarsi sulla bellezza della seconda rete, che celebrò Maradona come uno straordinario talento al top della forma.

Tanto allora quanto successivamente, questa più misurata risposta è passata in secondo piano rispetto al livore e alla xenofobia dei tabloid inglesi. In tutto ciò il contesto politico era ovviamente cruciale. La guerra delle Falkland del 1982 era ancora fresca nella memoria e la stampa popolare, tutt’altro che timida nello scavare nei conflitti del passato per infiammare le tensioni sportive del presente, la utilizzò per stimolare interesse per l’incontro dei quarti di finale. Bring on the Argies, titolò il «Sun» nella settimana prima dell’incontro. Dopo la partita, lo stesso quotidiano decise di concentrarsi più sulla disputa del primo gol piuttosto che sulla grandezza del secondo, affermando che la squadra inglese «è stata buttata fuori dalla Coppa del Mondo da un piccolo baro». Il più misurato «Daily Express» diede spazio nel suo titolo a entrambi i gol suggerendo che l’Inghilterra era stata sconfitta da «un genio e da un baro!». Persino il Ministro dello sport, Dick Tracey, commentò che l’Inghilterra avrebbe potuto reclamare un «pareggio almeno dal punto di vista morale».

Alcuni inglesi continuano a ricordare l’incontro in questa maniera. Nel 2010 un giornalista del «Daily Mail» scrisse una personale e nostalgica riflessione su quel “torneo magico” in Messico, in cui celebrò Maradona come «un autentico campione della storia del calcio». La risposta nei commenti online fu tutt’altro che positiva. «Come puoi definire un torneo magico quando è stato vinto da un baro?» chiese un lettore. Un altro suggerì che, nonostante il suo incredibile talento, Maradona era in ultima istanza «un piccolo imbroglione grassottello» a cui bastava «un semplice sguardo» per farlo cadere e che  ottenne la vittoria con un colpo di mano. Allineato con la stampa popolare di destra secondo cui a barare sono sempre gli stranieri, un intervistato dal centro di ricerche sociali «Mass-Observation», ricordò la Coppa del Mondo del 1986 principalmente per lo «sfacciato imbroglio» di Maradona.  Come sottolineò l’intervistato: «L’opinione generale nel mio ufficio era che doveva essere un calciatore a farlo; un europeo non l’avrebbe mai fatto. O meglio, un nord europeo».

Comunque tutte queste reazioni sono ben lungi dall’essere rappresentative. Persino all’indomani dell’incontro la maggioranza dei giornalisti inglesi non parlò a vanvera ma rifletté sulla superiorità della squadra argentina e sulle debolezze dell’Inghilterra. Sulle pagine del «Guardian», David Lacey scrisse che l’Inghilterra semplicemente non era stata abbastanza brava per «sopravvivere contro una squadra più forte nelle cui fila giocava il giocatore più eccezionale del torneo». Inoltre coloro che avevano etichettato Maradona come un “baro” dovevano ricordare che «nel difficile mondo del calcio professionista, i giocatori spesso cercano di fare cose nella speranza che l’arbitro non veda». Lacey quindi ricordò ai lettori una rete simile messa a segno dall’Inghilterra contro la Danimarca nel 1978, il «bacio della mano» dello scozzese Joe Jordan che «aveva consentito di ottenere un calcio di rigore» contro il Galles in un incontro decisivo per la qualificazione al Mondiale e concluse: «Non è certo l’immagine corinthiana[1] del gioco, ma è la realtà».

La reazione dell’allenatore inglese e di numerosi suoi giocatori fu ugualmente misurata. Bobby Robson esemplificò un differente tipo di patriottismo rispetto alla stampa popolare. Si disse convinto che la squadra inglese sarebbe dovuta avanzare nella competizione, ma incolpò gli infortuni e la sfortuna piuttosto che Maradona. E fu chiaro nell’affermare che non si sarebbe lamentato se un giocatore inglese avesse analogamente «usato la mano per spingere la palla in rete». Per il centravanti inglese Gary Lineker la responsabilità dell’eliminazione inglese era dell’arbitro piuttosto che di Maradone. «Supero queste cose abbastanza rapidamente», ricordò in un servizio della BBC World Service nel 2012, «sono cose che capitano». Come Lineker, anche il centrocampista Steve Hodge era sufficientemente calmo dopo l’incontro per riconoscere di aver condiviso il campo con un autentico campione. Scambiò la maglia con Maradona, aumentando la mortificazione di un paio di compagni meno indulgenti. Fu una decisione che probabilmente ha definito la carriera di Hodge, più di qualsiasi altro momento; la sua biografia, per esempio è semplicemente chiamata The Man With Maradona’s Shirt.

Ancora nel 2001 Pablo Alabarces, Alan Tomlinson e Chris Young hanno affermato che l’incontro del 1986 viene tutt’ora considerato in Inghilterra come «un’amara farsa», ma in realtà sembrano mancare le prove. Sebbene, quando i due paesi si incontrarono nuovamente durante la Coppa del Mondo del 1998 in Francia, la stampa inglese descrisse l’Argentina come il principale “nemico”, in pochi incolparono per la sconfitta inglese “i provocatori argentini”, nonostante Diego Simeone avesse più tardi confessato di aver cercato di provocare l’espulsione di David Beckham. La “hand of God” fu una delle numerose narrative del passato che emersero nelle copertine dei quotidiani inglesi, ma nel 1998, così come nel 1986, la riflessione interna sull’inadeguatezza dell’Inghilterra fu spesso più prominente dell’impulsivo sciovinismo. E anche se i ricordo della “mano di Dio” non è scomparso, a trent’anni di distanza il “goal del secolo” è riconosciuto come tale tanto in Inghilterra, quanto nel resto del mondo. Nel 2002, il pubblico britannico votò la performance di Maradona in quell’incontro come il 6° più grande momento sportivo nella storia in un sondaggio condotto da Channel 4. Pure in Inghilterra, quindi, l’etichetta di “genio” viene affibbiata a Maradona anche se resta la percezione di vedute più ristrette che lo vede come un “baro”.

[1] Il Corinthian Football Club era un club fondato nel 1882 la cui pratica era profondamente legata all’ideologia del più stretto dilettantismo.

Traduzione di Nicola Sbetti

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Maradona

Francesco Davide Ragno (Università di Bologna)

Il 22 giugno 1986, Armando era tornato a casa dal lavoro prima del previsto. Aveva deciso così, perché la nazionale argentina incontrava l’Inghilterra ai quarti di finale dei Mondiali. Dopo un primo tempo scialbo e a tratti noioso, Armando aveva approfittato della pausa per coccolarsi sua figlia Marina, di appena 5 mesi. Era cominciata da poco, però, la ripresa quando al 51’ minuto Maradona scambiò con Valdano, la palla si impennò, Maradona si avventò su pallone. Fu un attimo e il portierone inglese Shilton si vide superato, la palla in rete. L’arbitro Bennaceur indicava il centro del campo: era gol! Armando, intanto, guardava attonito lo schermo della televisione e intanto imprecava: i giocatori inglesi, infatti, denunciavano un tocco di mano di Maradona. La piccola Marina, divertita, guardava la Tv con un sorriso agitando le manine in segno di gioia.

La partita, dopo i 90 minuti regolamentari, finì 2 a 1: Armando, come buona parte degli argentini sopra i trent’anni, conserva ancora nitidamente il ricordo di quel momento, quando l’Argentina batté l’Inghilterra, volò alle semifinali e poi direttamente verso la Coppa del Mondo. Era il 1986 e Maradona da grande giocatore si trasformava in eroe nazionale. Maradona, poi, ammise che quel tocco di mano c’era stato: si era trattato però non della sua mano, ma di quella di Dio. Nasceva, così, il mito della Mano de Dios, cantato e osannato ormai da trent’anni.

Maradona aveva guidato la sua nazionale nella sfida contro quella inglese. La sfida però non era soltanto sportiva. Scottava ancora nella memoria degli argentini la sconfitta militare del 1982, quando le forze armate britanniche avevano reagito all’invasione argentina delle isole Falkland. La guerra, che ne era scaturita, aveva rappresentato l’apogeo e la crisi definitiva della dittatura militare. I britannici, infatti, avevano risposto all’attacco e l’occupazione argentina era stata respinta in poco più di due mesi. Questa vicenda aveva esacerbato il già diffuso sentimento di antibritannico di cui storicamente si era nutrito (e si nutre ancora oggi) il nazionalismo argentino.

Maradona e i suoi compagni, in altre parole, furono visti come coloro che, impugnando la spada dell’argentinidad, avevano vendicato la disfatta della guerra Falkland/Malvinas ed i suoi caduti. Ma le ragioni che quel 22 giugno portarono milioni di argentini ad invadere le strade delle principali città del Paese, ubriachi di giubilo e orgoglio nazionale, erano ben più profonde.

L’Argentina del 1986 viveva una crisi economica e politica. La prima era diretta conseguenza delle criticità che l’America Latina tutta stava affrontando, dopo la crisi messicana del 1982. Le prime elezioni presidenziali post-dittatura, che avevano aperto le porte della presidenza a Raúl Alfonsín, non avevano contribuito a un cambiamento di tendenza. Il debito internazionale contratto durante gli anni della dittatura e la galoppante inflazione avevano portato il ministro dell’Economia, Juán Vital Sorrouille, a lanciare il Plan Austral, nel 1985. L’idea era quella di cambiare moneta al fine di stabilizzare i prezzi. In un primo momento, il piano sembrò funzionare ma, già a metà del 1986, i suoi effetti benefici iniziarono a rallentare. I bassi prezzi internazionali delle materie prime (che rappresentavano il traino per l’export argentino) e il costante incremento del costo del debito internazionale, esacerbati da uno scontro politico con l’opposizione peronista, evidenziarono i limiti à del piano e l’incapacità della classe dirigente di avviare, per mezzo di quello, un circolo virtuoso dell’economia nazionale. La confederazione generale dei sindacati (Cgt, diretta espressione del movimento peronista) indisse due giornate di sciopero generale nella prima metà dell’anno.

La crisi economica, del resto, altro non era che il rovescio della medaglia di una profonda crisi politica. Essa, infatti, dimostrava l’estrema fragilità di quell’idea, espressa da Alfonsín durante la campagna elettorale, secondo cui «con la democrazia si mangia, si cura, si educa». La democrazia, nell’immaginario collettivo nazionale, insomma, non era stata capace di sovvertire la crisi economica. E non solo. La democrazia argentina si dimostrava debole anche di fronte alle continue minacce, sbandierate qua e là, di un prossimo ritorno dei militari nell’agone politico. Minacce esacerbate dalla fine del processo civile che aveva condannato, nel 1985, i membri delle prime giunte militari per aver «stabilito segretamente un modo criminale di lotta contro il terrorismo». Tanto che, nel maggio del 1986, fu sventato un attentato ai danni del Presidente mentre questi stava per dare inizio alla visita III Corpo dell’Esercito presso la città di Córdoba.

La poderosa speranza e il diffuso afflato che avevano accompagnato i primi anni della transizione alla democrazia si erano rarefatti in pochi anni. Speranze che Maradona con la sua storia personale, con la sua irriverenza e con le sue gesta contro gli inglesi contribuì a riaccendere. Maradona, il piccolo prodigio nato nei sobborghi di Buenos Aires, nel ghetto di Villa Fiorito, diventava il simbolo più potente dell’immaginario nazionale argentino. Un simbolo che univa una nazione fin troppo spesso divisa in battaglie fratricide. Per certi aspetti, il giocatore ben rappresentava quel cliché dell’argentino medio, qualche anno prima descritto da Guillermo O’Donnell (in ¿A mi que me importa? Notas sobre la sociabilidad y política en Argentina y Brazil, Buenos Aires, Cedes, 1984). Il Maradona della Mano de Dios, come il tipico argentino descritto da O’Donnell, sembra sfidare le gerarchie sociali e politiche esistenti nel tentativo (vano) di non riconoscerle: egli usa tutte le armi a sua disposizione per battere una nazione (prima che una nazionale) considerata molto più blasonata e attrezzata della sua. Per altri aspetti, Maradona, figlio di una massa plebea informe, invera icasticamente quella figura del leader carismatico che il sentimento nazionalista argentino ha sempre cercato e osannato; quell’hombre-masa che si fa carico della propria comunità, ne sente i dolori, ne esprime le speranze. In politica, come nello sport, una parte della società argentina cerca da sempre, quasi bulimicamente, un uomo che sappia incarnarla più che rappresentarla; un leader capace di vivere in prima persona, sulla propria pelle, gli impeti, le passioni, le difficoltà, le sconfitte di un popolo intero.

Quel 22 giugno 1986, allo stadio Azteca di Città del Messico, nasceva un mito non solo calcistico. Maradona, utilizzando le parole della telecronaca di Victor Hugo Morales, faceva del suo paese «un pugno serrato, che grida per l’Argentina». Una sensazione già sperimentata e, per questo, percepita come rassicurante dall’argentino medio; da quegli ‘Armando’ che, alla metà degli anni Ottanta, popolavano un Paese ferito dal recente passato dittatoriale e già a corto di speranze verso il presente democratico.

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Nicola Sbetti (Università di Bologna / Siss)

È il 22 giugno 1986. Stadio Azteca di Città del Messico. Si giocano i quarti di finale del Campionato mondiale di calcio maschile FIFA fra Argentina e Inghilterra. Al 54’ minuto di gioco Diego Armando Maradona si impossessa del pallone nella propria metà campo e in meno di 11 secondi percorre 52 metri, toccando il pallone 12 volte e superando 6 avversari prima di insaccare la palla in rete dopo aver, con un ultimo dribbling beffardo, evitato anche il portiere Shilton. E mentre il numero dieci argentino corre ad esultare, si compie la sua sublimazione. Maradona non è più un semplice campione, ma entra a pieno diritto nell’Olimpo degli eroi sportivi.

Per la FIFA e per tutti gli appassionati di calcio quello è il gol del secolo e non certo solo per la sua bellezza. Non si può prescindere dal contesto. Innanzitutto si tratta di una partita del più importante torneo calcistico al mondo, che si rivelerà decisiva per permettere alla Selección argentina di sollevare il trofeo. È il secondo successo per l’Albiceleste, ma rispetto a quello del 1978, vinto in casa e strumentalizzato dalla dittatura di Videla, ha un gusto completamente diverso. Quel trionfo, ottenuto a pochi mesi di distanza dalla fine della dittatura militare, per una parte significativa della popolazione argentina ha il sapore di una dignità riconquista. Conta però anche l’avversario e nel 1986 l’Inghilterra non è certo una rivale come le altre. Sono passati solo quattro anni dalla guerra delle Falkland/Malvinas e la perdita di 649 soldati argentini resta una ferita aperta. Il calcio non la può certo sanare ma sembra essere l’unico “campo di battaglia” in cui, giocandosela alla pari, l’Argentina può evitare un’altra umiliazione. Infine c’è la “mano de Dios”. Il gol che sblocca l’incontro è siglato da Maradona con un braccio ma l’arbitro non vede e convalida la segnatura. La beffa è duplice in quanto l’irregolarità, non soltanto indirizza in maniera decisiva l’andamento dell’incontro, ma penalizza, ironia della sorte, il Paese che ha inventato il concetto di “fair play”.

Non va poi dimenticato l’aspetto comunicativo. Maradona è stato tutto fuorché un personaggio piatto; ha avuto la capacità di unire la bellezza del calcio al divertimento, ma si è anche erto – non senza un certo populismo e talvolta legandosi a frequentazioni malavitose – a paladino dei poveri e degli sfruttati, nonché a ribelle anti-establishment. Da questo punto di vista, quando a fine partita dichiarò che il primo gol era stato segnato «un poco con la cabeza de Maradona y otro poco con la mano de Dios», non fu altro che un ulteriore sberleffo funzionale alla sua trasformazione in eroe sportivo. Resta comunque il fatto che senza la “mano de Dios”, non ci sarebbe mai stato il gol del secolo; non solo perché il secondo arrivò materialmente pochi minuti dopo il primo, ma soprattutto perché il contrasto fra le due diverse segnature ha rinforzato la memoria dell’una e dell’altra. Chiaramente il fatto che le reti di Maradona ai Mondiali del 1986 fossero state viste a colori e in diretta in gran parte del mondo e poi ritrasmesse con una certa continuità contribuì in maniera determinante a fissare nella memoria e rendere indimenticabile l’evento.

Se già allora quella del Mondiale 1986 venne definita “la vittoria di Maradona”, mano a mano che gli anni passano i suoi compagni di squadra – spesso descritti come “ordinari” o “mediocri”, ma in realtà fondamentali per supportare il loro capitano alla vittoria – tendono a scomparire nella narrazione di quell’impresa sportiva. Così, mentre i nomi di Batista, Burruchaga e Valdano si fanno sempre più pallidi, il mito del “Pibe de oro” accresce ulteriore fama. Del resto se Argentina – Inghilterra è passata alla storia, è dovuto anche al fatto che quell’incontro ha racchiuso in quattro minuti tutta la parabola calcistica di Maradona, fatta di genio e sregolatezza. Il gol di mano non visto dall’arbitro seguito dal gol del secolo, con il secondo che redime il primo, sono due gesti, antitesi e sintesi del mondo del calcio, che possono essere visti simbolicamente come un concentrato delle complessità di un campione tormentato. In quel giorno di trent’anni fa, tuttavia, quei fatidici quattro minuti rappresentarono soprattutto un atleta in procinto di diventa eroe e fotografarono l’esatto momento in cui l'”eroe Maradona”si caricò sulle spalle il destino di una intera comunità nazionale e – almeno per l’effimera durata dei Novanta minuti e del successivo “feel-good effect” – la condusse con successo al vertice (calcistico) mondiale.

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