Out of Ashes. Recensione di Marco Gervasoni

Konrand Jarausch, Out of Ashes. A New History of Europe in the Twentieth Century, Princeton, Princeton University Press, 2016, pp. 880.

Recensione di Marco Gervasoni

Se v’è un genere molto frequentato nella saggistica anglo-statunitense degli ultimi anni è quello delle storie dell’Europa contemporanea. A un calcolo approssimativo e per difetto ne abbiamo individuate almeno una dozzina in un quindicennio, senza contare le storie mondiali comprensive del vecchio continente, quelle che chiudono nel presente la narrazione iniziata dal Medioevo e i lavori relativi all’integrazione europea. Tanta abbondanza ci sembra però più provenire da un rovello etico-politico degli studiosi e da un sacrosanto interesse di mercato che essere il frutto di nuove stagioni di studi e di interpretazioni. Sul primo versante, infatti, latitano su molti argomenti i lavori di ricerca, di cui le storie d’Europa come sintesi dovrebbero dare conto. Sul piano più strettamente interpretativo le storie d’Europa prodotte in quell’area linguistica finiscono poi per assomigliarsi un po’ tutte, sia nella scelta degli argomenti che nell’interpretazione. O, per meglio dire, nella sua assenza: soprattutto le storie post 1945, che poi sono quelle quantitativamente preponderanti, si limitano a un neanche tanto sotterraneo teleologismo per cui il destino dell’Europa si compirebbe nella mitica «unificazione» sotto forma di super-Stato o di stato federale (gli Stati uniti d’Europa). Ed è solo un paradosso del presente che molte di queste storie siano state scritte da autori inglesi, di un paese, cioè, che ha deciso di sottrarsi a questa narrazione. In realtà, per affrontare adeguatamente una storia d’Europa anche solo dell’ultimo secolo occorrerebbe maturare un’interpretazione filosofica della contemporaneità, che fornisca senso a processi e eventi altrimenti fluttuanti nel vuoto. Invece questo tipo di storiografia, prediligendo l’approccio empirico, appare culturalmente inadeguata a pensare filosoficamente (cioè, storicamente) l’Europa – anche se il problema pare più generale, perché tale mancanza la riscontriamo pure nella storiografia italiana e in quella francese. Difficile insomma scrivere una storia del vecchio continente senza interrogarsi su che cosa sia «Europa» e su che cosa si intenda allorché si usa questo termine. A questi limiti non sfugge una delle più recenti storie d’Europa, assai celebrata anche dalla stampa quotidiana internazionale: quella di Konrand Jarausch, Out of Ashes. A New History of Europe in the Twentieth Century. Il lettore non si senta menato a zonzo: per quanto Jarausch sia tedesco egli è altresì, come spiega nell’introduzione, americano. Non solo negli Usa ha studiato e nelle università di quel paese ha insegnato, ma buona parte dei suoi lavori monografici, dedicati alla Germania del Novecento, sono apparsi prima in casi editrici statunitensi, come del resto questa storia d’Europa (che, al momento in cui scriviamo, non risulta ancora tradotta in tedesco). Il duplice sguardo, tedesco-europeo e statunitense, di Jarausch è certo originale, ma fatichiamo a vedere dove stia il «nuovo» annunciato nel sottotitolo del libro. A meno che con ciò non si intenda l’incastro tra storia della cultura di massa e storia della politica estera ed economico-commerciale di alcuni paesi (soprattutto Germania e Regno Unito) in rapporto agli Usa e al mondo comunista. Infatti, ad essere rigorosi, quella di Jarausch dovrebbe chiamarsi storia transatlantica di Europa, tante sono le pagine dedicate non solo al rapporto con gli Usa ma alle vicende interne e politiche di Washington. Ma forse gli editori con «nuovo» intendevano l’interpretazione dell’autore – Jarausch vi insiste sia nell’introduzione che nel corso della narrazione: raccontare la vicenda d’Europa come parte della storia della modernità e dei processi di modernizzazione, inquadrare quell’intreccio di eventi e restituire loro un senso attraverso queste categorie. Peccato che si tratti di concetti dai significati assai vasti e divergenti tra loro che, se non ben definiti, finiscono per essere generici e cadere nella tautologia. Purtroppo Jarausch, che dalla cultura tedesca non sembra aver recepito, almeno in questo testo, il gusto per la concettualizzazione, utilizza indistintamente lemmi come modernità, modernizzazione e modernismo senza interrogarsi sul loro senso e sui significati: così ora modernità vuol dire industrializzazione, in altri casi democratizzazione, in altri ancora emersione del mercato di massa. Alla fine, da questi concetti il lettore rimane più spaesato che edotto. Ed essi si fanno particolarmente problematici quando l’A. vuole convincerci che la Guerra Fredda sarebbe stata una competizione tra due ricerche di modernità, entrambe legittime, quella perseguita a Ovest e quella tentata a Est. Se con modernizzazione si intende puntare sull’industria, non v’è ombra di dubbio: anche se le pagine dedicate alla «potenza produttiva» dell’Urss negli anni Cinquanta e Sessanta, ci lasciano piuttosto perplessi, così come quelle relative al mercato di massa e al «consumismo» d’oltre cortina. Ma se con modernità si intende democrazia e libertà individuali, lo stesso Jarausch è costretto a fare dietro front, a riconoscere il carattere inevitabilmente dittatoriale e totalitario di quelle esperienze, e quindi concludere che la loro modernità non era insomma equivalente a quella occidentale. Lo stesso utilizzo di tale paradigma, per di più non adeguatamente definito, conduce Jarausch a un’altra interpretazione secondo noi poco persuasiva: quella dei movimenti del Sessantotto come anti-moderni. Jarausch li definisce tali per via del linguaggio paleo-marxista e maoista in larga parte prevalente in quell’epoca. Ma, a parte che marxismo e maoismo erano comunque dottrine della modernizzazione, se andiamo oltre il contingente vediamo che il vero lascito dei movimenti del Sessantotto è stato di incarnare una delle facce della modernità occidentale: quella di un individualismo narcisista e secolarizzatore che essi hanno imposto contro l’«autoritarismo» e il « tradizionalismo » dei «vecchi valori». Un altro motivo della nostra delusione nei confronti di un volume così ambizioso sta negli argomenti trattati. Ogni storia d’Europa, a meno che non voglia dilungarsi per diversi, ponderosi tomi (con il rischio, peraltro, di perdere il suo senso) deve selezionare i temi: un’opera storica del resto, non è una enciclopedia. L’autore screma naturalmente a seconda del focus. Ma quello di Jarausch è, come si è detto, troppo ristretto ai rapporti transatlantici e ai suoi nemici: ecco perché numerose pagine sono dedicate all’URSS, che è Europa o forse no (dipende, appunto, dall’interpretazione), agli Stati Uniti, ai paesi oltre cortina (anche se quasi esclusivamente Ddr e Polonia), alla Repubblica federale tedesca e al Regno Unito. L’Europa mediterranea e meridionale è assente: nulla sull’area iberica, a parte qualche riga dedicata alla guerra civile spagnola, mentre dell’Italia si parla esclusivamente per gli anni del fascismo. E poi poco sui Balcani (tolte le guerre della ex Jugoslavia), e solo qualche accenno all’area scandinava. La stessa Francia è presa in considerazione come nemico storico della Germania e poi, da De Gaulle, come partner (minore) dell’asse franco-tedesco. Ma, ad esempio, come sia arrivato un tale De Gaulle a creare una cosa chiamata Quinta Repubblica, Jarausch non lo dice. Per tornare poi all’Italia, sappiamo che quasi sempre all’estero la storia del nostro paese, pure dopo il 1945 non priva di elementi di riflessione, interessa solo per il fascismo. Ma le pagine dedicate da Jarausch al ventennio non ci dicono nulla di nuovo; insistere sul fatto che il fascismo fu «modernizzatore» stupirà forse i lettori non specialisti di lingua inglese, convinti che i fascisti fossero un’accozzaglia di buzzurri scesi dalle campagne. Ma, in Italia, è dagli studi di Renzo De Felice che sappiamo quanto il regime fu modernizzatore; semmai bisognerebbe interrogarsi su quale tipo di modernità volesse incarnare. Più in generale a Jarausch non interessano né la società né la politica intesa come vicende di partiti, leader e culture. Da qui le assenze ma anche certi giudizi che ci lasciano costernati; come si fa a definire Margaret Thatcher «controversial» (e sappiamo il peso di questo termine nella lingua inglese) e a fornire un ritratto della sua opera al limite del caricaturale? E come si fa a definire la presidenza Mitterrand figlia del «neoliberismo»? Strano neoliberismo, invero, quello che aumenta le tasse, la presenza dello Stato nell’economia (anche dopo la svolta del 1983) e fa esplodere la spesa pubblica. La simpatia di Jarausch, è evidente, va alla sinistra moderata, anche se poi le pagine su Tony Blair non sono poco critiche e anche ingenerose per i suoi rapporti con George W. Bush. Quella sinistra moderata, secondo Jarausch migliore depositaria della modernità, in Europa non è mai esistita: è quella incarnata nella storia dal Partito democratico americano. E qui lo sguardo americano di Jarausch gioca bruti scherzi, anche se nelle pagine finali l’autore raccomanda agli Usa di seguire il modello europeo, fondato su tutela del lavoro, welfare e basse spese militari – senza però interrogarsi sugli effetti perversi di questo modello e soprattutto sulla sua sostenibilità nel futuro. Nelle ultime righe, a suggello di tutto il lavoro, Jarausch cita non un filosofo o uno storico ma un Barak Obama convinto che «la lotta per la libertà e la dignità umana» unirà per lungo tempo Europa e Stati Uniti. Il libro è apparso nell’agosto 2016. Il minimo che si possa dire è che Jarausch non abbia visto venire quell’onda di cui la Brexit e Donald Trump sono più effetto che causa, altrimenti avrebbe valutato in altro modo numerosi momenti del passato. E il tono sarebbe stato assai meno rivolto ad esaltare le «magnifiche sorti e progressive» che oggi ci paiono più fragili che mai.

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