La prospettiva geografica. Recensione di Pierangelo Schiera

Isabella Consolati, La prospettiva geografica. Spazio e politica in Germania tra il 1815 e il 1871, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pp. 248.

Recensione di Pierangelo Schiera.

Questo è un libro pregevole, per alcuni motivi precisi. Esso esce innanzi tutto fuori dalla pratica storiografica consueta della lettura puramente genealogica o, al rovescio, solo contestuale di scrittori e dei loro testi politici, allo scopo di dare evidenza al «pensiero politico» come un tutto più o meno organico, dotato di autonomia interna e in grado di costituire, in quanto tale, la componente essenziale  del complessivo «politico». Al contrario, Consolati fa ricorso ad autori poco noti della «storia delle dottrine», caricandoli però di significati ed influssi del tutto inaspettati anche per chi – e non sono molti – quella storia, anche per la parte tedesca, la conosce.

Di Germania infatti si tratta, nell’epoca della sua crescita a potenza politica, fra egemonia prussiana e fine del Sacro Romano Impero viennese, poi semplicemente Impero d’Austria: quindi anche in una fase essenziale della trasformazione costituzionale, non solo a causa delle rivoluzioni e delle riforme che segnarono la Sattelzeit ma anche per l’assunzione di significati nuovi da parte dei grandi schemi organizzativi della politica, sotto forma di accentramento e particolarismo, o anche di centralismo e federalismo. Proprio per la sua storia a partire dalla Pace di Vestfalia – che pose fine alla Guerra dei trent’anni ma fu quasi sperimentalmente anche laboratorio di nuove concezioni e ricette di politica internazionale – la ricerca in Germania di una formula politica up to date fu laboriosa e originale, tanto da potersi parlare, fin dall’inizio, di una sorta di Sonderweg.

Il periodo fra 1815 e 1871 è forse il più inquietante della storia moderna tedesca, da Lutero in giù. Al Congresso di Vienna partecipano, da paesi vincitori della guerra a Napoleone Bonaparte, sia la Prussia che l’Austria. La prima gode della grande spinta sei – e settecentesca dei Grandi elettori e Re Hohenzollern, capaci di costruire, in un secolo e mezzo, il più esemplare «Stato territoriale»; la seconda soffre dell’impossibilità di convertire in «Stato» la macchina farraginosa e monstro simile del Sacro Romano Impero della nazione tedesca, giunto a fine nel 1806.

Questa lunga digressione serve a incastrare la ricerca di Consolati nel suo quadro di riferimento ultimo, che è quello di considerare la nascita in Germania della geografia-scienza quale vero e proprio «fattore costituzionale» nella spasmodica vicenda che conduce – in Germania ma non solo – lo Stato, attraverso la sua de-generazione rispetto allo Stato territoriale cetuale-assoluto dal XVI al XIX secolo, al più alto grado di espansione sia amministrativa (all’interno) che coloniale (all’esterno) fino alle esplosioni totalitarie del XX secolo.

Il libro di Consolati è però anche un’opera prima, frutto elaborato di una tesi di dottorato presso il benemerito Dottorato internazionale «Comunicazione politica dall’Antichità al XX secolo», a cui partecipavano le Università di Frankfurt am Main, Trento, Innsbruck, Bologna e Pavia. Dunque il libro inevitabilmente sconta la consueta pesantezza di una ricerca cadenzata lungo ricostruzioni precise e conseguenti del pensiero dei tre inventori della «prospettiva geografica», come appunto esso s’intitola. Data la scarsità di letteratura su questi tre protagonisti – Carl Ritter, Ernst Kapp e Johann Georg Kohl – il materiale ricomposto da Consolati è però estremamente importante, anche a dimostrare la persistenza, durante l’Ottocento, del fenomeno della Deutsche Wissenschaft come motore indispensabile della fusione fra gli elementi di Staatsbürgerschaft e Bildung, in funzione primaria della costruzione di un Bürgertum che però, alla fine, non sarebbe riuscito a gestire il suo enorme patrimonio politico-culturale, cadendo nelle spire del più bieco – perché in parte a sua volta anche culturalmente fondato – totalitarismo.

Così sono giunto al nodo per me più problematico del libro che è quello della chiave legittimatoria che forse gestisce (generandolo, accompagnandolo, seguendolo) lo sviluppo così ben descritto da Consolati della geografia-scienza. Il problema è serio perché lo stesso Congresso di Vienna è stato evidentemente dominato, nei suoi lavori, dal criterio di legittimità dinastica come rimedio alla distruzione napoleonica dell’antico ordine interstatuale europeo ma anche, più internamente, dell’Ancien Régime.

La prospettiva aperta da Ritter con la sua Erdkunde  im Verhätniß  zur Natur und zur Geschichte der Menschen (1817-1818) più che ribaltare quell’idea di legittimità, semplicemente la elimina da ogni considerazione teorica dello «spazio politico». È quest’ultimo, inteso come «naturalizzazione del nesso tra Stato e territorio», quindi come superamento della semplice «definizione giuridica del nesso tra sovranità e territorio», a costituire d’ora in poi – nella linea indicata da Consolati, che non è ovviamente l’unica e neppure a lungo quella dominante – il concetto-volano della geografia politica, ma prima ancora storica e umana, che certamente – a mia insaputa finora e con mia grave colpa – ha fatto parte del «laboratorio borghese», svolgendo un ruolo importante di legittimazione del disegno di dominio della borghesia tedesca e degli apparati (esercito, burocrazia, università) di cui essa, attraverso lo Stato, disponeva o avrebbe dovuto disporre.

Sarà dunque necessario proseguire questa ricerca di Consolati, approfondendo le diverse sezioni di quel laboratorio, a partire da quella primaria e studiatissima della Rechtswissenschaft, su cui segnalo la recente pubblicazione di scritti di Gerhard Dilcher dal titolo Die Germanisten und die Historische Rechtsschule. Bürgerliche Wissenschaft zwischen Romantik, Realismus und Rationalisierung (Frankfurt aM 2017). Ma da approfondire sarebbe anche l’intreccio con le varie Scuole storiche dell’economia, per quanto riguarda in particolare il concetto di Verkehr, che gioca un ruolo importante nella stessa ricostruzione storico-geografica di Consolati, sulla scia soprattutto dell’opera di Kohl (Der Verkehr und die Ansiedlungen der Menschen  in ihrer Abhängigkeit  von der Gestaltung der Erdoberfläche, 1841). L’autrice compie anche valide considerazioni sul ruolo dell’amministrazione, citando Lorenz von Stein, ma sono molti i riferimenti agli studi amministrativistici che hanno accompagnato l’evoluzione dello Stato tedesco nel corso dell’Ottocento.

Nel corso del volume è costante l’interesse per la figura dello Stato, in rapporto alle varie fasi di costruzione della prospettiva geografica. L’atteggiamento dei tre autori specialmente considerati non fu, in materia, né identico né lineare, ma l’andamento della ricerca di Consolati suggerisce l’esistenza di un possibile filo rosso che collega le diverse interpretazioni  al mutare costituzionale della forma-Stato nell’esperienza tedesca. Fino all’apice rappresentato da Friedrich Ratzel (per il quale lo Stato torna a rappresentare la chiave di volta nella sua Politische Geographie, oder die Geographie der Staaten, des Verkehrs und des Krieges, 1897), a cui sono dedicate poche pagine finali ma molto intense: tali da indurre l’autrice a non improbabili aperture verso il mondo «costituzionale» a misura globale di oggi e di domani.

Il mio interesse per la complessità in divenire dello Stato ottocentesco – pur culturalmente e ideologicamente bloccato sui due meta-concetti di popolo e nazione – viene dalla convinzione che sotto l’effetto combinato di rivoluzione e restaurazione il tipo «Stato moderno» abbia via via acquisito caratteri nuovi, in qualche modo degenerando rispetto alla sua fondazione mercantilistico-assolutistica-cetuale dalla fine del XVI all’inizio del XIX secolo. Per tale motivo ritengo che anche la storia speciale di una nuova disciplina della scienza sociale, come la geografia, vada letta attraverso il prisma del mutamento costituzionale, nella dialettica di quei due momenti che i tedeschi chiamano Konstitution e Verfassung come ha insegnato Ernst-Wolfgang Böckenförde nel suo gran libro su La storia costituzionale tedesca nel secolo decimonono. Problematica e modelli dell’epoca (Milano 1970). Insomma, allo «spazio politico» io preferisco – per l’età che va da 1815 al 1871, ma anche per prima e per dopo – lo «spazio costituzionale», inteso come lo spazio geografico in cui di volta in volta di fatto (ma anche per così dire di diritto) si assemblano i diversi «fattori» che vanno a formare la «costituzione» del momento: «…concetto globale di costituzione come insieme di rapporti che attraversano il corpo dello Stato» scrive a un certo punto Consolati a proposito di Kapp e della sua Philosophische Erdkunde (1845).

 

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