Global Inequality. A New Approach to the Age of Globalisation. Recensione di Carlo Spagnolo e replica dell’autore

51AIpM-Gx6L._SX329_BO1,204,203,200_

Branko Milanovic, Global Inequality. A New Approach to the Age of Globalisation, Cambridge Mass., Harvard U.P., 2016, 299 pp. , s.i.p.

Recensione di Carlo Spagnolo (To read the English version click here)

Quali sono gli effetti socio-economici della globalizzazione? Da una domanda in apparenza lineare scaturisce una risposta complessa e ricca di spunti per la storiografia dell’età contemporanea.  Il maggior contributo di Milanovic alla conoscenza delle dinamiche storiche della globalizzazione è forse nella metodologia adottata: un’analisi statistica della distribuzione dei redditi e dei patrimoni aggregrati per grandi aree (Occidente industrializzato, paesi emergenti, paesi poveri), dagli anni Ottanta a oggi, che suggerisce il superamento dello Stato come unità di analisi economica e l’assunzione del mondo come unità di analisi differenziata. Rompendo sia con l’approccio micro, orientato alle motivazioni comuni ai singoli agenti, imprese o imprenditori, sia con approcci macro e keynesiani, elaborati attorno ai valori medi dei redditi e della produzione nei singoli stati, l’A. si interroga sulle “dissimilarities“, sulle diseguaglianze e sulle diverse forze sociali che muovono la globalizzazione. Le differenze tra gli Stati, pur riconosciute per la loro rilevanza politica, diventano così parte di un discorso mondiale centrato sulle differenze di reddito tra ceti sociali, misurati attraverso l’indice di Gini. In cerca di una spiegazione alle contraddizioni della globalizzazione, si recuperano Marx, Gramsci, Fanon e le loro osservazioni sui diversi ritmi di sviluppo, sulle fasi di passaggio da un regime sociale a un altro, sull’egemonia dei gruppi dominanti. L’economia torna a dialogare con la storia, e la novità del capitalismo globale viene sottolineata nel cap. 1 e 2 da una comparazione tra la prima rivoluzione industriale e la rivoluzione tecnologica e commerciale che a partire dagli anni ottanta ha prodotto una nuova divisione del lavoro su scala internazionale.

L’asse teorico della ricerca (pp. 20-23), abbandona decisamente la strada suggerita da Piketty e si regge invece su un’ipotesi avanzata da un profondo studioso dei cicli economici come Kuznets, secondo la quale la diseguaglianza tenderebbe a crescere con lo sviluppo economico per poi attenuarsi nelle economie mature. Apparentemente smentita dalla recente crescita delle diseguaglianze nei paesi più ricchi, come Stati Uniti, Regno unito e paesi scandinavi, l’ipotesi è stata abbandonata dagli anni ottanta. Milanovic la recupera introducendo un correttivo, quello della formazione professionale e delle competenze della forza lavoro, e del suo inserimento nei settori vincenti o quelli perdenti della globalizzazione.  Nel nuovo contesto, i cicli economici kuznetsiani, di durata circa venticinquennale, funzionerebbero pertanto oggi in modo diverso che nella rivoluzione industriale e nel fordismo maturo. Mentre in passato il ciclo economico si svolgeva essenzialmente nell’ambito dello Stato (eventualmente esteso al rapporto madrepatria-colonie), oggi i suoi effetti sono soprattutto globali e comportano una riduzione delle distanze tra paesi ricchi e paesi emergenti. Distaccandosi (pp. 48-50) dalle tesi più deterministiche di Piketty, che postula una tendenza stabile alla diseguaglianza nel capitalismo, questo approccio torna ad esaminare i rapporti di forza sociali su scala globale, assumendo come punto di partenza la grande crescita del prodotto lordo  mondiale, stimata al 250%  nel periodo 1988-2013 (p. 44), una cifra impressionante, sulla cui diseguale distribuzione si sviluppa la tesi principale del libro.

Milanovic vede all’opera due tendenze contrastanti, intrecciate e tuttavia di segno diverso. La prima, l’industrializzazione dei paesi emergenti trainata dall’integrazione dei mercati e dalle nuove tecnologie, spinge verso la parziale convergenza tra paesi ricchi e paesi poveri , con una riduzione complessiva della diseguaglianza mondiale. Non tutto il mondo ne è coinvolto, soprattutto l’Africa resta pericolosamente al palo, ma l’Asia sembra destinata a sostituire l’asse atlantico tra Stati Uniti ed Europa con un nuovo asse di sviluppo che passa attualmente per l’Iran ma in prospettiva si trasferirà a cavallo tra India e Cina. Ne consegue una tensione internazionale tra vecchi e nuovi centri di potere ma anche una tendenza verso una minore diseguaglianza tra macro aree. La crisi finanziaria del 2008-13 avrebbe inciso soprattutto sui paesi occidentali, e poco su quelli asiatici, accelerando il trend.

La seconda forza – in termini marxiani si parlerebbe di lotta di classe – spinge invece per una crescente polarizzazione dei redditi dentro gli stati e dentro le diverse macro-aree. Vince l’1% della popolazione, quella formata da famiglie con redditi medi pro-capite disponibili (al netto delle imposte) superiori ai 74.000 dollari annui, a cui tra 1980 e 2008 è toccato circa il 15% dei redditi mondiali (p. 39). Tra loro rientra il 12% della popolazione statunitense, e quote tra il 3 e il 5 percento di molti paesi europei, americani e asiatici. L’Italia, a cui pure si volge attenzione in vari passaggi, non è menzionata in questa statistica, e sarebbe interessante sapere quanti italiani rientrano nel gruppo di testa. A una distribuzione così sperequata fa specchio la diminuzione del peso dei ceti medi occidentali, quelli situati tra circa 10.000 e 70.000 dollari annui netti procapite per famiglia. Le fasce alte dei ceti medi occidentali sono rimaste al palo, ferme da un trentennio, perdendo posti e peso, ma sono relativamente protette dai loro redditi e risparmi, mentre quelle inferiori e medio-basse sono tra le vere perdenti, quelle da cui parte la rivolta dei “populismi” e del neo-nazionalismo che accomuna gli elettori di Trump, di Le Pen, e della Brexit.

La parte forse più interessante del saggio riguarda l’emergere di un ceto medio globale, comprendente circa il 25-30% della popolazione mondiale, trainato dalla crescita dei paesi asiatici (cap. 1). Sono fasce di popolazione con redditi procapite tra i 1.400 e i 7.500 dollari annui netti, cifre molto basse nei paesi occidentali ma con un potere di acquisto dignitoso in alcune aree della Cina, India, Vietnam o Corea. La soglia dei 1.400 dollari annui di reddito disponibile è la mediana che divide esattamente in due la popolazione mondiale. Per quanto modesto, il loro potere di acquisto è cresciuto nel trentennio dell’80%, circa il 2% annuo in media, e sembra destinato a raggiungere il potere di acquisto dei ceti medi dei paesi ricchi. Per la comparazione tra gruppi sociali di paesi diversi, lo standard del PPP (potere di acquisto relativo in prezzi americani), è quanto di meglio al momento si disponga e l’A. si avvale di una ampissima base di dati, che incrocia con competenza. Pur con tutte le ovvie cautele, lo studio di Milanovic oltre a illuminare la crescita di questa nuova “global middle-class”, lancia delle ipotesi interessanti sulle ragioni della appropriazione ineguale della ricchezza da parte dei redditi più elevati, in particolare sulle caratteristiche dell’1% privilegiato della popolazione mondiale. Al suo interno si stagliano le poche centinaia di super-miliardari (oltre 2 miliardi di dollari di patrimonio a prezzi del 2013) che dal 1987 al 2013 raddoppiano il loro peso e passano dal circa 3% ad oltre il 6% del prodotto lordo mondiale, il 2% della ricchezza globale pari al doppio di tutta l’Africa (pp. 43-46): non aumenta tanto la loro ricchezza procapite quanto il loro numero assoluto, che passa da circa un centinaio a oltre settecento individui.  Accesso al capitale, reti sociali, conoscenza e capacità si sommano in un intreccio che farebbe dei nuovi supercapitalisti anche dei lavoratori con competenze elevate, una sorta di neo-aristocrazia che vive di lavoro assai più che di rendita.  Matrimoni endogamici tra donne e uomini di successo rendono più omogenea la nuova classe globale dell’1%.

Se volessimo sollevare degli interrogativi, questi riguarderebbero le caratteristiche dei “ceti medi globali”, le loro intrinseche difformità, la loro incidenza politica, e il grado di influenza esercitato dall’1% delle élites globali. Se queste categorie statistiche abbiano un riflesso storico effettivo, se alle classi di reddito “in sè” corrispondano anche delle classi sociali “per sè”, ripropone un interrogativo su cui si esercitarono già i migliori cervelli di fine sec. XIX e inizio XX. Le élites globali sono un gruppo separato o culturalmente costituiscono una estensione dei ceti medi? L’A. suggerisce che le distinzioni tra ceti medio alti e super-ricchi sono labili, derivano più dall’accesso a reti privilegiate che da autentiche differenze di competenza. In che senso si può allora parlare – come fa Milanovic – di egemonia dell’1%, e dover così ricorrere a una “falsa coscienza” dei ceti medi indotta dai circuiti dell’informazione? Non è riduttivamente economicista attribuire l’ “egemonia” dell’1% a una falsa coscienza economica dei ceti medi, senza considerare il ritorno della mentalità del rentier e la lotta in corso tra Stati? Il trasferimento di forza lavoro dall’agricoltura all’industria nei paesi asiatici non si contrappone alla difesa dei ceti operai nei paesi occidentali? Certamente il crollo del socialismo gioca un ruolo fondamentale nella mancanza di alternative, ma molto di più andrebbe considerata l’identità culturale se si vuole spiegare l’assenza di solidarietà internazionali. L’1% può avere scarso interesse al Welfare State europeo, ma i ceti medi asiatici non potrebbero assumerlo a riferimento? Gli interrogativi che scaturiscono dalla lettura sono numerosi e richiederebbero studi specifici.

Del resto dobbiamo essere grati a Milanovic anche di aver esplicitato un interrogativo pregnante alla fine del suo libro: sono compatibili questi sviluppi del capitalismo globale con la democrazia? La sua risposta è decisamente scettica. Milanovic vede all’opera due tendenze politiche simmetriche a quelle che muovono i clicli di Kuznets. Da un lato un populismo di massa, antisistema, generato dalle divaricazioni sociali dentro gli Stati; dall’altro una tendenza plutocratica legata alla globalizzazione che svuota dall’interno le democrazie liberali attraverso il controllo sui sistemi di comunicazione e la manipolazione dell’opinione pubblica. L’accesso alla ricchezza e al successo dipende sempre più da legami familiari, le carriere politiche negli Stati Uniti da ampie disponibilità di capitale, e tendenze dinastiche si sviluppano un po’ ovunque. Capitalismo e democrazia si stanno decisamente separando e nemmeno l’Islam sembra offire una vera alternativa (192-193).  Le proposte operative dell’A. sono decisamente “riformiste” e, senza mirare a incidere sulla formazione del capitale, variano dalla tassazione del capitale,  alle tasse di successione (suggerite anche da Piketty)  all’intervento statale a sostegno delle pari opportunità nella formazione.

Se gli sviluppi prossimi fossero davvero quelli indicati da Milanovic, la difesa della democrazia potrebbe richiedere misure assai più radicali e riproporre uno scenario simile a quello tracciato da Polanyi nel 1944, quando indicava nel fascismo una rivolta sociale contro il capitalismo. Nell’odierno capitalismo globale la forza lavoro prima di differenziarsi in base alla sua competenza, si frammenta nella dotazione individuale-familiare di capitale sociale. La tesi dell’A. è che si potrebbe accrescere le opportunità individuali non tanto favorendo l’accesso dei redditi inferiori alle università più costose, quanto alzando decisamente il livello medio della formazione universitaria e professionale. Dà da pensare che quest’ultima strada sia stata abbandonata in Italia e negli Stati Uniti, dove si riscontrano tassi di diseguaglianza tra i più cresciuti nell’ultimo trentennio. In realtà, la formazione da sola potrebbe essere insufficiente o non praticabile, perché i mercati del lavoro non sono unificati nemmeno nell’Unione europea e allora c’è da chiedersi se non si debba decisamente intraprendere qualche misura per favorire la socializzazione del capitale, intervenendo sui mercati finanziari e sul sistema bancario, allargando compiti e funzioni dei fondi di investimento e dei fondi pensione, mettendoli sotto controllo politico. Vaste programme, ma anche un campo teorico aperto da un lavoro importante, che soddisfa appieno le aspettative suscitate dal suo sottotitolo, a cui queste note rendono solo in parte giustizia.

https-cdn.evbuc.comimages195896421020664577131original

Replica di Branko Milanovic:

I am grateful to Professor Spagnolo for a very thorough and kind review of my “Global inequality”. There is very little that I can add to the review. There are two reasons for this. The presentation of  the points I make in the book is expertly done by Professor Spagnolo, and most of the questions that he raises toward the end of the review, and to which the book offers only partial answers, cannot be, as of yet, answered better—at least not by me.

Let me still address two issues raised by Professor Spagnolo. First, what is the nature of the global elite, can it become “a class for itself”? It is difficult to answer this question because we have very few historical precedents. European aristocracy before World War I comes to mind although as the War itself demonstrated they failed to become a coherent class, and ended up, whether under popular pressure or through own delusion, as promoters of nationalism. Symbolically, Battenbergs became Mountbattens and Windsors, and St Petersburg became Petrograd: all in a couple of years. Today’s global top 1% is much more numerous, more diverse, and less hidebound. But will they become a ”class for itself”? It is hard to see how they can become so as long as institutions of supra-national governance are non-existent or weak. For sure, it could be argued that such a class can become a “class for itself “ in a diffused way, at many national levels, where, for example, they can push, formally independently, but in a tacit accord, for greater trade liberalization or less financial regulation or more liberal attitude toward economic migrants. This is, to some extent, what we have seen in the period after the end of the Cold War, and probably nowhere better than in Europe where very technocratic solutions favored by the global elite strongly influenced domestic policy-making.  But this approach seems to have run its course, now when we have entered the era of Brexit, Trump, Le Pen, Modi, Putin, Erdogan and the others. It failed simply because it disregarded a political reality: that the most important locus of political decision-making is still at the level of the nation-state and that, in conditions of a democracy, those who are ignored by the global elites have a means to fight back at the level where it matters most, in national elections. In order to survive, the fragmented global elite will, it seems, have to bow to the political will of the “populists”, and no new joint projects seem to be on the horizon.

Second, what are the remedies to increasing inequality within countries? As Professor Spagnolo points out, I argue in favor of equalization of endowments, both in terms of ownership of capital and in terms of labor (or skills). The former requires much more broadly shared financial assets. This can be achieved through special tax incentives to be given to small investors, through workers’ ownership of shares in companies where they work (not  by  “socialization” of capital as Professor Spagnolo, probably inadvertently, writes) and by the use of revenues from inheritance tax to provide capital grants to all citizens. Since capital in all rich countries is extraordinarily concentrated (with the top 1% in some cases holding ½ of wealth), these measures are not going to lead to fast and spectacular successes, but over a period of a generation they could reduce concentration of ownership. This is especially important if we expect, following Piketty, that an increasing share of net income will accrue to capital-owners: that, given the existing high concentration of ownership, then automatically translates into higher inter-personal inequality. The objective of deconcentration of ownership of capital is precisely to break this link.

Labor incomes need to be made less unequal too. This will not be achieved by the “brute force” of greater number of years of schooling (thus reducing the wage premium received by the highly educated) as was done in the past 60 years. This route is inoperative because many rich countries are already close to the theoretical maximum of the number of years of education. What needs to be done is to equalize quality of schooling. And this implies an improvement of public education. It is ironic that Europe is moving precisely in the opposite direction, resembling ever more the United States, with a strong cleavage between  private education (serving the elite) and public education, serving everybody else. This is likely to lead to the preservation of initial advantages of the children of the rich, a more stratified society and less inter-generational mobility. To curb this development, better public education, open by definition to all, is indispensable.

I would like to thank Professor Spagnolo for his comments and to express the hope that it would lead to more frequent and fruitful exchanges of opinions among different social sciences. Economics which is the youngest of them has tended to be, as youth often are, most arrogant. But with maturity, and realization of own limitations, we can hope that this “infantile disorder” of economics will be overcome.

New York. 25 March 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *