Scivolando sul ghiaccio della (nuova?) guerra fredda

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Recensione di Simone Attilio Bellezza (Università di Trento)

Red Army. Documentario. Regia: Gabe Polsky. Produzione: Gabe Polsky Production. Durata: 84’. Stati Uniti d’America, Russia, 2014

Anche chi, come l’autore di queste righe, è assolutamente estraneo al tifo sportivo, potrà trovare interessante e avvincente la visione di questo documentario, che racconta la storia dei più famosi giocatori sovietici di hockey, tra la fine degli anni Settanta e i recenti giochi olimpici invernali di Soči. La trama intreccia sapientemente tutti gli elementi stereotipici delle storie dei grandi successi sportivi: la vocazione di un giovane di povera origine, la scoperta da parte di un allenatore genialmente pazzo, l’iniziale successo, la sconfitta inaspettata, il pesante allenamento sotto la guida di un allenatore sovieticamente severo, la fama internazionale, il dissidio con la dirigenza e l’emigrazione nel ricco mercato dell’hockey statunitense. Quest’opera di Gabe Polsky, giovane regista di Chicago, figlio di emigrati russi e in passato giocatore di hockey di medio livello, racconta però molto di più, specialmente a chi abbia voglia di scoprire qualcosa sul rapporto fra l’Unione Sovietica e la Russia odierna.
Che non si tratti di un semplice documentario di sport viene del resto chiarito dalla prima scena, nella quale si vede Vjačeslav Fetisov, il vero protagonista della pellicola, alzare il dito medio verso l’intervistatore, intimandogli di restare zitto mentre lui continua maleducatamente a mandare messaggi col cellulare. Si comprende quindi che questa sarà sì la storia della più leggendaria cinquina dell’hockey sovietico, ma anche un’indagine su come questi giocatori gestirono l’enorme popolarità conquistata nella guerra fredda dello sport, e su come essi abbiano saputo riciclarsi prima negli Stati Uniti e poi nella rampante Russia putiniana. Fetisov, pur non essendo il più famoso giocatore della ”cinquina di Larionov” (dal cognone appunto di Igor Larionov, il più rappresentativo del gruppo), è sicuramente colui, che meglio ha saputo amministrare la propria popolarità, fra ricchi contratti negli Stati Uniti e contatti con la mafia russa, fino ad arrivare alla carica di Ministro dello Sport (dal 2002 al 2008) e a giocare un ruolo centrale nell’organizzazione delle recenti olimpiadi in Russia.
Nonostante questa tensione continua verso la Russia putiniana, tre quarti del film sono comunque dedicati a un’avvincente storia culturale dello sport sovietico, al suo significato politico nella guerra fredda (che lo rende particolarmente avvincente), e alle sue concezioni specifiche: l’ideologia sovietica, che riconduceva tutto al collettivo, stava alla base di una tecnica di gioco di gruppo (da cui deriva la cinquina) contrapposta all’individualità dei campioni americani e canadesi. La dedizione assoluta richiesta ai giocatori dal temibile allenatore Viktor Tichonov, inventore di un sistema marziale di preparazione agonistica (si trattava del resto della squadra dell’Armata Rossa), rappresenta anche il lato repressivo della cultura sovietica, incapace di comprendere le necessità umane dei giocatori, che dovevano dedicarsi interamente allo scopo della vittoria sui nemici. Nacquero così gli attriti fra la squadra e la dirigenza sovietica, con il conseguente pericolo di defezione negli Stati Uniti, le cui squadre offrivano contratti milionari e la possibilità di avere una vita privata.
È in questo frangente che l’attenzione posta sulla figura di Fetisov trova una sua chiave di lettura: Fetisov, nonostante i dissidi che portarono al suo allontanamento dalla squadra nazionale di hockey, non defezionò mai negli USA, neanche quando ne ebbe la possibilità pratica. Come spiegazione del proprio comportamento, allora come oggi, Fetisov porta l’onore di avere scritto sul petto il nome della propria patria, un onore che egli non avrebbe mai potuto tradire: assolutamente indifferente e dimentico del contenuto socialista dell’URSS, Fetisov è un ottimo esempio di come l’ultima generazione sovietica, quella cresciuta nello stagnante benessere brežneviano, interpretasse il patriottismo sovietico essenzialmente come il senso di appartenenza a una grande potenza mondiale, capace di competere per il predominio mondiale con gli USA, ma senza quell’afflato di rigenerazione sociale che era alle origini dello stato sovietico. Anche per questo, finché non ebbe il permesso dei superiori, Fetisov rimase in URSS e fu l’ultimo ad abbandonarla per andare a giocare nella ricca lega americana.
Gli anni Novanta vengono presentati come quelli della crisi di adattamento della cinquina: un adattamento al modo di giocare hockey del campionato statunitense (che è più violento e individualista), ma anche alla società consumistica. Quattro dei campioni si ritroveranno riuniti nei Detroit Red Wings, dove supereranno la crisi sportiva fino a vincere la famosa Stanley Cup. La transizione dalla società sovietica a quella capitalista farà però una vittima: Vladimir Krutov, l’unico membro della cinquina a non emigrare negli Stati Uniti e il primo a tornare in Russia. Il solo a non fare una carriera in politica o nel mondo dei contratti internazionali di hockey, Krutov viene presentato come un personaggio triste, nostalgico e all’apparenza povero: egli morì a pochi mesi dalla fine delle riprese per cirrosi epatica, tradizionale patologia dell’alcolismo russo.
Le scene, con cui si chiude il documentario, nelle quali Fetisov condanna l’ossessione materialista della Russia post-sovietica dal comodo sedile della sua macchina di lusso o dalla poltrona di uno studio riccamente arredato in stile neo-imperiale, esprimono meglio di tante parole il grumo di contraddizioni della retorica politica della nuova dirigenza putiniana. Come viene esplicitamente detto, Putin e Fetisov hanno in comune la stessa formazione, un’educazione svolta all’interno delle più temute istituzioni sovietiche (il KGB e l’Armata Rossa), nelle quali veniva insegnato l’amor di patria: è questo sentimento, il patriottismo sovietico-russo, indipendentemente dal sistema economico del paese (socialismo o capitalismo), ad aver riunito due personaggi apparentemente lontani.
Attraverso la storia dei più famosi giocatori sovietici di hockey, Gabe Polsky ha quindi narrato quali siano le origini dell’élite della Russia putiniana, nata in un clima di contrapposizione fra i blocchi, orgogliosa dei successi del passato, desiderosa di ripristinare il prestigio perso. Non è un caso che Red Army sia stato realizzato in anni di ripresa della rivalità fra Washington e Mosca, una contrapposizione che questa pellicola aiuta a comprendere nella dimensione umana: questa pellicola è un esempio ben riuscito di “traduzione culturale” dell’universo ideale russo ad uso degli americani (e degli occidentali in generale), come solo un figlio di entrambi i mondi poteva realizzare.

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