Scienziate afroamericane tra diritti civili e competizione spaziale: Hidden Figures

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di Elisabbetta Vezzosi (Università di Trieste)

Una delle scene più significative del film di Theodore Melfi  Il diritto di contare (Hidden Figures, 2016), è quella in cui Al Harrison, responsabile (cinematografico) dello Space Task Group della National Aeronautics and Space Administration (NASA), distrugge il cartello “colored ladies room”. Un forte segno antidiscriminatorio all’interno dell’agenzia governativa responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti, dove ancora nei primi anni Sessanta la segregazione era una realtà.

La matematica nera Katherine Johnson, una delle protagoniste, potrà da quel momento fruire di bagni comuni a bianchi e afroamericani, senza dover percorre ogni volta mezzo miglio all’aperto in ogni stagione e con qualsiasi clima.

Il film è un adattamento dal libro di Margot Lee Shetterly,  Hidden Figures: The American Dream and the Untold Story of the Black Women Mathematicians Who Helped Win the Space Race (William Morrow & Co., 2016), e narra la storia vera di tre matematiche afroamericane – Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jackson – che fecero parte  del pool degli “human computers” (persone che elaboravano a mano equazioni e calcoli complessi prima dell’arrivo dell’IBM nel 1961) presso il Langley Memorial Aeronautical Laboratory della NASA (prima National Advisory Committee for Aeronautics-NACA), ad Hampton, Virginia. Progressivamente, e soprattutto tra il 1941 e il 1945 a fronte della scarsità di lavoratori maschi reclutati per la guerra, il team (nato nel 1935) divenne unicamente femminile. L’agenzia spaziale considerava le donne più pazienti e orientate ai dettagli, senza contare che potevano essere retribuite meno degli uomini. Liberi da calcoli matematici, gli ingegneri si sarebbero inoltre dedicati a più seri progetti concettuali e analitici.

Nel 1941, sotto la pressione di civil rights leaders come A. Phillip Randolph, il Presidente Franklin Delano Roosevelt firmò l’executive order 8802, che creava la Committee on Fair Employment Practice e proibiva la discriminazione razziale nell’industria della difesa. Fu in seguito a questo che la NACA cominciò a reclutare anche afro-americane. Avrebbero occupato un’ala segregata dell’agenzia – la West Computer Area -, fruivano di bagni e mense separati dagli altri e avevano scarsissime possibilità di promozione.

Sarebbe stato il lavoro scientifico delle tre protagoniste, ma anche di molte altre afroamericane con le stesse competenze, a permettere a Neil Amstrong, Alan Shepard e John Glenn, di viaggiare in sicurezza nello spazio. La loro storia, che pure all’interno della NASA era molto nota e narrata (https://crgis.ndc.nasa.gov/historic/Human_Computers),  è rimasta sconosciuta ai più fino a pochi mesi fa. La stessa autrice del libro ha saputo dell’esperienza delle matematiche afroamericane attraverso suo padre, esperto di clima a livello internazionale, impiegato alla NASA.

Tutte laureate presso college storicamente neri come lo Hampton Institute, la West Virginia University e la Wilberforce University, le matematiche afroamericane venivano reclutate attraverso annunci sul “Norfolk VA’s Journal of Guide” o autocandidature. Le storie delle protagoniste sono esemplari, ma l’autrice del libro insiste molto sulla coralità della loro esperienza, condivisa  da molte altre centinaia di afroamericane impiegate alla NASA.

Katherine Johnson fu una dei tre studenti, la sola donna, ad avere accesso al West Virginia University dopo la desegregazione. Nel 1953 fu assunta dalla NACA per il pool “human computers”, ma poche settimane dopo venne assegnata alla Flight Research Division e poi, nel 1958, alla Space Task Force di quella che – grazie allo Space Act dello stesso anno – diveniva la NASA. Il suo primo compito fu quello di calcolare la traiettoria della navicella Freedom 7 lanciata nello spazio con l’astronauta Alan Shepard nel 1961. Avrebbe calcolato in seguito le traiettorie delle missioni Mercury-Atlas 6, Apollo 11 e Apollo 13. Prima di partire per lo spazio John Glenn disse di fidarsi di una sola persona per i complessi calcoli della triettoria che gli averebbe permesso di tornare alla base: Katherine Johnson.

Dorothy Vaughan iniziò a lavorare a Langley nel 1943, alla West Computer Area, di cui fu nominata supervisor sei anni più tardi, la prima afroamericana con questo ruolo alla NACA. In seguito alla desegregazione dell’agenzia spaziale, Vaughan divenne una esperta programmatrice di Fortran, un linguaggio informatico molto noto in quel momento, presso la Analysis and Computational Division. Mary Jackson, laureata in matematica e fisica, fu assunta a Langley nel 1951. Dopo alcuni anni divenne assistente dell’ingegnere aereonautico Kazimierz Czarnecki che la incoraggiò a trasformarsi in ingegnere. Si battè dunque per poter frequentare i corsi di ingegneria presso la segregata Hampton High School e nel 1958 sarebbe divenuta la prima ingegnere donna della NASA. Una volta in pensione si impegnò nel campo delle pari opportunità per sostenere i diritti di donne e minoranze.

Le protagoniste del libro e del film furono, come molte altre afroamericane, scienziate di eccezionale talento. La loro storia è dunque quella di una battaglia contro la discriminazione razziale e di genere operata all’interno di un team spaziale prevalentemente maschile e dell’importante contributo da loro fornito alla ricerca spaziale statunitense in un periodo – quello dal lancio dello Sputnik sovietico nel 1957 fino alla missione intorno alla terra di Jogn Glenn nel febbraio del 1962 –  all’intersezione tra guerra fredda, competizione spaziale e geopolitica, movimenti per i diritti civili e uguaglianza di genere (anche se il movimento femminista era agli albori). In quegli lasso di tempo, nonostante le grandi battaglie per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta, la segregazione era ampiamente in atto e gli afroamericani avrebbero dovuto  aspettare il Civil Right Act del 1964 e il Voting Act del 1965 perché venisse impressa una svolta significativa, anche se non decisiva, sul terreno dei diritti civili negli Stati Uniti.

Al film sono stati attribuiti significati che vanno oltre la narrazione di un’esperienza quasi totalmente ignota. Una delle attrici principali, Janelle Monáe (Mary Jackson) ha dichiarato di sperare che il film sostenga il lancio di Fem the Future – un movimento guidato da millenials progressiste che lavorano insieme per  accrescere consapevolezza, inclusione e opportunità a favore delle donne –, di cui fa parte.

Katherine Johnson compirà in agosto 99 anni, due anni fa il Presidente Obama l’ha premiata con la Presidential Medal of Freedom, il più alto riconoscimento civile negli Stati Uniti.

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