La “commedia nera” del totalitarismo

Morto Stalin se ne fa un altro, regia di Armando Iannucci (2017)

di Giovanna Cigliano, (Università di Napoli)

Il film di Armando Iannucci, distribuito durante le prime settimane del 2018 nelle sale italiane, è un prodotto ben fatto e godibilissimo, almeno per chi ama l’umorismo nero della black comedy. Esso trae spunto da una graphic novel francese scritta da Fabien Nury e disegnata da Thierry Robin, che ha originariamente visto la luce in due parti (La mort de Staline e Funérailles) ed è stata di recente, in concomitanza con l’uscita del film, nuovamente resa disponibile per i lettori italiani da Mondadori Comics (Historica, n. 48).

Siamo all’inizio di marzo del 1953: lo svolgimento del film è racchiuso nei pochi giorni che intercorrono tra l’agonia di Stalin e i suoi funerali. Al centro della scena, allestita con piglio teatrale, è posto il ristretto gruppo dirigente sovietico chiamato a gestire la morte del dittatore e al tempo stesso impegnato in una lotta per la successione senza esclusione di colpi. Esso è composto da Georgij Malenkov, Lavrentij Berija, Vjačeslav Molotov e Nikita Chruščev, ai quali si affianca nelle fasi finali il maresciallo Georgij Žukov, già eroe della Seconda guerra mondiale, da Stalin poi allontanato in tempo di pace dal centro del potere (quando il dittatore muore era comandante del distretto militare degli Urali).

In questo breve lasso di tempo si consuma anche l’eliminazione fisica di Berija per mano degli altri pretendenti alla successione, temporaneamente alleati, tra i quali Chruščev appare già vincitore sul ridicolizzato Malenkov. Si tratta di forzature rispetto alla realtà storica che si rivelano drammaturgicamente efficaci: il temutissimo e sadico capo della polizia politica infatti fu effettivamente arrestato più di tre mesi dopo, verso la fine di giugno del 1953, e giustiziato nel dicembre dello stesso anno. Chruščev, che aveva ottenuto l’appoggio dei militari e in particolare di Žukov, riuscì nei mesi seguenti ad avere la meglio su Malenkov e a emergere nel 1954 come il successore di Stalin alla guida dell’Unione sovietica.

Il metro giusto per valutare questo film non è certo quello dell’aderenza più o meno rigorosa alle ricostruzioni storiche, e questo vale non solo per i fatti, ma anche per i personaggi, tutti presentati con una maschera deformante che esaspera i tratti distintivi di ciascuno. Sono piuttosto i meccanismi del potere in generale, e in particolare i loro effetti sulle relazioni umane a costituire l’oggetto delle grottesche rappresentazioni di Iannucci. Naturalmente lo stalinismo maturo si presta sin troppo bene allo scopo: l’illustrazione del cinismo con il quale il gruppo dirigente distrugge vite umane incolpevoli, della corruzione morale espressa da sospetto e delazione tra marito e moglie, padre e figlio, della compromissione che accomuna tutti coloro che divengono parte del sistema, restituisce al fruitore, per quanto caricaturale ed estremizzata, non pochi elementi di verosimiglianza storica.

La feroce ironia di Iannucci sulle dinamiche del potere non si è però esercitata solo sul regime sovietico: è sufficiente qui ricordare la celebrata e davvero esilarante serie televisiva Veep – Presidente incompetente, che prendeva di mira il sistema politico americano creando un’atmosfera sovraeccitata e iper-reattiva agli stimoli esterni non meno paradossale della plumbea auto-referenzialità delle stanze del potere staliniano. I precedenti del regista scozzese di origine italiana non sono stati comunque sufficienti a evitare che il film venisse censurato in Russia: inizialmente era stato dato il semaforo verde all’uscita nelle sale, programmata per il 25 gennaio, ma la distribuzione è stata bloccata dal ministero della Cultura in seguito ai pareri negativi espressi da un parterre di spettatori composto da deputati della Duma, rappresentanti della Società storica russa (Rossijkoe istoričeskoe obščestvo – RIO), membri del Consiglio pubblico presso il ministero. Lo scrittore a capo di quest’ultimo, Jurij Poljakov, ha affermato che nella pellicola britannica si ravvisano «tracce di lotta ideologica contro il nostro paese», mentre si è pronunciato contro la decisione del ministero della Cultura il giurista Michail Fedotov, che dirige il Consiglio per i diritti dell’uomo presso il presidente della Federazione russa, secondo il quale i cittadini russi hanno pienamente diritto di valutare autonomamente il film, e la censura finisce solo per fargli pubblicità gratuitamente.

Il portavoce ufficiale di Putin, Dmitrij Peskov, si è limitato a rilevare che la decisione, assunta dopo ampia consultazione degli esperti, rientra nelle prerogative del ministero della Cultura. Sulla questione è intervenuto anche il figlio di Chruščev, Sergej: in una lettera inviata al ministro Medinskij ha lamentato che il film trasmette agli spettatori una visione travisata e distorta della storia, in particolare della figura di suo padre. Il piccolo “caso” sorto intorno alla pellicola di Iannucci ha offerto insomma una nuova occasione per il manifestarsi delle difficoltà che i vertici politici della Russia incontrano nell’affrontare il proprio ingombrante passato e nel fare contraddittoriamente i conti con una memoria storica costellata di problemi non risolti.

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