Jackie e la costruzione del mito di JFK

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Di Angela Santese (Università di Bologna)

Jackie, il film del regista cileno Pablo Larraín, racconta i giorni immediatamente successivi alla morte del Presidente John Fitzgerald Kennedy attraverso la prospettiva di sua moglie, Jacqueline Lee Bouvier, interpretata da Natalie Portman. Una settimana dopo l’assassinio del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, l’ex first-lady incontra il giornalista Theodore H. White, nella casa della famiglia Kennedy a Hyannis Port, in Massachusetts. L’intervista concessa al reporter di Life costituisce la cornice narrativa di un film che non ha una struttura cronologica lineare, ma vede l’utilizzo di flashback che portano lo spettatore a vivere le vicende intercorse tra l’atterraggio dell’Air Force One a Dallas il 22 novembre del 1963 e i solenni funerali di JFK celebrati tre giorni dopo a Washington, DC. Questi due piani narrativi sono inoltre inframmezzati dalla rievocazione di diversi momenti felici del passato della coppia Jackie-John, che appaiono rimandare all’idea di una Camelot oramai scomparsa, e dal tour della Casa Bianca andato in onda sulla rete televisiva CBS nel 1962 e che vide come protagonista la stessa first-lady.

Jackie è un ritratto bidimensionale: è il racconto di una tragedia personale, quella vissuta dalla moglie che assiste inerme all’agonia del marito, ma allo stesso tempo il resoconto del dramma di una nazione che si trova a dover fare i conti con l’elaborazione del lutto. Nel film è possibile, infatti, distinguere due dimensioni: una privata e una pubblica. La prima riguarda la donna che deve affrontare il lutto, il dolore della perdita, la difficoltà nel dover comunicare la notizia della tragedia ai suoi due figli. È altresì la descrizione delle emozioni di una moglie che si trova all’improvviso a fronteggiare la solitudine, come suggerito dalle lunghe sequenze in cui Jackie vaga da sola nelle sale desolate della Casa Bianca, conscia di essere stata spodestata dal ruolo ufficiale che aveva ricoperto sino a quel momento e di dover lasciare a breve quella che era stata, sia pure temporaneamente, la sua casa. La consapevolezza improvvisa di non essere più la first-lady emerge quando, sull’aereo presidenziale, dopo il giuramento di Lyndon B. Johnson, si accorge che il personale dell’amministrazione riserva ora a Lady Bird l’appellativo di first-lady. Da quel momento sarà in balia del transitional team di LBJ e della sua arroganza, e perfettamente cosciente, come dirà a White nel corso dell’intervista, di non possedere più nulla.

La seconda dimensione concerne l’elaborazione pubblica del lutto e il contemporaneo tentativo di costruire, attraverso i solenni funerali di Stato, il mito del defunto marito, consegnando alla storia la sua eredità politica e personale. Jackie appare ossessionata dalla questione della legacy, e combatte strenuamente con la squadra del nuovo Presidente affinché i funerali di JFK s’ispirino al cerimoniale delle esequie di Abraham Lincoln, primo Presidente in carica a essere assassinato nel 1865. In particolare, la vedova insiste affinché il feretro del marito, trainato dai cavalli, percorra lo stesso tragitto di quello di Lincoln, dalla Casa Bianca a Capitol Hill, e sia seguito da un corteo a piedi. Jackie non si arrende di fronte alle preoccupazioni dello staff per la sicurezza sua, della famiglia Kennedy e dei capi di Stato e di governo che interverranno ai funerali poiché, proprio attraverso il corteo funebre, intende rimarcare il legame simbolico tra JFK e Lincoln, uno dei presidenti più ricordati nella storia del Paese. Dalla sua prospettiva, i funerali celebrati in pompa magna servono a evitare che il ricordo del marito cada nell’oblio, come quello degli altri due presidenti assassinati mentre occupavano lo scranno presidenziale, James Garfield e William McKinley. Per ragioni analoghe, si scontra anche con la famiglia Kennedy che vorrebbe seppellire il figlio all’Holyhood Cementary, dove riposavano i resti dei due figli defunti della coppia Jackie-John, Arabella e Patrick. L’ex first-lady insiste affinché il marito sia sepolto nel cimitero monumentale di Arlington, riservato agli eroi nazionali, e sceglie personalmente il luogo esatto per la tumulazione, individuandolo in una collinetta che, non  a caso, sovrasta le altre tombe.

Jackie appare consapevole dell’importanza della narrazione pubblica e della simbologia nella costruzione del mito, come emerge durante il dialogo con Bob Kennedy nella East Room della Casa Bianca di fronte alla bara di JFK: il fratello è preoccupato dall’eredità tangibile di John che è limitata poiché la sua amministrazione non ha avuto il tempo di realizzare interamente il suo programma, mentre l’ex first-lady sembra angosciata dalla necessità di preservare la sua eredità simbolica. Jackie è altresì conscia del ruolo dei mezzi d’informazione e del loro potere. Aveva avuto modo di confrontarsi direttamente con i media partecipando a un programma televisivo della CBS andato in onda nel 1962. Si trattava di un documentario in cui la first-lady per la prima volta apriva al grande pubblico le porte della Casa Bianca, illustrando il suo lavoro di restauro degli ambienti e sottolineando quali pezzi di arredo fossero appartenuti a presidenti del passato, quasi a voler tracciare un legame simbolico tra la sua Casa Bianca e le figure che avevano occupato quelle stanze in precedenza. Jackie vuole inoltre costruire l’eredità del marito e della sua Camelot anche attraverso l’intervista rilasciata a White, che serve a consegnare al pubblico americano la sua personale narrazione di Kennedy, e, non a caso, chiarisce sin da subito la sua volontà di esercitare un ferreo controllo editoriale su quanto il giornalista si appresta a scrivere. Tale elemento emerge quando, nonostante stringa fra le dita l’onnipresente sigaretta, dice a White di non essere una fumatrice.

Jackie è il ritratto di una donna che, nonostante il dolore, nell’istante in cui perde il marito, si sente investita del dovere di gestire la narrazione pubblica su JFK, e di preservarne l’eredità politica, tanto da concepire il suo funerale come una sorta di beatificazione, in cui il richiamo alla figura di Lincoln serve a mitizzare la figura di Kennedy e a conferire un’aurea quasi leggendaria a quella che era stata la loro Camelot.

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