Il tempo sospeso dell’America. Il nuovo cortometraggio Pixar Borrowed time e la crisi del XXI secolo

Borrowed Time, a short animated film by Andrew Coats and Lou Hamou-Lhadj

Di Jole Rago (dottoranda di ricerca in ‘Humanities and technology: an integrated approach’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Suor Orsola Benincasa)

Ci sono voluti cinque anni prima che Andrew Coats e Lou Hamou-Lhadj, i due animatori Pixar autori di Borrowed Time, ritenessero compiuta la propria opera. Cinque anni per un cortometraggio animato che dura sei minuti. Ma il lungo lavoro degli autori è stato premiato da un successo superiore ad ogni previsione: a pochi giorni dalla pubblicazione il corto aveva già raggiunto due milioni e mezzo di visualizzazioni. 

La trama, di ambientazione western, è molto semplice: attaccati da un bandito, uno sceriffo e suo figlio perdono il controllo della carrozza su cui stanno viaggiando. Nel tentativo estremo di salvare il padre, il ragazzo premerà incidentalmente il grilletto che ne determinerà la morte. Presente e passato s’intrecciano attraverso continui flashback: il corto si apre con il giovane, ormai adulto, in procinto di porre fine alla sua vita, sul ciglio dello stesso dirupo da cui anni prima aveva visto cadere suo padre. Ma l’istinto di sopravvivenza avrà la meglio, e l’orologio da taschino, che aveva smesso di funzionare al momento della morte dello sceriffo, ritornerà a scandire il tempo, fino a quel momento sospeso.

Poche battute, accompagnate dalle note malinconiche della colonna sonora realizzata dal premio Oscar Gustavo Santaolalla, per un lavoro che omaggia alcuni tra i più grandi autori della storia de cinema, non solo di genere. Così, nel primo piano alternato che inquadra il protagonista e il teschio del cavallo ritroviamo l’insegnamento di Ėjzenštejn. E nella scelta delle tematiche è possibile rintracciare un ritorno al passato nel solco della tradizione cinematografica europea, dalle opere didattiche a sfondo politico di Berthold Bartosch (L’idée, 1932) e di Gibba (L’ultimo sciuscià, 1948), fino ai ritratti onirico-poetici del regista russo Jurij Norštejn (Il riccio nella nebbia, 1975). Rimandi in linea con le dichiarazioni dei registi, che spiegano l’operazione come una sorta di riabilitazione di una dimensione “adulta” dell’animazione, troppo spesso vincolata invece ad un target di bambini e di adolescenti.

Nel corto di Coats e Hamou-Lhadj sentimenti come solitudine, incomprensione e spaesamento ritornano protagonisti del “cartoon”, esaltati dalla scelta dell’ambientazione. L’opera, sotto molti aspetti, tradisce infatti i canoni classici del genere western. La natura, non più preda di una potente smania civilizzatrice, si dipana in tutta la sua maestosità (le ampie panoramiche sull’orizzonte al di là del baratro) e crudeltà (la carcassa del cavallo, il masso che ostacola la corsa della carrozza). Non c’è traccia di onore e di desiderio di vendetta nel protagonista, per il quale dal momento dell’incidente il tempo è congelato nel dolore, in attesa che cessino quei “giorni contati”.   Nulla più rimanda al mito avveniristico del selvaggio West, che era espressione di una società ruggente, pronta alla conquista di nuovi spazi vitali.

In Borrowed time il Far West è diventata piuttosto una Waste Land. E proprio come nel poemetto di T.S. Eliot, il protagonista di questa desolazione non è attraversato da alcuna speranza di redenzione. Passato e presente si intrecciano fissandosi in uno spazio indefinito, che evoca metaforicamente i contorni di una delle tante periferie delle regioni interne degli USA.

La simbologia del West, insomma, inevitabilmente richiama qui ad una dimensione di profonda incertezza connessa alla più recente storia americana. E, in particolare, alle fragilità, ai dubbi, alla sfiducia diffusi in una società che da un decennio sta pagando un alto costo in termini economici, sociali e psicologici alla grande crisi del debito.

A dieci anni dal collasso della bolla immobiliare, solo di recente si è assistito a una lieve crescita produttiva e occupazionale: ma nel frattempo sono andati crescendo nuovi populismi di destra e di sinistra, che additano nella globalizzazione o nell’inadeguatezza della classe politica le cause del malessere sociale. Gli slogan degli indignados di Occupy Wall Street e la ribellione anarcheggiante dei Tea Party hanno spianato la strada rispettivamente a figure come Bernie Sanders e Donald Trump, che hanno saputo intercettare le paure e la frustrazione di una classe media e lavoratrice, soprattutto bianca, alla ricerca di elementi coesivi dai quali ripartire. E le élites politiche classiche, come quella espressa da Hillary Clinton nel Partito democratico, appaiono sempre più distanti dalla rappresentanza effettiva dei vari gruppi sociali ed etnici del paese.

Inoltre, il rafforzamento durante la presidenza Obama di un complesso rapporto di interdipendenza finanziaria e commerciale tra Stati Uniti e Cina ha reso manifesta la fine del “momento unipolare” che si era concretizzato all’indomani della dissoluzione dell’URSS, con l’assenza di competitors in grado di bilanciare gli equilibri internazionali.

Ma più di ogni altra cosa è il modo in cui l’America guarda se stessa ad essere cambiato, nel corso di questo tormentato periodo.

L’11 settembre del 2001 gli Stati Uniti assistono alla drammatica epifania di un nemico nuovo, più temibile e più difficilmente contrastabile. Il processo di metabolizzazione storica della ferita aperta dall’attacco di Al Qaeda, nei primi anni Duemila, si compie anche attraverso un rinnovato, estremo appello all’”eccezionalismo” americano. Il Paese ha di nuovo bisogno dei suoi eroi per scuotersi dal trauma e reagire e, come spesso accade, li trova al cinema, con la ricomparsa sul grande schermo di vecchi personaggi in stile anni ’80, Terminator (Terminator 3: Rise of the Machines, J. Mostow, 2003) Rocky (Rocky Balboa, S. Stallone, 2006) e Rambo (Rambo, S. Stallone, 2008). Persino Batman ritorna sulla scena (Batman begins, C. Nolan, 2005). Ma con il procedere degli anni e degli eventi bellici in Medio Oriente, nelle grandi produzioni cinematografiche diventa sempre più evidente che dietro la maschera da supereroe si cela un uomo diverso, un “cavaliere oscuro” sempre più stanco, cinico e disilluso (The Dark Knight, C. Nolan, 2008).

La infinita war on terrorism, la crisi economico-finanziaria del 2008 e il declino dell’egemonia globale degli Usa destabilizzano l’assetto della società civile americana e la percezione che questa ha di se stessa. Ma, più che ogni altra cosa, contribuiscono allo sgretolamento del suo antico baricentro, cioè la vita “pastorale” della sua middle-class: che, proprio come accadeva allo “Svedese” del capolavoro di Philip Roth Pastorale americana, dopo aver assistito alla dissoluzione dei propri legami familiari e sociali, tenta disperatamente di rimettere insieme i cocci della propria esistenza.

Una larga parte del paese si rappresenta oggi come il protagonista della favola del Fagiolo magico (Jack and the Beanstalk): che in un recente adattamento televisivo (Once upon a time, di E. Kitsis e A. Horowitz, stagione 2, episodio 13) appare come un gigante solitario e diffidente, chiuso in se stesso alla ricerca dei valori tradizionali fondativi della propria identità.

Così – a ridosso dell’ulteriore fase di incertezza e cambiamento rappresentata dalle elezioni presidenziali del 2016 –  il gigante ferito della società americana sembra attendere, sul ciglio del dirupo, che le lancette dell’orologio da taschino ereditato dai padri inizino a scandire un nuovo presente.

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