I Pentagon Papers, (Nixon) e la stampa: dell’eterna lotta per il primo emendamento

Di Angela Santese (Università di Bologna)

«La sera del primo ottobre 1969 oltrepassai i controlli di sicurezza della Rand Corporation di Santa Monica, portando con me una valigetta piena di documenti segreti che pensavo di fotocopiare la notte stessa. I documenti facevano parte di uno studio top secret di 7.000 pagine concernenti il decision-making americano in Vietnam che sarebbe diventato noto come i Pentagon Papers». Con queste parole Daniel Ellsberg, uno dei protagonisti del film The Post, descrive nelle sue memorie l’inizio di quello che si sarebbe configurato come uno dei più grandi press leak della storia statunitense. Il film, ultima fatica di Steven Spielberg, si apre con un flashback che ci mostra Ellsberg in un campo di battaglia vietnamita nel 1966. Nel corso del biennio 1965-1967, egli aveva, infatti, lavorato come analista militare per il Pentagono in Vietnam e, una volta rientrato negli Stati Uniti, si era unito al gruppo di studio, creato per volontà dell’allora Segretario della Difesa Robert McNamara, che doveva ricostruire e analizzare la storia del processo decisionale americano relativo al Vietnam nel periodo 1945-1968.

La sequenza successiva ci porta invece al 1971, quando il New York Times pubblica una serie di rivelazioni da cui emerge che quattro diverse amministrazioni avevano mentito all’opinione pubblica sul conflitto in Vietnam e che già nel 1965 McNamara era consapevole dell’impossibilità di vincere quella guerra. La fonte di tali dirompenti rivelazioni è Ellsberg che, tra il 1969 e il 1970, insieme al suo amico ed ex-collega della Rand, Anthony Russo, aveva segretamente fotocopiato i 47 volumi che costituivano lo studio commissionato da McNamara. L’oramai ex-analista, dopo aver partecipato allo studio era divenuto consapevole non solo dell’erraticità del processo decisionale ma anche delle bugie deliberate attraverso cui il governo aveva giustificato prima l’intervento in Indocina e poi il perdurare delle presenza americana in quel teatro, causando l’inutile perdita di migliaia di vite. Ellsberg decide a quel punto che i cittadini americani debbano conoscere la verità. Inizialmente invia alcuni documenti al Senatore William Fullbright, presidente della Commissione relazioni estere del Senato, che però decide di non utilizzarli, e poi consegna copie dello studio al giornalista del New York Times Neil Sheehan.

Dopo la pubblicazione di alcuni documenti da parte del quotidiano newyorkese e nonostante l’ingiunzione giudiziaria che intimava al New York Times di non pubblicare altro materiale che avrebbe potuto compromettere la sicurezza nazionale, il direttore del Washington Post Ben Bradlee decide di voler raccontare a sua volta la storia delle menzogne del governo sul Vietnam. Ed è a questo punto del film che si consuma la spaccatura tra Bradlee (interpretato da Tom Hanks), che rivendica il suo diritto al dovere di cronaca, e Katharine “Kay” Graham, proprietaria del quotidiano. Kay Graham (Meryl Steep nella pellicola) si trova in una posizione difficile: deve scegliere se assecondare la risolutezza del suo direttore, che nel frattempo ha ricevuto i Pentagon Papers da Ellsberg, ed è convinto che l’opinione pubblica abbia il diritto di conoscere non solo la fallacia e l’irrazionalità del processo decisionale che aveva portato il Paese nel pantano vietnamita, ma anche le asserzioni false da parte del governo per giustificare quel conflitto. Mentre il team di giornalisti guidato da Bradlee lavora freneticamente al pezzo da pubblicare, Kay Graham appare da un lato, in balia delle preoccupazioni sulla sorte del suo quotidiano, che proprio quella settimana doveva essere quotato in borsa; dall’altro, anche lei sembra a tratti convinta della necessità di perseguire la verità e informare l’opinione pubblica. La sua posizione è ulteriormente complicata dal trovarsi, suo malgrado, al centro di una lotta fra i sessi: è circondata da uomini che provano a dirle cosa fare, Bradlee incluso, e che evidenziano come suo padre avesse deciso di lasciare in eredità il giornale al suo defunto marito, sottolineando in maniera indiretta la sua incapacità di adempiere al ruolo di editore responsabile in una situazione critica. È presentata infatti come un’ereditiera, ben inserita nei circoli del potere della capitale federale, amica fra gli altri dello stesso McNamara, che si trova involontariamente in una posizione che era destinata ad un uomo.

Il suo personaggio subisce però un’evoluzione nel corso della pellicola, perché, dopo una settimana travagliata, Kay Graham diventa consapevole che in gioco ci sono sì la sua vita, con il pericolo della prigione, e la sua azienda, che rischia di perdere l’imminente quotazione in borsa, ma anche il ben più importante diritto/dovere a divulgare la realtà dei fatti. Alla fine Kay decide di correre il rischio e pubblicare gli articoli basati sui documenti di Ellsberg asserendo con forza che quello «non [era] più il giornale di [suo] padre. Non [era] più l’azienda di suo marito. [Era] la sua azienda». Kay, rivendica dunque il suo ruolo di editore del giornale e sceglie autonomamente di metterlo a repentaglio pur di provare a tutelare il suo diritto di editore a informare e il diritto dell’opinione pubblica di essere informata, finendo con l’arrivare alle medesime conclusioni di Bradlee secondo cui «il solo modo per riaffermare il [loro] diritto a pubblicare [era] pubblicare».

La decisione di Kay è coraggiosa perché arriva prima della decisione della Corte Suprema in cui il giudice Hugo Black scrive che «nel primo emendamento, i Padri Fondatori attribuirono alla libertà di stampa la protezione di cui essa ha bisogno per compiere il suo ruolo essenziale nella nostra democrazia. La stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governanti». Di fatto la Corte pronunciandosi a favore dei giornali aveva affermato la preminenza del primo emendamento rispetto alle supposte esigenze di tutelare la sicurezza nazionale, utilizzate dal governo per impedire la pubblicazione dei documenti.

Vi è infine un convitato di pietra nel film: Richard Nixon. Il Presidente repubblicano appare solo brevemente in una sequenza in cui è al telefono intento a minacciare conseguenze gravissime nel caso in cui i giornali avessero continuato a divulgare informazioni tratte dai Pentagon Papers. Nixon incarna le esigenze della sicurezza nazionale ma allo stesso tempo il comportamento opaco del governo. Non a caso la pellicola si chiude con una scena in cui s’intravede l’intrusione nella sede del Comitato Nazionale del Partito democratico che sarà, di lì a poco, al centro di un altro grande press leak: quello che porterà allo scandalo Watergate, raccontato, sempre dalle pagine del Washington Post, da Carl Bernstein e Bob Woodward e trasposto in un’altra bella pellicola, All the President’s Men.

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