Hamilton: una commedia hip-hop

di Marco Sioli (Università degli Studi di Milano)

Dopo diversi anni di “tutto esaurito” sui palcoscenici di New York, la commedia musicale hip-hop Hamilton è sbarcata a Londra, segnando ancora una volta un successo eccezionale di botteghino e di critica. Fortemente voluta dal compositore e protagonista Lin-Manuel Miranda, il musical ci riporta all’età rivoluzionaria degli Stati Uniti puntando i riflettori sulla figura di Alexander Hamilton. Attraverso le gesta del primo segretario del Tesoro americano, Miranda ha cavalcato il successo al ritmo della musica rap per mostrarci un personaggio complesso e affascinante sorgere da origini oscure e andare prima verso il trionfo politico, poi verso il tragico destino che lo attendeva.

Quando fu presentato in uno degli spazi più prestigiosi di Broadway, il Richard Rodgers Theatre, Hamilton inanellò una serie di sold out. Prima dell’apertura in agosto tutti i biglietti in vendita a un prezzo che variava dai 500 agli 8.000 dollari erano stati venduti, facendo collezionare al box office 30 milioni di incasso. Il passaparola e le reazioni positive dei critici teatrali generarono una nuova corsa ai biglietti e alla votazione unanime di Hamilton come miglior musical del 2015.

Miranda fu intervistato da molti giornali e tra questi la rivista Rolling Stone.  “Miranda, che è portoricano, recita nel ruolo del titolo, mentre dei talentuosi attori e attrici di colore si uniscono a lui sul palco nei ruoli di George Washington, Aaron Burr, James Madison e tutti le altre persone bianche da tempo morte” esordì il giornalista. “Questo è quello che ci appare oggi il nostro paese – ha affermato Miranda – e l’audience lo accetta. In molti modi le persone che noi chiamiamo Padri fondatori sono figure mitiche, ma essi erano persone. Io penso che il cast dello show le  abbia umanizzate, in un certo modo, perché essi non sono delle distanti creature di marmo”. Insomma, Miranda rappresenta, insieme ai suoi personaggi, gli Stati Uniti cosmopoliti di oggi e in particolar modo la città di New York, che ha visto l’elezione a sindaco di Bill De Blasio, italoamericano sposato con l’afroamericana Chirlane McCray.

Tratto dal best seller dello storico Ron Chernow,  il musical di Miranda suddivide la vita di Hamilton in due atti. Nell’atto iniziale la prima canzone, intitolata appunto Hamilton, è sicuramente la più esemplificativa nel riassumere brevemente la biografia del protagonista: un refrain coinvolgente in cui compaiono tutti i personaggi che faranno la sua fortuna, ma anche la sua tragedia.

“How does a bastard, orphan, son of a whore and a Scotsman, dropped in the middle of a forgotten spot in the Caribbean by Providence, impoverished, in squalor grow up to be a hero and a scholar?” si chiede Aaron Burr.

Già, come ha fatto una persona che non poteva contare sull’appoggio del padre –  più brutalmente un “orfano, bastardo” – a diventare “un eroe e una persona colta” e a finire in effigie sul biglietto da 10 dollari?

La risposta arriva da John Laurens, amico di Hamilton e figlio di uno dei più influenti politici della Charleston coloniale: “The ten-dollar Founding Father without a father got a lot farther by workin’ a lot harder, by bein’ a lot smarter”. Tutto è avvenuto grazie al suo lavoro duro e al suo essere abile e astuto.

Lavoro duro e destrezza: ecco i due pilastri del carattere di Hamilton a partire dai primi giorni di lavoro che lo videro impegnato in una ditta commerciale della piccola isola di Nevis dove, come canta il personaggio che interpreta Thomas Jefferson, “ogni giorno mentre gli schiavi erano massacrati e trasportati via tra le onde, egli combatté e tenne alta la guardia. Dentro di sé stava cercando un qualcosa di cui essere parte”. “Poi venne l’uragano – continua il cantante che interpreta James Madison – e la devastazione regnò. Il nostro uomo vide il suo futuro sgocciolare via, si mise una penna alla tempia, la collegò con il suo cervello e scrisse la sua prima rima, una testimonianza del suo dolore.

A questo punto compare nuovamente Aron Burr che canta: “Questo ragazzo è pazzo!”/Facciamo una colletta per mandarlo sulla terraferma/Fatti la tua istruzione, ma non dimenticare da dove arriva/il mondo conoscerà il tuo nome! Qual è il tuo nome?”. “Il mio nome è Alexander Hamilton – replica il protagonista inquadrato dalle luci e applaudito fragorosamente dal pubblico – e ci sono milioni di cose che non ho ancora fatto. Ma dovete solo attendere”.

A questo punto, la scena va a una delle figure femminili del musical, Eliza Schuyler, che diventerà sua moglie: “Quando aveva dieci anni suo padre se la filò, oppresso dai debiti / Due anni dopo vediamo Alex e sua madre costretti a letto / mezzi morti, seduti nel loro vomito / L’odore intenso”. L’ombra della tragedia gli aleggiava intorno quando il padre abbandonò la famiglia e la madre morì due anni dopo, ma non c’era spazio per lui a Nevis, anche quando iniziò a commerciare rum e zucchero come impiegato del proprietario terriero che si suppone fosse il suo vero padre. Intanto leggeva tutti i libri che gli passavano tra le mani e, quando nel 1772 si imbarcò per New York, egli poteva dirsi un uomo nuovo. Doveva solo aspettare, ma allo stesso tempo era l’America ad aspettarlo per riscrivere il gioco politico, e dopo di lui il mondo non sarebbe stato più lo stesso. “Oh un altro immigrante che arriva dal basso” continua il coro “i suoi nemici hanno distrutto la sua reputazione, l’America lo ha dimenticato”. E sempre in coro Mulligan, Madison, Lafayette e Jefferson affermano: “Noi abbiamo combattuto con lui”; Laurens e Phillip: “Noi siamo morti per lui”; George Washington: “Io ho creduto in lui”; Angelica ed Eliza Schuyler e Maria Reynolds: “Noi lo abbiamo amato”. E infine Aaron Burr: “Io? Io sono il pazzo dannato che lo ha ucciso”.

Dopo l’analisi della complessa della figura di Hamilton e il lavoro musicale sui testi il terzo punto fondamentale di questo show è la schiavitù. “Io penso – afferma Manuel-Lin Miranda – che i due peccati originali del nostro paese siano la schiavitù … e le armi che sono responsabili di tutte le morti nel nostro show, eccetto di quella di Washington, che avviene fuori dal palcoscenico”. “Quale ruolo può giocare una commedia musicale di Broadway in questioni come queste?” gli chiede l’intervistatore.  “Non lo so – risponde Miranda – quello che so è che l’arte cambia i cuori e le menti in un modo in cui le altre cose non riescono a fare … L’arte cambia la mente delle persone perché ci permette di entrare in empatia con gente con cui non entriamo mai in empatia”.  “Sicuramente – conclude l’artista portoricano – la diversità delle storie dei nostri presidenti è notevolmente rimarchevole. Ma io sento che questo show si riverbera in modo differente ogni volta che abbiamo in sala qualcuno della sfera politica”, che sia Barack Obama o Dick Cheney.

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