Category Archives: Tra passato e presente

In ricordo di Marilyn Young

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Di: Mario Del Pero (CHSP)

Marilyn B. Young è morta il 19 febbraio scorso nella sua casa di New York. Ad aprile avrebbe compiuto 80 anni e solo a settembre aveva deciso di smettere d’insegnare al dipartimento di Storia della New York University, dove lavorava dal 1980. Marilyn si era dottorata a Harvard, nel 1963, sotto la guida di Ernest May e John Fairbank. La sua tesi, che poi divenne il suo primo libro (The Rhetoric of Empire: American China Policy, 1895-1901, Harvard University Press, 1968), ebbe per oggetto l’ascesa imperiale degli Stati Uniti di fine Ottocento: quel peculiare imperialismo della “porta aperta” sul quale una nuova generazione di studiosi e studiose, dei quali Marilyn fu esponente e capofila, si stava concentrando.

La scomparsa di Anna Rossi-Doria I1938-2017): una storica dell’età contemporanea

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Di Mariuccia Salvati, (Università di Bologna)

Anna Rossi-Doria si è spenta a Roma il 14 febbraio scorso (era nata a Roma il 22 marzo del 1938) ed è stata ricordata due giorni dopo alla Casa internazionale delle donne (sede anche della Società italiana delle Storiche) con una bella e affollatissima cerimonia in cui si sono susseguiti ricordi e testimonianze di una vita intensa di studiosa, storica e femminista.

In ricordo di Paolo Prodi: un articolo per Ricerche di Storia Politica

Ricerche di Storia Politica vuole ricordare Paolo Prodi ripubblicando un suo articolo uscito nel n. 2/2003 della rivista, dal titolo La sovranità divisa: uno sguardo storico sulla genesi dello “jus publicum europaeum”. L’articolo è introdotto da una nota di Paolo Pombeni e da un profilo biografico di Riccardo Brizzi.

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Fidel Castro, l’ultimo Re Cattolico

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Di Loris Zanatta (Università di Bologna)

Con Fidel Castro se ne va l’ultimo Re Cattolico. Ha vissuto tanto, ancor più ha parlato. Oltre a viverla, la sua vita l’ha narrata; ha voluto plasmare sia la storia sia la memoria: in comizi a reti unificate, adunate di piazza, libri e interviste. Ripetitivo e ossessivo, amava la manipolazione. Conosceva la massima di Goebbels: una bugia ripetuta, diventerà realtà. Giurò sempre che a Cuba non si torturava, non c’era più razzismo, non si addestravano guerriglie. E così via. Tutto falso, ma i devoti gli credevano e gli credono. I devoti, per l’appunto, la fede: Fidel Castro passerà alla storia come uno dei grandi leader carismatici prodotti dal XX secolo, epoca di transizione dal mondo religioso al mondo secolare.

Tina Anselmi, un ritratto

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Di: Tiziana Noce

Ho intervistato Tina Anselmi due volte e ho studiato a lungo vari suoi scritti e resoconti della sua attività politica e ritengo che sia stata una delle personalità più eminenti della scena politica repubblicana. Apparteneva a quella classe dirigente affermatasi durante la Resistenza convinta che l’esercizio del potere doveva essere associato a un’idea di politica intesa come responsabilità verso la comunità; una politica – lei avrebbe detto – esercitata come un servizio ispirato ai valori cristiani e finalizzata alla tutela dei diritti e all’adempimento dei doveri della persona umana. Un’idea a suo parere incarnata nella Costituzione, che usava equiparare, sulla scia di La Pira, a un tessuto «che noi abbiamo intrecciato coi valori della pace, della solidarietà, della giustizia».

La farfalla e la prostituta. Come la musica nera racconta il decennio della grande crisi americana

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Di Eugenio Capozzi (Università Suor Orsola Benincasa)

Da più di mezzo secolo, la black music rappresenta una fonte di primaria importanza per comprendere i mutamenti della comunità afroamericana statunitense. Gospel, rhythm’n’blues, soul, funky, disco music, hip hop, r’n’b ne hanno espresso costantemente con immediatezza umori, paure, conflitti, aspirazioni: perché la musica popolare di massa nera, più di quella bianca, è rimasta strettamente connessa alle sue radici identitarie, e diffusamente condivisa come mezzo di comunicazione socialmente trasversale.

Referendum, democrazia e Repubblica: dalla storia alla politica

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Di Maurizio Ridolfi (Università della Tuscia)

E’ opportuno interrogarsi sulla prassi e sulla psicologia dell’istituto del referendum, la cui storia compendia in Italia quella della nostra Repubblica. La ripresa, fatta da Maurizio Viroli, di uno stralcio della voce Referendum dalla riedizione aggiornata del Dizionario di politica[1] – nel 1976 voluto da Norberto Bobbio – rischia di ingenerare fraintendimenti sul suo significato. La voce si deve intanto a Pier Vincenzo Uleri, già autore di un solido studio storico-politico (Referendum e democrazia. Una prospettiva comparativa, Bologna, Il Mulino, 2003). Si rimarca la presenza di tre tipologie possibili: “Abbiamo dunque referendum voluti e controllati dal governo, referendum obbligatori previsti dalla costituzione per convalidare o respingere le deliberazioni del governo, e i referendum promossi e voluti dagli elettori. Questi ultimi soltanto, ‘implicano un maggior trasferimento di potere decisionale dai governanti ai governati’, e possono essere considerati un istituto di democrazia. L’esatto contrario del referendum al quale siamo chiamati”[2].

Why Did We Stop Teaching Political History?

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Di Fredrik Logevall e Kenneth Osgood per il New York Times

American political history, it would seem, is everywhere. Hardly a day passes without some columnist comparing Donald J. Trump to Huey Long, Father Coughlin or George Wallace. “All the Way,” a play about Lyndon B. Johnson, won a slew of awards and was turned into an HBO film.

But the public’s love for political stories belies a crisis in the profession. American political history as a field of study has cratered. Fewer scholars build careers on studying the political process, in part because few universities make space for them. Fewer courses are available, and fewer students are exposed to it. What was once a central part of the historical profession, a vital part of this country’s continuing democratic discussion, is disappearing.

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Why the President Needs a Council of Historians

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Di Graham Allison e Niall Ferguson per “The Atlantic

It is sometimes said that most Americans live in “the United States of Amnesia.” Less widely recognized is how many American policy makers live there too.

Speaking about his book Doomed to Succeed: The U.S.-Israel Relationship From Truman to Obama, the American diplomat Dennis Ross recently noted that “almost no administration’s leading figures know the history of what we have done in the Middle East.” Neither do they know the history of the region itself. In 2003, to take one example, when President George W. Bush chose to topple Saddam Hussein, he did not appear to fully appreciate either the difference between Sunni and Shiite Muslims or the significance of the fact that Saddam’s regime was led by a Sunni minority that had suppressed the Shiite majority. He failed to heed warnings that the predictable consequence of his actions would be a Shiite-dominated Baghdad beholden to the Shiite champion in the Middle East—Iran.

Le prime elette: donne alla Costituente

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Di Tiziana Noce (Università della Calabria)

Il 2 giugno del 1946 le italiane esercitarono finalmente quel voto politico chiesto per la prima volta al Parlamento dalla femminista liberale Anna Maria Mozzoni in una petizione del 1877. Erano state necessarie due guerre mondiali e una dittatura ventennale affinché la classe politica italiana esprimesse una dirigenza interessata a raggiungere tale obiettivo. Furono in particolare i segretari dei due partiti di massa dei governi di unità nazionale, Democrazia Cristiana e Partito Comunista, a ritenere, per motivi diversi, ormai ineluttabile il suffragio femminile.