Category Archives: Cinepresa e Storia

Scienziate afroamericane tra diritti civili e competizione spaziale: Hidden Figures

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di Elisabbetta Vezzosi (Università di Trieste)

Una delle scene più significative del film di Theodore Melfi  Il diritto di contare (Hidden Figures, 2016), è quella in cui Al Harrison, responsabile (cinematografico) dello Space Task Group della National Aeronautics and Space Administration (NASA), distrugge il cartello “colored ladies room”. Un forte segno antidiscriminatorio all’interno dell’agenzia governativa responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti, dove ancora nei primi anni Sessanta la segregazione era una realtà.

Jackie e la costruzione del mito di JFK

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Di Angela Santese (Università di Bologna)

Jackie, il film del regista cileno Pablo Larraín, racconta i giorni immediatamente successivi alla morte del Presidente John Fitzgerald Kennedy attraverso la prospettiva di sua moglie, Jacqueline Lee Bouvier, interpretata da Natalie Portman. Una settimana dopo l’assassinio del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, l’ex first-lady incontra il giornalista Theodore H. White, nella casa della famiglia Kennedy a Hyannis Port, in Massachusetts. L’intervista concessa al reporter di Life costituisce la cornice narrativa di un film che non ha una struttura cronologica lineare, ma vede l’utilizzo di flashback che portano lo spettatore a vivere le vicende intercorse tra l’atterraggio dell’Air Force One a Dallas il 22 novembre del 1963 e i solenni funerali di JFK celebrati tre giorni dopo a Washington, DC.

Denial: una lezione sul negazionismo

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Di Enrico Palumbo.

Il recente film La verità negata (titolo originale Denial, 2016), del regista britannico Mick Jackson, ripropone il tema sempre attuale del negazionismo della Shoah[1]. Nonostante la scarsa diffusione nelle sale cinematografiche italiane – a cui si spera che, conformemente ai suoi doveri di servizio pubblico, possa porre rimedio la Rai con un’adeguata programmazione televisiva –, la pellicola può avere un certo interesse anche al di fuori del ristretto mondo degli specialisti.

Il tempo sospeso dell’America. Il nuovo cortometraggio Pixar Borrowed time e la crisi del XXI secolo

Borrowed Time, a short animated film by Andrew Coats and Lou Hamou-Lhadj

Di Jole Rago (dottoranda di ricerca in ‘Humanities and technology: an integrated approach’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Suor Orsola Benincasa)

Ci sono voluti cinque anni prima che Andrew Coats e Lou Hamou-Lhadj, i due animatori Pixar autori di Borrowed Time, ritenessero compiuta la propria opera. Cinque anni per un cortometraggio animato che dura sei minuti. Ma il lungo lavoro degli autori è stato premiato da un successo superiore ad ogni previsione: a pochi giorni dalla pubblicazione il corto aveva già raggiunto due milioni e mezzo di visualizzazioni. 

L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo

TR_01117.dng PHOTO: Hilary Bronwyn Gail / Bleecker Street

L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo di Jay Roach, con Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, Alan Tudyck, John Goodman, sceneggiatura di John McNamara dalla biografia di Dalton Trumbo di Bruce A.Cook, musica di Theodore Shapiro, USA, 2015.

Tiziano Bonazzi (Università di Bologna)

Il film appartiene a un filone classico di Hollywood, quello dei film  reportage che esplorano episodi bui della storia americana e di cui sono esempi recenti  “Il caso spotlight” sulla pedofilia nelle parrocchie americane, Oscar 2016 come miglior film, e “Good Night, and Good Luck” di George Clooney del 2005 sulla lotta del giornalista Edward R. Murrow contro il Sen. McCarthy che con questo su Trumbo forma quasi una coppia inscindibile. Film girati con l’occhio del giornalista impegnato piuttosto che del drammaturgo.

“Civili” o “educati”? Gli Italiani del ventunesimo secolo e l’Europa madre/matrigna

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Recensione di Eugenio Capozzi

Quo vado? Di Gennaro Nunziante e Checco Zalone, regia di Gennaro Nunziante, Medusa Film/Taodue, 86 min.,  2015. 

Essere italiani è un handicap o una risorsa? E l’appartenenza europea è una salvezza da una storia “sbagliata” o una minaccia all’identità nazionale? Non è certo strano che un film “leggero”, nel solco della più classica commedia all’italiana, sollevi interrogativi di questa portata. Proprio attraverso questo genere cinematografico la società italiana ha metabolizzato nell’ultimo cinquantennio molti tra i cambiamenti storici più traumatici da essa vissuti. E Checco Zalone, ultimo di una serie di attori/autori comici venuti dal cabaret (tra cui Troisi, Benigni, Verdone e altri), si è già in passato inserito  nell’attualizzazione di quella tradizione, con un suo molto personale dosaggio di spietatezza e indulgenza. 

Tu con questa Chiesa non c’entri niente!

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Recensione di Massimo Faggioli (University of St. Thomas)

Chiamatemi Francesco. Il papa della gente, regia di Daniele Luchetti, 98 min., 2015

La preoccupazione principale dei recensori di un film sul papa di Roma sembra spesso limitarsi al compito di smentire oppure confermare che l’opera cinematografica sia un’agiografia o “un santino”. Al di là della superficialità della retorica del santino (e in questo film di santini ce ne sono parecchi, distribuiti dal futuro papa Francesco), questa preoccupazione rivela un problema reale: data la tendenza tipica del cattolicesimo contemporaneo a fare beati e santi quasi tutti i papi specialmente da Pio IX in poi, ogni biografia del papa (cinematografica e non) rischia oggi di farsi comprendere solo come un santino o al contrario come il tentativo di smontare un’immagine agiografica.

Scivolando sul ghiaccio della (nuova?) guerra fredda

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Recensione di Simone Attilio Bellezza (Università di Trento)

Red Army. Documentario. Regia: Gabe Polsky. Produzione: Gabe Polsky Production. Durata: 84’. Stati Uniti d’America, Russia, 2014

Anche chi, come l’autore di queste righe, è assolutamente estraneo al tifo sportivo, potrà trovare interessante e avvincente la visione di questo documentario, che racconta la storia dei più famosi giocatori sovietici di hockey, tra la fine degli anni Settanta e i recenti giochi olimpici invernali di Soči. La trama intreccia sapientemente tutti gli elementi stereotipici delle storie dei grandi successi sportivi: la vocazione di un giovane di povera origine, la scoperta da parte di un allenatore genialmente pazzo, l’iniziale successo, la sconfitta inaspettata, il pesante allenamento sotto la guida di un allenatore sovieticamente severo, la fama internazionale, il dissidio con la dirigenza e l’emigrazione nel ricco mercato dell’hockey statunitense. Quest’opera di Gabe Polsky, giovane regista di Chicago, figlio di emigrati russi e in passato giocatore di hockey di medio livello, racconta però molto di più, specialmente a chi abbia voglia di scoprire qualcosa sul rapporto fra l’Unione Sovietica e la Russia odierna.

La lezione di Selma: il lungo cammino verso i diritti civili tra passato e presente

Marco Mariano (Università del Piemonte Orientale)

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E’ difficile sorprendersi ancora di fronte alla quantità, all’efferatezza e alla pervasività della violenza razzista nella storia americana, indagata in profondità da decenni di rigorosa ricerca storica e raccontata con i linguaggi e registri più disparati, dal lirismo struggente di Strange Fruit (1937), poi divenuta un classico nell’interpretazione di Billie Holiday, fino a Django Unchained, il visionario Western abolizionista di Quentin Tarantino (2012) e 12 Years a Slave (2013), asciutta e drammatica versione cinematografica di una classica memoria della schiavitù.

Tiziano Bonazzi recensisce “Lincoln” (2012)

Lincoln, film di Steven Spielberg, con Daniel Day Lewis, Tommy Lee Jones, Sally Field, 2012

1- Tre date risuonano sopra ogni altra nella memoria degli americani, il 1776 dell’indipendenza e della rivoluzione, il 1941 di Pearl Harbour e della Seconda guerra mondiale e il 1861 della secessione sudista e della Guerra civile; ma mentre le prime due, al di là degli scontri sulle interpretazioni, uniscono orgogliosamente il paese, la terza suscita ancora fantasmi, è complessa e frammentata. A Columbia, la capitale del primo stato a lasciare l’Unione nel dicembre 1860, la South Carolina, la statua al soldato confederato svetta orgogliosa su un’alta colonna proprio davanti al Parlamento statale e la bandiera dei Confederate States of America garrisce dietro di essa quasi a sfidare quella degli United States of America sulla cupola del Campidoglio.