Out of Ashes. Recensione di Marco Gervasoni

Konrand Jarausch, Out of Ashes. A New History of Europe in the Twentieth Century, Princeton, Princeton University Press, 2016, pp. 880.

Recensione di Marco Gervasoni

Se v’è un genere molto frequentato nella saggistica anglo-statunitense degli ultimi anni è quello delle storie dell’Europa contemporanea. A un calcolo approssimativo e per difetto ne abbiamo individuate almeno una dozzina in un quindicennio, senza contare le storie mondiali comprensive del vecchio continente, quelle che chiudono nel presente la narrazione iniziata dal Medioevo e i lavori relativi all’integrazione europea. Tanta abbondanza ci sembra però più provenire da un rovello etico-politico degli studiosi e da un sacrosanto interesse di mercato che essere il frutto di nuove stagioni di studi e di interpretazioni. Sul primo versante, infatti, latitano su molti argomenti i lavori di ricerca, di cui le storie d’Europa come sintesi dovrebbero dare conto.

La crisi dei profughi nella prospettiva della storia globale

Il 12 maggio 2017, nella sede nella sede dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo, è stato presentato Profughi, numero monografico di «Meridiana» curato da Stefano Gallo. Alla discussione, presieduta dal geografo dell’Università Orientale di Napoli Fabio Amato, hanno preso parte Elena De Filippo, presidente della cooperativa sociale DEDALUS e docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Napoli Federico II, l’avvocato Roberta Aria, dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, e lo storico Teodoro Tagliaferri. La presentazione si è svolta nel quadro della Giornata di studi Nuove ricerche sulle migrazioni, organizzata dal Master di I livello in Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza ed integrazione del Dipartimento di Scienze politiche della Federico II.

Riportiamo il testo dell’intervento di Teodoro Tagliaferri

Il profugato contemporaneo e la globalizzazione del nazionalismo

Personalmente ho imparato parecchio, e ricevuto molti e forti stimoli, da ciascuno dei nove pregevoli contributi al fascicolo monografico di «Meridiana» che sono assai lieto di potere oggi commentare e discutere

In ricordo di Hayden White

Per ricordare lo storico Hayden White, recentemente scomparso, rilanciamo la tavola rotonda Storia narrativa, storia narrazione, pubblicata su “Ricerche di Storia Politica” nel numero 1/2009 curato da Mauro Moretti con Giuliana Benvenuti, Girolamo Imbruglia, Mauro Moretti, Marcello Mustè.

Roundtable with Hayden White

In this roundtable Hayden White responds to several questions posed by a panel of historians that comprises Giuliana Benvenuti, Girolamo Imbruglia, Mauro Moretti, Marcello Mustè. The questions concentrate on the relationship between discourse and narration, history and fiction. The objective of the discussion was to discuss whether history can be considered a science or a literary genre, and to define the role of the narrative component in the writing of history.
Keywords: History, Narration, Fiction, Literature

I Pentagon Papers, (Nixon) e la stampa: dell’eterna lotta per il primo emendamento

Di Angela Santese (Università di Bologna)

«La sera del primo ottobre 1969 oltrepassai i controlli di sicurezza della Rand Corporation di Santa Monica, portando con me una valigetta piena di documenti segreti che pensavo di fotocopiare la notte stessa. I documenti facevano parte di uno studio top secret di 7.000 pagine concernenti il decision-making americano in Vietnam che sarebbe diventato noto come i Pentagon Papers». Con queste parole Daniel Ellsberg, uno dei protagonisti del film The Post, descrive nelle sue memorie l’inizio di quello che si sarebbe configurato come uno dei più grandi press leak della storia statunitense.

L’ora più buia: il ritratto di un uomo solo al comando

L’ora più buia (Darkest Hour) regia di Joe Wright (2017).

Di Giulia Guazzaloca (Università di Bologna)

È l’immagine di un uomo solo e controverso quella di Winston Churchill che ci restituisce il film di Joe Wright. Un uomo testardo e coraggioso ma lacerato da dubbi e paure, burbero e prepotente ma capace di gesti di grande tenerezza, collerico e al tempo stesso affettuosissimo con la moglie Clementine e coi figli, pieno di manie, bevitore accanito e oratore straordinario. Un Churchill, insomma, molto diverso da quello che spesso trasmettono i manuali di storia: l’indomito eroe della Seconda Guerra mondiale, il gigante del XX secolo dal piglio volitivo e senza incertezze, l’uomo che nel 2014 la BBC ha proclamato il più grande inglese di tutti i tempi.

La “commedia nera” del totalitarismo

Morto Stalin se ne fa un altro, regia di Armando Iannucci (2017)

di Giovanna Cigliano, (Università di Napoli)

Il film di Armando Iannucci, distribuito durante le prime settimane del 2018 nelle sale italiane, è un prodotto ben fatto e godibilissimo, almeno per chi ama l’umorismo nero della black comedy. Esso trae spunto da una graphic novel francese scritta da Fabien Nury e disegnata da Thierry Robin, che ha originariamente visto la luce in due parti (La mort de Staline e Funérailles) ed è stata di recente, in concomitanza con l’uscita del film, nuovamente resa disponibile per i lettori italiani da Mondadori Comics (Historica, n. 48).

Vittoria, Abdul e i paradossi del potere imperiale

Di Angela Santese (Università di Bologna)

Con Vittoria e Abdul il regista britannico Stephen Frears si cimenta nuovamente, dopo la prova del 2006 con la pellicola The Queen, ritratto della sovrana Elisabetta II, in una biografia dedicata alla casa reale britannica. Vittoria e Abdul ripercorre infatti la storia dell’amicizia tra la regina Vittoria e il suo segretario Abdul Karim, un giovane musulmano originario dell’India. La sceneggiatura del film è tratta dal romanzo Victoria & Abdul. The True Story of the Queen’s Closest Confidant scritto da Shrabani Basu e basato sul diario dello stesso Abdul, rinvenuto anni dopo, nonostante i tentativi del figlio della sovrana di distruggere tutte le prove del rapporto fra la regina e il suo segretario particolare.

Political History Today – Introduction

By Raffaela Baritono (Università di Bologna)

This issue to mark the 30th anniversary of «Ricerche di storia politica» aims to open discussion on the state of political history today: what shape it is in, what challenges are being presented by new trends in history writing. «Ricerche di storia politica» was born in 1986 thanks to the commitment of a handful of then youthful scholars grouped around Paolo Pombeni. Their ambition was to inject new life into political history which, at the time, was being overshadowed in Italy, the United States and various other European history milieus by social history, history of everyday life and bottom-up history. Political history had a reputation for being elitist and traditionalist; in the United States it was disparagingly referred to as «presidential synthesis». The very year our journal was founded, William E. Leuchtenberg wrote an article which, while actually stressing the importance of not sliding over themes of history-writing such as power, the State and institutions, made the comment that anyone presuming to argue that political history was the new historiographic frontier would be laughed out of court. One is reminded of the heroine of Jane Austen’s Northanger Abbey who famously admitted her lack of interest in a history comprised of «quarrels of popes and kings, with wars or pestilences, in every page; the men all so good for nothing, and hardly any women at all»: funnily enough, whenever the health of political history comes up on the menu, that (or something like it) is still the constant refrain.
Ever since the 1960s (and even much earlier in Paolo Pombeni’s reconstruction, included in this issue), that is to say since the «Annales» challenge and the rise first of social, then cultural, history in a variety of successive «turns», historians have periodically argued over the alleged decline and consequent renaissance of political history, or rather a constantly recurring «new political history». Only last year Fredrik Logevall and Kenneth Osgood deplored the skimpy marginal position this discipline has been relegated to in US university departments. Download the full text at Mulino.it

The Associational State. recensione di Matteo Battistini

 

Brian Balogh, The Associational State. American Governance in the Twentieth Century, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2015, pp. 281.

Recensione di Matteo Battistini.

Nel 2008 William Novak nel suo saggio The Myth of the Weak American State denunciava come la storia nazionale statunitense rimanesse inscritta in un rapporto di alterità con quella europea. Un’alterità che enfatizzava una presunta assenza o limitazione dello Stato mentre esaltava le tradizioni del rule of law e del federalismo, del libero mercato e dell’individualismo, che avevano avuto origine nella vicenda rivoluzionaria. Lo Stato debole era in questo senso il prodotto di una diffusa cultura politica anti-statale e di un’ampia tendenza storiografica a leggere la storia nazionale come eccezionale: individuo, mercato e società non avevano avuto bisogno dell’artificio – in ultima istanza dispotico – del governo. L’espressione American State è dunque stata a lungo considerata alla stregua di un ossimoro, non all’altezza di una categoria di analisi storica. Anche nella storiografia europea, spesso gli Stati Uniti sono stati considerati positivamente per il loro Stato debole, oppure negativamente perché arretrati rispetto alla vicenda moderna dello Stato europeo. Per usare le parole di Arthur Schlesinger Jr., la rappresentazione pubblica della storia statunitense è stata lungamente contesa, ma comunque è rimasta legata al mito per cui gli statunitensi ritengono di essere venuti al mondo «per immacolata concezione da una costola di Adam Smith».

La prospettiva geografica. Recensione di Pierangelo Schiera

Isabella Consolati, La prospettiva geografica. Spazio e politica in Germania tra il 1815 e il 1871, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pp. 248.

Recensione di Pierangelo Schiera.

Questo è un libro pregevole, per alcuni motivi precisi. Esso esce innanzi tutto fuori dalla pratica storiografica consueta della lettura puramente genealogica o, al rovescio, solo contestuale di scrittori e dei loro testi politici, allo scopo di dare evidenza al «pensiero politico» come un tutto più o meno organico, dotato di autonomia interna e in grado di costituire, in quanto tale, la componente essenziale  del complessivo «politico». Al contrario, Consolati fa ricorso ad autori poco noti della «storia delle dottrine», caricandoli però di significati ed influssi del tutto inaspettati anche per chi – e non sono molti – quella storia, anche per la parte tedesca, la conosce.