Thomas Sankara e la rivoluzione interrotta

Di Enrico Palumbo (Iulm)

Il nome di Thomas Sankara non è tra i più noti in Europa, eppure sono molti gli africani che lo hanno elevato a icona della lotta di liberazione e del riscatto del continente. Qualcuno lo definisce «il Che Guevara dell’Africa», ma sarebbe riduttivo limitare la sua esperienza a un modello che lo descrive solo parzialmente.

Thomas Isidore Noël Sankara nacque nel 1949 da una famiglia di etnia Mossi, nella provincia dell’Alto Volta, all’epoca colonia francese: il padre aveva servito l’esercito della Francia nella seconda guerra mondiale e si era convertito dall’islam al cattolicesimo.

Dunkirk

Di Jacopo Lorenzini (Istituto italiano per gli studi storici)

Come ogni film-evento che si rispetti, Dunkirk ha generato una miriade di recensioni, critiche, corsivi, articoli di costume e analisi della sua fedeltà ai fatti storici che mette in scena. La cosa interessante, è che la quasi totalità di questi interventi è andata clamorosamente fuori bersaglio. Dal nostrano Fofi ai critici del Guardian a quelli di Le Monde, quasi tutti hanno preferito tirare in ballo Brexit, stigmatizzare o fomentare revival nazionalistici di là e di qua dalla Manica, interrogarsi sull’assenza tra i personaggi di soldati coloured e di telefoniste donne, piuttosto che analizzare l’opera di Nolan per quello che è: non un film di ricostruzione storica, non un film di guerra (o quantomeno non solo), ma un film sulla sopravvivenza dell’essere umano in condizioni disumane e disumanizzanti.

What Do We Mean by Populism? The “Second” Ku Klux Klan of the 1920s as a Case Study

Di Linda Gordon (New York University)

Articolo inizialmente pubblicato newsletter della American Historical Association.

The presidential campaign and election of Donald Trump made “populism” a political buzzword. As its usage spread, it became steadily more pejorative and imprecise. True, many commentaries distinguished between “right wing” and “left wing” populism, notably in contrasting Trump’s and Bernie Sanders’s campaigns.

Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI. Recensione di Andrea Ciampani

Roberto Regoli, Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI, Torino, Lindau, 2016, pp. 512.

Recensione di Andrea Ciampani.

Il lavoro di ricerca di Roberto Regoli si presenta come un’opera coraggiosa nel contesto della storiografia contemporaneista. Non si tratta solo di considerare la decisione di indagare un oggetto di studio recente, qual è il pontificato di Benedetto XVI, racchiuso tra gli anni 2005-2013. Piuttosto, merita di essere evidenziata la consapevole determinazione dell’autore nel sottrarre alla produzione giornalistica la pretesa di predeterminare, attraverso una cronaca tanto brillante quanto frammentaria, il profilo di paradigmi interpretativi da consegnare allo storico (talora disattento nel cogliere l’intento militante di alcuni vaticanisti).

Intervista a Sven Beckert sul volume “Empire of Cotton”

Empire of Cotton

Interview to Sven Beckert (Harvard University)

by Claudia Bernardi (Università Roma Tre)

1) In the last years, global history has become a vibrant field of study that involves many scholars at different stage of their career on a worldwide level. Several networks, study programs and research projects have been flourishing so far, in the aim of proposing a different historical practice and innovative perspective. But like other innovative approaches to history, it is in danger of becoming merely a buzzword among historians, more a fashionable label of the moment than a practice of writing a history of our world. Nonetheless, this field has not proposed a unique approach but it is nurtured by a wide variety of studies and ways of doing global history. Could we trace to some common elements, to a fil rouge, all this array of studies? How could we think and consider global history today in terms of narrative, writing and practice?

This is a very big question. Perhaps the best place to start is to say that there is not just one approach to history beyond the nation state, there are many different historiographical trends that somehow can be subsumed and have been subsumed under the label of global history.

Scienziate afroamericane tra diritti civili e competizione spaziale: Hidden Figures

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di Elisabbetta Vezzosi (Università di Trieste)

Una delle scene più significative del film di Theodore Melfi  Il diritto di contare (Hidden Figures, 2016), è quella in cui Al Harrison, responsabile (cinematografico) dello Space Task Group della National Aeronautics and Space Administration (NASA), distrugge il cartello “colored ladies room”. Un forte segno antidiscriminatorio all’interno dell’agenzia governativa responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti, dove ancora nei primi anni Sessanta la segregazione era una realtà.

Jackie e la costruzione del mito di JFK

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Di Angela Santese (Università di Bologna)

Jackie, il film del regista cileno Pablo Larraín, racconta i giorni immediatamente successivi alla morte del Presidente John Fitzgerald Kennedy attraverso la prospettiva di sua moglie, Jacqueline Lee Bouvier, interpretata da Natalie Portman. Una settimana dopo l’assassinio del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, l’ex first-lady incontra il giornalista Theodore H. White, nella casa della famiglia Kennedy a Hyannis Port, in Massachusetts. L’intervista concessa al reporter di Life costituisce la cornice narrativa di un film che non ha una struttura cronologica lineare, ma vede l’utilizzo di flashback che portano lo spettatore a vivere le vicende intercorse tra l’atterraggio dell’Air Force One a Dallas il 22 novembre del 1963 e i solenni funerali di JFK celebrati tre giorni dopo a Washington, DC.

Global Inequality. A New Approach to the Age of Globalisation. Recensione di Carlo Spagnolo e replica dell’autore

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Branko Milanovic, Global Inequality. A New Approach to the Age of Globalisation, Cambridge Mass., Harvard U.P., 2016, 299 pp. , s.i.p.

Recensione di Carlo Spagnolo (To read the English version click here)

Quali sono gli effetti socio-economici della globalizzazione? Da una domanda in apparenza lineare scaturisce una risposta complessa e ricca di spunti per la storiografia dell’età contemporanea.  Il maggior contributo di Milanovic alla conoscenza delle dinamiche storiche della globalizzazione è forse nella metodologia adottata: un’analisi statistica della distribuzione dei redditi e dei patrimoni aggregrati per grandi aree (Occidente industrializzato, paesi emergenti, paesi poveri), dagli anni Ottanta a oggi, che suggerisce il superamento dello Stato come unità di analisi economica e l’assunzione del mondo come unità di analisi differenziata. Rompendo sia con l’approccio micro, orientato alle motivazioni comuni ai singoli agenti, imprese o imprenditori, sia con approcci macro e keynesiani, elaborati attorno ai valori medi dei redditi e della produzione nei singoli stati, l’A. si interroga sulle “dissimilarities“, sulle diseguaglianze e sulle diverse forze sociali che muovono la globalizzazione.

Big History and the Future of Humanity: recensione di Mauro Moretti

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Fred Spier, Big History and the Future of Humanity, Chichester, Wiley Blackwell, 2015, p. 336.

Recensione di Mauro Moretti

«L’universo si sta dilatando…a che scopo fare i compiti?». Così, in Annie Hall (1977), di Woody Allen, il protagonista Alvy Singer, in un flash-back che lo mostra bambino, si rivolge al medico dal quale la madre, preoccupata dal suo comportamento, lo aveva accompagnato. La battuta mi è venuta in mente varie volte, leggendo il libro di Spier sulla Big History (BH), così segnato da scarti sconcertanti e da acrobatiche semplificazioni; libro che suscita reazioni controverse, di fastidio e di interesse allo stesso tempo. Intendiamoci: la BH non è una stravaganza, e non può essere liquidata con delle facezie.

In ricordo di Marilyn Young

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Di: Mario Del Pero (CHSP)

Marilyn B. Young è morta il 19 febbraio scorso nella sua casa di New York. Ad aprile avrebbe compiuto 80 anni e solo a settembre aveva deciso di smettere d’insegnare al dipartimento di Storia della New York University, dove lavorava dal 1980. Marilyn si era dottorata a Harvard, nel 1963, sotto la guida di Ernest May e John Fairbank. La sua tesi, che poi divenne il suo primo libro (The Rhetoric of Empire: American China Policy, 1895-1901, Harvard University Press, 1968), ebbe per oggetto l’ascesa imperiale degli Stati Uniti di fine Ottocento: quel peculiare imperialismo della “porta aperta” sul quale una nuova generazione di studiosi e studiose, dei quali Marilyn fu esponente e capofila, si stava concentrando.