Vittoria, Abdul e i paradossi del potere imperiale

Di Angela Santese (Università di Bologna)

Con Vittoria e Abdul il regista britannico Stephen Frears si cimenta nuovamente, dopo la prova del 2006 con la pellicola The Queen, ritratto della sovrana Elisabetta II, in una biografia dedicata alla casa reale britannica. Vittoria e Abdul ripercorre infatti la storia dell’amicizia tra la regina Vittoria e il suo segretario Abdul Karim, un giovane musulmano originario dell’India. La sceneggiatura del film è tratta dal romanzo Victoria & Abdul. The True Story of the Queen’s Closest Confidant scritto da Shrabani Basu e basato sul diario dello stesso Abdul, rinvenuto anni dopo, nonostante i tentativi del figlio della sovrana di distruggere tutte le prove del rapporto fra la regina e il suo segretario particolare.

Political History Today – Introduction

By Raffaela Baritono (Università di Bologna)

This issue to mark the 30th anniversary of «Ricerche di storia politica» aims to open discussion on the state of political history today: what shape it is in, what challenges are being presented by new trends in history writing. «Ricerche di storia politica» was born in 1986 thanks to the commitment of a handful of then youthful scholars grouped around Paolo Pombeni. Their ambition was to inject new life into political history which, at the time, was being overshadowed in Italy, the United States and various other European history milieus by social history, history of everyday life and bottom-up history. Political history had a reputation for being elitist and traditionalist; in the United States it was disparagingly referred to as «presidential synthesis». The very year our journal was founded, William E. Leuchtenberg wrote an article which, while actually stressing the importance of not sliding over themes of history-writing such as power, the State and institutions, made the comment that anyone presuming to argue that political history was the new historiographic frontier would be laughed out of court. One is reminded of the heroine of Jane Austen’s Northanger Abbey who famously admitted her lack of interest in a history comprised of «quarrels of popes and kings, with wars or pestilences, in every page; the men all so good for nothing, and hardly any women at all»: funnily enough, whenever the health of political history comes up on the menu, that (or something like it) is still the constant refrain.
Ever since the 1960s (and even much earlier in Paolo Pombeni’s reconstruction, included in this issue), that is to say since the «Annales» challenge and the rise first of social, then cultural, history in a variety of successive «turns», historians have periodically argued over the alleged decline and consequent renaissance of political history, or rather a constantly recurring «new political history». Only last year Fredrik Logevall and Kenneth Osgood deplored the skimpy marginal position this discipline has been relegated to in US university departments. Download the full text at Mulino.it

The Associational State. recensione di Matteo Battistini

 

Brian Balogh, The Associational State. American Governance in the Twentieth Century, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2015, pp. 281.

Recensione di Matteo Battistini.

Nel 2008 William Novak nel suo saggio The Myth of the Weak American State denunciava come la storia nazionale statunitense rimanesse inscritta in un rapporto di alterità con quella europea. Un’alterità che enfatizzava una presunta assenza o limitazione dello Stato mentre esaltava le tradizioni del rule of law e del federalismo, del libero mercato e dell’individualismo, che avevano avuto origine nella vicenda rivoluzionaria. Lo Stato debole era in questo senso il prodotto di una diffusa cultura politica anti-statale e di un’ampia tendenza storiografica a leggere la storia nazionale come eccezionale: individuo, mercato e società non avevano avuto bisogno dell’artificio – in ultima istanza dispotico – del governo. L’espressione American State è dunque stata a lungo considerata alla stregua di un ossimoro, non all’altezza di una categoria di analisi storica. Anche nella storiografia europea, spesso gli Stati Uniti sono stati considerati positivamente per il loro Stato debole, oppure negativamente perché arretrati rispetto alla vicenda moderna dello Stato europeo. Per usare le parole di Arthur Schlesinger Jr., la rappresentazione pubblica della storia statunitense è stata lungamente contesa, ma comunque è rimasta legata al mito per cui gli statunitensi ritengono di essere venuti al mondo «per immacolata concezione da una costola di Adam Smith».

La prospettiva geografica. Recensione di Pierangelo Schiera

Isabella Consolati, La prospettiva geografica. Spazio e politica in Germania tra il 1815 e il 1871, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pp. 248.

Recensione di Pierangelo Schiera.

Questo è un libro pregevole, per alcuni motivi precisi. Esso esce innanzi tutto fuori dalla pratica storiografica consueta della lettura puramente genealogica o, al rovescio, solo contestuale di scrittori e dei loro testi politici, allo scopo di dare evidenza al «pensiero politico» come un tutto più o meno organico, dotato di autonomia interna e in grado di costituire, in quanto tale, la componente essenziale  del complessivo «politico». Al contrario, Consolati fa ricorso ad autori poco noti della «storia delle dottrine», caricandoli però di significati ed influssi del tutto inaspettati anche per chi – e non sono molti – quella storia, anche per la parte tedesca, la conosce.

Thomas Sankara e la rivoluzione interrotta

Di Enrico Palumbo (Iulm)

Il nome di Thomas Sankara non è tra i più noti in Europa, eppure sono molti gli africani che lo hanno elevato a icona della lotta di liberazione e del riscatto del continente. Qualcuno lo definisce «il Che Guevara dell’Africa», ma sarebbe riduttivo limitare la sua esperienza a un modello che lo descrive solo parzialmente.

Thomas Isidore Noël Sankara nacque nel 1949 da una famiglia di etnia Mossi, nella provincia dell’Alto Volta, all’epoca colonia francese: il padre aveva servito l’esercito della Francia nella seconda guerra mondiale e si era convertito dall’islam al cattolicesimo.

Dunkirk

Di Jacopo Lorenzini (Istituto italiano per gli studi storici)

Come ogni film-evento che si rispetti, Dunkirk ha generato una miriade di recensioni, critiche, corsivi, articoli di costume e analisi della sua fedeltà ai fatti storici che mette in scena. La cosa interessante, è che la quasi totalità di questi interventi è andata clamorosamente fuori bersaglio. Dal nostrano Fofi ai critici del Guardian a quelli di Le Monde, quasi tutti hanno preferito tirare in ballo Brexit, stigmatizzare o fomentare revival nazionalistici di là e di qua dalla Manica, interrogarsi sull’assenza tra i personaggi di soldati coloured e di telefoniste donne, piuttosto che analizzare l’opera di Nolan per quello che è: non un film di ricostruzione storica, non un film di guerra (o quantomeno non solo), ma un film sulla sopravvivenza dell’essere umano in condizioni disumane e disumanizzanti.

What Do We Mean by Populism? The “Second” Ku Klux Klan of the 1920s as a Case Study

Di Linda Gordon (New York University)

Articolo inizialmente pubblicato newsletter della American Historical Association.

The presidential campaign and election of Donald Trump made “populism” a political buzzword. As its usage spread, it became steadily more pejorative and imprecise. True, many commentaries distinguished between “right wing” and “left wing” populism, notably in contrasting Trump’s and Bernie Sanders’s campaigns.

Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI. Recensione di Andrea Ciampani

Roberto Regoli, Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI, Torino, Lindau, 2016, pp. 512.

Recensione di Andrea Ciampani.

Il lavoro di ricerca di Roberto Regoli si presenta come un’opera coraggiosa nel contesto della storiografia contemporaneista. Non si tratta solo di considerare la decisione di indagare un oggetto di studio recente, qual è il pontificato di Benedetto XVI, racchiuso tra gli anni 2005-2013. Piuttosto, merita di essere evidenziata la consapevole determinazione dell’autore nel sottrarre alla produzione giornalistica la pretesa di predeterminare, attraverso una cronaca tanto brillante quanto frammentaria, il profilo di paradigmi interpretativi da consegnare allo storico (talora disattento nel cogliere l’intento militante di alcuni vaticanisti).

Intervista a Sven Beckert sul volume “Empire of Cotton”

Empire of Cotton

Interview to Sven Beckert (Harvard University)

by Claudia Bernardi (Università Roma Tre)

1) In the last years, global history has become a vibrant field of study that involves many scholars at different stage of their career on a worldwide level. Several networks, study programs and research projects have been flourishing so far, in the aim of proposing a different historical practice and innovative perspective. But like other innovative approaches to history, it is in danger of becoming merely a buzzword among historians, more a fashionable label of the moment than a practice of writing a history of our world. Nonetheless, this field has not proposed a unique approach but it is nurtured by a wide variety of studies and ways of doing global history. Could we trace to some common elements, to a fil rouge, all this array of studies? How could we think and consider global history today in terms of narrative, writing and practice?

This is a very big question. Perhaps the best place to start is to say that there is not just one approach to history beyond the nation state, there are many different historiographical trends that somehow can be subsumed and have been subsumed under the label of global history.

Scienziate afroamericane tra diritti civili e competizione spaziale: Hidden Figures

Il-diritto-di-contare

di Elisabbetta Vezzosi (Università di Trieste)

Una delle scene più significative del film di Theodore Melfi  Il diritto di contare (Hidden Figures, 2016), è quella in cui Al Harrison, responsabile (cinematografico) dello Space Task Group della National Aeronautics and Space Administration (NASA), distrugge il cartello “colored ladies room”. Un forte segno antidiscriminatorio all’interno dell’agenzia governativa responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti, dove ancora nei primi anni Sessanta la segregazione era una realtà.